La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 11 novembre 2016

Il nostro cielo, la loro terra. Micro-ontologia di un conflitto locale

di Tommaso Guariento
“Crediamo che la distinzione più importante della sinistra di oggi si trovi tra coloro che si attengono ad una politica del senso comune [folk politics] basata su localismo, azione diretta ed inesauribile orizzontalismo e coloro che delineano ciò che deve dovrebbe chiamarsi una politica accelerazionista, a proprio agio con una modernità fatta di astrazione, complessità, globalità e tecnologia. I primi si ritengono soddisfatti con la creazione di piccoli spazi temporanei di relazioni sociali non capitalistiche, evitando i problemi reali connessi a nemici che sono intrinsecamente non locali, astratti, e profondamente radicati nelle infrastrutture di tutti i giorni.
Il fallimento di tale politica è si trova fin dal principio costruito al suo interno. Al contrario, una politica accelerazionista cerca di preservare le conquiste del tardo capitalismo, e allo stesso tempo di andare oltre ciò che il suo sistema di valore, le sue strutture di governance e le sue patologie di massa permettano”
Alex Williams, Nick Srnicek, Manifesto per una politica accelerazionista(2013)
“No HIV-TBC dagli IMMIGRATIS!!! Vitto e alloggio gratis ai TERREMOTATI” Striscione del sit-in del gruppo “Abano dice no!” 14 Settembre 2016

Cortocircuiti
Certi eventi ci costringono a prendere posizione di fronte alla realtà complessa dei fenomeni politici. Nel territorio dove vivo, la provincia di Padova, è accaduto recentemente un fatto insopportabile, ultimo anello di una catena di piccoli movimenti che si sono accumulati producendo una manifestazione cittadina. I fatti sono molto semplici: un patternricorrente negli ultimi tempi, ed in modo specifico nella regione Veneto, dove la Lega conta alcune delle sue vittorie più eclatanti. La proposta di trasformare una caserma di Abano Terme in un hub di accoglienza per migranti è stata annullata a seguito di una manifestazione spontanea di circa mille persone, organizzata dai gruppi Facebook Abano dice no! e Uno, nessuno, STOP profughi. Eventi di questo tipo sono purtroppo all’ordine del giorno, e forse qualcuno si ricorderà ancora del caso di Graziano Stacchio, il benzinaio che ha sparato ai suoi rapinatori, uccidendone uno. Il caso ha avuto molta diffusione nei social network, e Matteo Salvini ha contribuito a rivendicare questa triste vicenda come una narrazione tossica a sostegno della territorialità estrema e del principio di legittima difesa. Si tratta di un evento sostanzialmente identico a quanto è accaduto a Goro, dove il posto delle transenne è stato occupato da fiaccolate e sit-in permanenti.
Affermo che questo evento recente – una fiaccolata di uomini e donne bianche che protesta per la difesa dell’ordine e della sicurezza del proprio territorio – è il riverbero di una serie di movimenti sotterranei che da molti anni contribuiscono ad alzare il livello della paura e dell’odio negli interstizi della vita quotidiana. Un sindaco arrestato a tre giorni dall’elezione per corruzione, un servizio di trasporti in lotta sindacale, un’economia totalmente fondata sul turismo tedesco e francese in rapido affossamento: questa è la realtà di Abano Terme. E poi arrivano anche i profughi che rubano il lavoro, sporcano, si drogano e vogliono pure un’accoglienza gratuita: la situazione è inaccettabile. È da anni che è possibile leggere nei discorsi e nei gesti di persone giovani e meno giovani uno stato di insofferenza: un mixesplosivo di diffidenza, depressione, paura ed odio che emerge qua e là in tentativi di ronde notturne, nel razzismo malcelato di autisti e controllori sottopagati, nei volti distrutti dei lavoratori migranti, anch’essi sottopagati. Ma non è che a Padova ed in provincia non esistano realtà che invece si oppongono a questa tendenza xenofoba e fascistoide: è che la politica locale è un affare sporco, legato alla terra, che deve tentare il dialogo con una parte della popolazione ignorante, impaurita ed arrogante, legata ad un territorio di cui ha dimenticato la storia, e che ora emerge anche come istanza violenta di protesta.
