La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 10 novembre 2016

Trump è per il neo-liberalismo quel che la caduta del Muro fu per il socialismo reale

di Stefano Fassina
La vittoria travolgente di Donald Trump nelle elezioni per la presidenza degli Stati Uniti, ancora più straordinaria data l'ostilità attiva della stragrande maggioranza dell'establishment finanziario, economico, culturale, mediatico, inclusi i maggiorenti del Partito Repubblicano, chiude la lunga fase storica iniziata a cavallo degli anni '80 al di là e al di qua dell'Atlantico. Dopo la Brexit del 23 giugno scorso, una "Brexit plus, plus" è arrivata l'8 Novembre. Sono scosse politiche di magnitudo massima, successive a una sequenza di scosse minori: le elezioni regionali in Francia, le presidenziali in Austria, le amministrative in Italia, il crollo del consenso alle grandi-coalizioni nelle elezioni regionali in Germania, per ricordare soltanto le più recenti.
Il messaggio di fondo è chiaro: l'insostenibilità economica, sociale e democratica del capitalismo neo-liberista, della globalizzazione dei capitali e di merci e servizi giocata sulla svalutazione del lavoro.
A guardar bene, la Brexit e l'inatteso trionfo di Trump rappresentano per il neo-liberismo reale quello che il crollo del muro di Berlino ha rappresentato per il socialismo reale. Il 2016 come il 1989. La stessa data di novembre. Allora, un muro crollava. Oggi, un muro viene alzato. Attenzione: non siamo al collasso del neo-liberismo. Siamo, però, davanti all'innegabile insostenibilità del neo-liberismo per la democrazia delle classi medie.
Non a caso, l'aggressione delle working class e delle classi medie all'establisment è massima dove l'establishment, a destra (Reagan e Thatcher) e sinistra (Clinton e Blair), si è più caratterizzato per attuazione dei principi neo-liberisti, dove maggior dosi della medicina hanno determinato maggiore sofferenza sociale. Non a caso, l'outsider Trump conquista una maggioranza di larghezza inedita del popolo meno scolarizzato.
Vince in Michigan e in larga parte della "rust belt", nel mid-west, antica terra di manifattura, travolta dalla globalizzazione senza regole. Nella working class bianca senza titolo universitario stacca la Clinton 67 a 28 punti percentuali e qui stravince anche tra le donne 62% a 34%, nonostante il ripugnante background sessista denunciato senza sosta da media e avversari.
Perché Trump trionfa? Perché la rivolta contro l'insostenibile neo-liberismo trova il canale di sbocco in una destra isolazionista, nativista, reaganiana sulle tasse e keynesiana sulla spesa per investimenti pubblici? Perché larghe fasce di popolo, il lavoro in tutte le sue forme, autonome e subordinate, originario riferimento sociale delle forze progressiste, sono state abbandonate da chi le avrebbe dovute rappresentare e difendere.
Una faglia attraversa le periferie di Detroit, le periferie di Manchester e quelle delle nostre grandi città. Ma la sinistra storica, nelle sue variegate declinazioni legate alle specifiche condizioni nazionali, sta dalla parte sbagliata: con l'establishment. I popoli delle periferie economiche, sociali, culturali, working class e classi medie, attribuiscono, giustamente, alla sinistra storica la corresponsabilità del loro declino e impoverimento. Non sono razzisti ma, senza prospettive di miglioramento, avvertono l'altro, il migrante, come competitor, indottrinati dall'incontrastato mantra neo-liberista.
Da noi, per la famiglia socialista europea, è ancora più grave. È stata orgogliosamente responsabile del "mercato interno" senza standard sociali e ambientali e poi della moneta unica senza Stato: errori politici di portata storica, fattori di sistematica svalutazione del lavoro, accentuati dal disinvolto "allargamento" a 28 dell'Unione.
Insomma, la sinistra è stata complice, per subalternità culturale, per incapacità, per oggettive difficoltà, per opportunismo, della marginalizzazione del suo popolo. E il suo popolo si affida a chi è o si camuffa da estraneo al circuito della classe dirigente connivente. È una verità amara. Ma da ammettere in fretta perché l'Unione europea e, in particolare l'eurozona, è a un bivio.
La Brexit e la vittoria di Trump possono offrire l'opportunità per invertire l'insostenibile rotta mercantilista imposta dalla Germania a tutta l'eurozona: con un'amministrazione isolazionista, gli Stati Uniti difficilmente continueranno a essere importatori di ultima istanza e a tollerare la rivalutazione del dollaro verso l'euro. In alternativa, Brexit e Trump possono essere il trauma per riconoscere con realismo l'inesistenza delle condizioni politiche per far funzionare in senso pro-labour la moneta unica.
I partiti, i movimenti sociali e i network culturali della variegata sinistra europea, inclusa la parte "eretica" dentro la famiglia socialista europea, devono fare i conti con la realtà. Va preparato un "piano B" per superare, in via cooperativa e governata, senza uscite unilaterali, l'ordine istituzionale, economico e monetario vigente nell'eurozona.
Superare l'euro per rivitalizzare, nella misura possibile, la sovranità democratica a scala nazionale. Così, rilegittimare lo Stato come strumento di difesa del lavoro e rilanciare l'Unione europea come cooperazione Stati. Un "piano B" sul quale attrarre, attraverso un'operazione egemonica, tutti i partiti e i settori sociali e culturali consapevoli che il naufragio del "Titanic Europa" porta a fondo sia i passeggeri della prima classe, sia i viaggiatori della terza. Un "piano B" per ritornare a rappresentare gli interessi del nostro popolo.

Fonte: Huffington Post - blog dell'Autore 

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