La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 10 novembre 2016

Il contrario di destra non è sinistra: è rottura

di Commonware
0. “Lerner era scettico. C’era troppa ostilità tra gli ebrei e i polacchi, troppi battibecchi, sopraffazioni, furti e maldicenza. ‘Non staranno mai dalla stessa parte,’ insisteva ‘si odiano a morte!’. ‘L’odio va bene’ ribatté Pecora Rossa. ‘Tutto quello che bisogna fare è convogliarlo nella giusta direzione’”. Il romanzo è Acciaio contro acciaio di I.J. Singer, l’epoca completamente un’altra. Tanto da rendere del tutto inadeguati, perfino farseschi, i lineari parallelismi storici che vanno molto di moda negli ultimi anni.
Non si può costruire il socialismo in un solo paese, e non ne sentiamo la nostalgia. Non tornerà più il fascismo nelle forme in cui lo abbiamo conosciuto. Per non parlare dei fenomeni minori di quell’epoca, come gli ideali europeisti alla Spinelli: se mai sono stati attuali, e ne dubitiamo, ora sono definitivamente sepolti, mentre Ventotene é diventato il palcoscenico del manifesto di Merkel e Renzi.
Per essere contro questo contesto, è qui dentro che ci dobbiamo muovere. Sembra invece che, in modo direttamente proporzionale all’approfondirsi della crisi, cresca il sinistro rifiuto di confrontarsi con tutto ciò che è al di fuori del proprio desiderio, accusando chi si muove nella realtà di esserne complice. Dal materialismo all’idealismo, la svolta è stata rapida. E l’unica passione che resta è quella per il proprio autismo politico.
Piaccia o non piaccia, odio, rabbia e rancore esistono dentro la composizione sociale, si radicano nei processi di impoverimento, diventano una seconda pelle per le figure colpite dai flutti della crisi. Pecora Rossa, agitatore rivoluzionario in un campo di lavoro tedesco nella Polonia della prima guerra mondiale, ci dice una verità di metodo purtroppo dimenticata: il problema non è l’odio, il problema è la direzione che prende. Chi non odia la propria condizione e chi ne è la causa, perché dovrebbe distruggere l’esistente? Pecora Rossa sa che non si fa la rivoluzione senza odio, e sa che se quell’odio non si dirige verticalmente si sfogherà orizzontalmente, se non viene convogliato contro la causa reale deflagrerà verso cause mistificate. Quando gli spazi della mediazione tendono ad asciugarsi, non c’è tempo per la compiaciuta recita degli ideali astratti: dobbiamo calarci dentro la durezza del reale, calarci progettualmente, calarci per sovvertirla. Marx ci ha insegnato che ambiguità e cinismo sono nelle cose, non nelle parole che lo descrivono. Chi pensa esclusivamente alle parole e se ne frega delle cose, oggi non ci serve proprio a niente.
1. “Lerner guardò il cielo fiammeggiante, gli edifici che emanavano un bagliore fantastico e i riflessi sul volto delle persone, eccitato come un bambino davanti a un incendio. ‘È la fine del mondo!’ gridò un ragazzo. ‘Ne costruiranno uno nuovo’ gli rispose un anziano”. Dentro la città che brucia, chi vuole difendere questo mondo (la sinistra, la democrazia, i buoni sentimenti) è semplicemente chi da questo mondo riceve dei vantaggi, in termini economici, di status, di riconoscimento. Che cosa gliene può fregare della sua salvaguardia chi da questo è stato preso a calci nel culo, sottomesso, spinto ai margini? 
Il nuovo mondo sarà peggio di quello vecchio!, gridano allarmati i suoi difensori. È possibile, forse addirittura probabile. Ma questo pone un problema a noi, ai Lerner e alle Pecora Rossa di oggi, non a coloro che di questo mondo non ne possono più. Ripetiamo, se l’odio si sfoga orizzontalmente, è perché noi non siamo in grado di organizzarlo verticalmente. Chi vuole spegnere l’odio da un lato è complice dei rapporti di dominio esistenti, dall’altro è un pompiere dell’illusione.
C’è di peggio. Avanza sempre più l’idea di una sorta di naturalismo politico di specifici segmenti di classe. I lavoratori cognitivi sono ritenuti naturalmente imbelli e conniventi del capitalismo, a dispetto della sempre più accentuata gerarchizzazione e divisione che ne attraverso lo spettro sociale. Sul versante simmetricamente opposto, i ceti medi colpiti dalla crisi e dal declassamento sono ritenuti naturalmente preda delle mene reazionarie. In certi casi il determinismo di classe arriva fino al vero e proprio razzismo sociale, cioè nella fobia per la plebe ignorante e barbarica. Si descrive così il punto iniziale e il punto finale, dichiarando il secondo come logica e inevitabile conseguenza del primo. Non si vede il processo, che è lo spazio dell’iniziativa politica e della possibilità di sovvertire l’esistente. Come se il processo, la lotta o l’assenza di lotta, non avesse un peso decisivo nel trasformare e sovvertire la soggettività. Peggio ancora, come se la soggettività non fosse una questione di rapporti di produzione e dunque di forza, bensì di ideali e passioni oggettivamente inscritte nella propria collocazione sociale. Dall’autonomia del politico si passa all’autonomia della filosofia politica.