Prendere posizione significa comprendere il cortocircuito fra due piani fra loro distantissimi, eppure legati da una serie ramificata di anelli intermedi. Potremmo chiamare queste due polarità il cielo e la terra della politica. Dico questo perché negli stessi anni in cui a livello locale questi spasmi micro-fascisti sono osservabili nella vita quotidiana di province come Abano o Goro, a livello globale si parla invece di politica accelerazionista e di automatizzazione del lavoro. In un passaggio molto importante del manifesto accelerazionista di Williams e Srnicek, le folk politics vengono accusate di localismo ed inefficacia, e di miopia nella scelta del campo di lotta. Solo una politica che sia in grado di analizzare le astrazioni più immateriali del platform capitalism potrà ridestare le sorti narcotizzate di una politica troppo legata alla terra ed ai territori.
Moltitudine, Bloom e i margini del politico
“Poiché la giornata dell’uomo contemporaneo non contiene quasi più nulla che sia ancora traducibile in esperienza: non la lettura del giornale, così ricca di notizie che lo riguardano da un’incolmabile lontananza, né i minuti trascorsi al volante dell’automobile in un ingorgo, non il viaggio agli inferi nelle vetture della metropolitana né la manifestazione che blocca improvvisamente la strada, non la nebbia dei lacrimogeni che si disfa lenta fra i palazzi del centro e nemmeno i rapidi botti di pistola esplosi non si sa dove, non la coda davanti agli sportelli di un ufficio o la visita al paese di Cuccagna del supermercato, né i momenti eterni di muta promiscuità con degli sconosciuti in ascensore o nell’autobus. L’uomo moderno torna a casa alla sera sfinito da una farragine di eventi – divertenti o noiosi, insoliti o comuni, atroci o piacevoli- nessuno dei quali è però diventato esperienza” (Giorgio Agamben, Infanzia e storia, 1978)
“Nulla rivela a tal punto l’enorme storica positività dell’autovalorizzazione operaia, nulla più del sabotaggio. Nulla più di quest’attività continua di franco tiratore, di sabotatore, di assenteista, di deviante, di criminale che mi trovo a vivere. Immediatamente risento il calore della comunità operaia e proletaria, tutte le volte che mi calo il passamontagna. Questa mia solitudine è creativa, questa mia separatezza è l’unica collettività reale che conosco […] quanto più la forma del dominio si perfeziona tanto più è vuota, quanto più il rifiuto operaio cresce tanto è pieno di razionalità e di valore. La forza, la violenza, il potere: non possono misurarsi che su questa legge. Ed è su questa legge, è sulla serie di corollari che ne vengono, che l’organizzazione, il programma, le previsioni dei comunisti debbono fondarsi. Il nostro sabotaggio organizza l’assalto proletario al cielo” (Antonio Negri, Il dominio e il sabotaggio, 1977)
Fra la fine degli anni ’90 ed i primi 2000 tra le molte teorie che cercavano di cogliere le contraddizioni della globalizzazione, l’idea della moltitudine interconnessa e quella dell’individuo anonimo ma potenzialmente rivoltoso si dividevano uno spazio di appartenenza ideologica e politica. La Moltitudine di Negri ed Hardt contro il Bloom di Tiqqun. Da un lato abbiamo l’idea che il politico debba essere disseminato in una rete di movimenti locali interconnessi globalmente verso una lotta contro gli stessi nemici (il neoliberalismo, le destre europee ed internazionali), dall’altro si ha l’ipotesi – totalmente utopica – della costruzione di sfere di esistenza autosufficienti, esterne allo Stato, e disinteressante ad ogni possibilità di costruire un potere costituente. Sono teorie altamente elaborate dal punto di vista concettuale, e non possono che rivolgersi alle élites militanti altamente scolarizzate. Esse prendono come punto di partenza la metropoli, il luogo dove il tardo capitalismo accentra e consolida il suo potere.
