La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 11 novembre 2016

Una squadra di falchi per The Donald. E da Teheran all’Avana il mondo trema

di Guido Moltedo
Il cop, il poliziotto bianco che sparerà contro un africano americano disarmato d’ora in poi avrà ancor meno da temere di quanto non avvenga oggi. Sarà anzi premiato. L’agente assassino avrà convintamente dalla sua parte sia Rudy Giuliani, il sindaco-sceriffo della «tolleranza-zero», sia Chris Christie, il gaglioffo governatore del New Jersey che fece creare ad arte maxi ingorghi all’ingresso di un ponte che collega il suo stato con Manhattan per inguaiare il sindaco, democratico, della cittadina dove inizia quel ponte, colpevole di non essere passato dalla sua parte.
Christie è ormai conosciuto non solo per il Bridgegate ma anche per le sue pose da bullo ridotto però a fare letteralmente il domestico di The Donald. Entrambi sono in corsa come attorney general.
A Teheran e all’Avana, intanto, si preparano a tornare alla «guerra fredda» pre-obamiana. Leggono, anche in quelle capitali, i nomi che circolano per la sostituzione di John Kerry: Newton Gingrich e John Bolton.
«Newt» è una vecchia conoscenza della politica washingtoniana. Speaker della camera negli anni 90 aveva chissà quale carriera davanti, proponendosi come l’anti-Clinton repubblicano. Non è mai più riuscito a tornare in prima fila, se non, quest’anno, grazie a Trump. Mentre tutti i papaveri repubblicani prendevano le distanze da The Donald o tramavano per farlo fuori, Newt, e con lui Christie e Giuliani, ne diventavano i più solidi alleati e, nella parte finale della corsa, i principali consiglieri e i «surrogati» che ne facevano le veci con comizi e interviste.
Per questo s’attendono adesso di essere ricompensati con i premi più ambiti, i posti chiave nell’amministrazione Trump. Christie, intanto, guiderà il team del nuovo presidente incaricato della transition, la fase del passaggio dei poteri dall’attuale alla nuova amministrazione.
Quale è il loro profilo politico? Qual è l’amalgama della nuova squadra presidenziale? Basti dire che Donald Trump è più affidabile, meno ottuso, meno cattivo, meno «falco» di ognuno di loro. Sarà il volto più presentabile della banda Bassotti che governerà l’America dopo Obama.
L’amministrazione repubblicana che s’insedierà a gennaio – sostiene una certa vulgata sui media italiani – sarà più pragmatica e meno ideologica, più dentro i canoni consueti dell’azione di governo rispetto allo stile rude della campagna elettorale di The Donald. Faranno squadra, non faranno gli squadristi, ci assicurano i nostri commentatori. Come non tirare un sospiro di sollievo se sarà così.
Il dubbio che possa essere così, più che dalle loro storie politiche di estremisti di destra, viene dai nomi dei cosiddetti «tecnici» che sono entrati nella rosa dei candidati a posti di ministri di massimo rilievo. Nomi come Stephen Hadley, uomo chiave della presidenza di George W. Bush, o di un altro super falco, l’ex generale Michael Flynn, già capo dell’intelligence militare, entrambi indicati per la guida del Pentagono.
Ma il nome più inquietante è quello di John Bolton, baffi da tricheco, ambasciatore all’Onu all’epoca di Bush, beniamino dei neo-con, perfino più falco, se possibile, di Dick Cheney e di Donald Rumsfeld. Di quell’amministrazione è stato, con Cheney, la voce più critica verso la politica internazionale di Obama, in particolare sulla distensione con Cuba e con l’Iran. La sua nomina a segretario di stato o a consigliere per la sicurezza nazionale sarebbe il segnale più chiaro della cancellazione in tempi brevi delle intese siglate con Teheran e con L’Avana.
Altro posto di potere nel governo, il segretario al Tesoro, è poltrona ambita da Steve Mnuchin, a lungo ai vertici di Goldman & Sachs, mentre Forrest Lucas, cofondatore dell’omonima società petrolifera diventerebbe segretario agli interni. Un posto a cui ambiscono sia Donald Trump jr sia Sarah Palin, che comunque avrà un incarico di rilievo.
Capo dello staff potrebbe essere Reince Priebus, il presidente del Partito repubblicano che non ha mai mollato Trump anche quando tutto l’establishment del Gop aveva scomunicato The Donald. Ricompensarlo con la poltrona più importante nella macchina organizzativa della Casa bianca è il minimo.

Fonte: Il manifesto 

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