Qual è la traduzione politica della fobia della plebe? L’attestazione sul frontismo democratico – figlio legittimo del pensiero della sconfitta e apripista di ulteriori sconfitte – presuntamente contro l’incedere delle destre che di quelle plebi si nutrono: allora bisogna sostenere Hillary Clinton contro il fascista Trump, il neoliberismo classico della Merkel contro i muri ungheresi, la terza via contro la Brexit, e – perché no? – il Pd di Renzi contro Salvini o la rozzezza dei 5 stelle. Chi non si allinea al frontismo democratico, insistendo nel rapporto con una composizione sociale ontologicamente nemica, è oggettivamente complice dei fascisti. In un’altra epoca li chiamarono diciannovisti, untorelli o seconda società, e li buttarono in carcere. Da Spinoza a Pecchioli il tragitto é stato compiuto con psichedelica rapidità.
2. “Lerner si era immaginato la rivolta in termini più eroici, più esaltati. Quel che vedeva erano soltanto contadini ubriachi e puzzolenti che gridavano: ‘Ammazziamo i crucchi!’. ‘Non diamola vinta ai tedeschi senza Dio!’”. All’indignazione di Lerner per quella che sembra diventare una crociata, risponde pragmatico Pecora Rossa: “Non fare l’idiota! Dobbiamo sfruttare qualsiasi pretesto!”. Dunque, quando finalmente l’insurrezione nel campo di lavoro tedesco scoppia, non è affatto come gli agitatori rivoluzionari l’avevano pensata. E tuttavia, nella storia non è mai stato altrimenti: il pretesto è sempre contingente, la scommessa strategica è sempre determinante. Non basta il primo se non c’è la seconda, e viceversa. Il primo è frutto delle circostanze, la seconda riguarda la capacità di collocarsi organizzativamente dentro la composizione di classe. Quell’esplosione Lerner e Pecora Rossa non se l’aspettavano così, ma l’hanno organizzata. E ancora: la storia della lotta di classe ci ha insegnato che il razzismo e la guerra tra poveri si sconfigge ricomponendo la forza, non sommando le debolezze. La spocchia pedagogica della sinistra non è un antidoto ai fatti di Gorino, ma una concausa. 
Allora, dopo aver sgomberato il campo dai cadaveri putrescenti della sinistra, come ripensiamo il progetto rivoluzionario dentro questo mondo che crolla? Questo è il punto. Oggi, qui in Italia, abbiamo un’occasione: è il referendum costituzionale, che ha ben poco a che fare con la riforma costituzionale. Basta girare per le città, nei bar e sugli autobus per capire che a livello di massa ci si schiera per o contro il governo Renzi. Noi sappiamo che quando il popolo si divide in due si aprono possibilità di radicalizzare il conflitto. Il no oggi rappresenta quindi un piano di politicizzazione su larga scala, ancora debole, probabilmente vago, certo estremamente ambiguo e contradditorio. Tuttavia, ci permette in primo luogo di identificare un nemico, semplificato finché si vuole, però centrale. In secondo luogo, ci permette di autonominarci su un piano massificato. Chi siamo noi? Siamo innanzitutto quelli del no. E poi tante altre cose, decisive, da costruire nel processo, se mai riusciremo a farlo. Il no non è ovviamente ancora la nostra parte, però è la condizione sine qua non perché lo diventi. Siamo contro il sì perché vogliamo cambiare davvero, siamo per il no perché questo mondo lo vogliamo distruggere. Infine, ci permette di passare dall’esaurita dialettica tra destra e sinistra alla dialettica tra sì e no. È dentro la caotica ambiguità del no che dobbiamo determinare l’egemonia di un’opzione rivoluzionaria contro una piegatura reazionaria o conservatrice. Questa è la sfida, qui e ora.
Chi ha paura dell’ambiguità, chi si ritrae sdegnato nella propria nicchia centrosocialista o gruppettara, si consegna definitivamente alla marginalità politica o alla chiacchiera da apericena. Non ti curar di loro, ma guarda e passa. Abbiamo cose più importanti da fare, perché sappiamo che quest’occasione non durerà in eterno, tutt’altro: potrebbe chiudersi
velocemente, se il sì vince, o se il no prende un’altra direzione da quella a noi utile. Per assumerci questa sfida, dobbiamo percorrere i passaggi, magari pronti a balzare in avanti. Non si tratta di autorappresentare i piccoli no che già organizziamo, ma di provare a organizzarci nel grande no che in buona parte ci sfugge. Questi passaggi ci dicono allora che oggi il no ambiguo è la condizione di possibilità del no antagonista, come il febbraio è stato la condizione di possibilità dell’ottobre. Però i ’17 non sono questione di calendari, ma di contingenze e organizzazione, di virtù e fortuna, di rette e di curve.
Nessun parallelismo improprio, per carità. Una nuova strategia poggia sempre, materialisticamente, su due verità: nulla sarà come è stato, tutto può diventare possibile. Ciò che rimane uguale è il punto di vista: la ricerca della rottura, l’odio per la quiete. O se preferite dirlo con il poeta, la ricerca della salvezza là dove massimo è il pericolo. Nello scontro politico infatti, quando la terra comincia a tremare, non ci servono i sismologi che ex post ci descrivono come sono andate le cose e perché non potevano andare diversamente. Ci serve organizzare ex ante la scommessa: collocarci sulle potenziali linee di faglia, approfondirle, trasformarle e rovesciarle. Solo guardando in faccia le fiamme dell’inferno possiamo trovare le forze per assaltare il cielo.

Fonte: commonware.org 

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