Ma cosa accadeva ai margini del politico, delle capitali europee e dell’Europa? Chiamerei questo fenomeno privazione del senso, qualcosa di simile al concetto di apocalisse culturaledescritto da Ernesto De Martino nel suo ultimo lavoro. L’apocalisse culturale è un fenomeno sociale che coinvolge aspetti collettivi di dissoluzione psichica. Nelle società d’interesse etnografico, il colonialismo materiale e simbolico ha prodotto la distruzione dei modi di organizzare ritualmente la vita quotidiana. Spezzati i legami con miti e riti, queste popolazioni vengono trasformate in morti viventi, destinante al suicidio personale e collettivo: una sorta di “morte psichica”, un totale disorientamento nei confronti delle strutture del mondo moderno. Se la teoria di De Martino poteva denunciare una morte termica culturale, per cui la dissoluzione delle forme di vita simboliche avrebbe condotto ad una cessazione delle vite reali di queste popolazioni – ciò a cui assistiamo oggi nel caso degli atti di terrorismo e dei vari fascismi emergenti in Italia, in Francia, in Siria o negli Stati Uniti è una reazione violenta di negazione della propria dissoluzione.
La costruzione dei fascismi (nei suoi vari livelli di radicalizzazione) passa per l’individuazione di un capro espiatorio (un nemico esterno), la realizzazione di una identità nuova (l’invenzione di una tradizione), la crescente chiusura del gruppo di appartenenza ed infine il passaggio all’atto, ovvero la violenza contro coloro che non appartengono a questo gruppo. È un processo di condensazione, descrivibile secondo le categorie di Elias Canetti come costruzione di un cristallo di massa: un’organizzazione identitaria e chiusa che nasce da uno stato di insensatezza, subordinazione e dissoluzione dei legami sociali.
Micro-ontologie
Nel corso dell’ultimo anno mi sono trovato a scrivere ed a discutere a proposito delle analogie che sussistevano fra i vari movimenti neo-identitari, neo-reazionari e neo-fascisti emersi nell’America di Trump, nella radicalizzazione dello Stato Islamico, ma anche (e soprattutto) nelle politiche populiste della Lega e del Front National. Quello che è emerso nel corso di questa analisi è uno strumento concettuale che ho chiamato micro-ontologia. Il termine aveva una genealogia antropologica, filosofica e sociologica, che procede dalla micro-fisica del potere di Michel Foucault alla micro-storia di Carlo Ginzburg, ma che si fondava soprattutto sulla sferologia di Peter Sloterdijk, sull’Actor–network theory di Bruno Latour e a margine del dibattito sull’ontological turn nell’antropologia francese contemporanea. Muovendo dal principale lavoro di Philippe Descola (Par-dèlà Nature et Culture), consideravo che il termine filosofico “ontologia” (la scienza della categorizzazione degli enti) dovesse essere interpretato anche in senso antropologico come strumento di definizione delle unità naturali/culturali ribattezzate da Latour “collettivi”. Un’ontologia è quindi una struttura cognitiva e politica, legata non tanto ad una geografia o ad un’appartenenza linguistica, ma ad un modo di fare e di pensare. Ciò che avevo scelto di chiamare micro-ontologia costituiva invece un modello concettuale per analizzare delle situazioni-limite, dei margini, delle zone di conflitto. Non solo: volevo affermare, seguendo Sloterdijk, che la fine delle grandi narrazioni di cui parlava Lyotard non si esauriva in una liquidità postmoderna nella quale lo spazio trascendentale si evaporava in deserto di senso, ma, al contrario, il vuoto lasciato dalle narrazioni teologiche, psicanalitiche e politiche avrebbe dato luogo ad una proliferazione incontrollata di micro-identità in lotta.
Questo strumento concettuale permette di discernere varie sfumature: il modello più semplice per rendere conto del suo funzionamento è quello di pensare alla definizione della monade Leibniziana: un micro-universo di senso che riflette la totalità del cosmo secondo la propria prospettiva. Nel caso di un conflitto di identità politiche e culturali, come quello che è avvenuto ad Abano, le grandi macro-categorie dell’analisi politica tradizionale risultano inefficaci: non si tratta né di classi, popoli, culture o religioni. La micro-ontologia è qualcosa che compare nel momento stesso del confitto, una sfera identitaria e contraddittoria che deforma i caratteri dell’alterità percepita sino a renderla mostruosa e potenzialmente minacciosa. È un fenomeno che si diffonde su vari piani: nell’universo della comunicazione sui social network si parla di bolle algoritmiche per indicare qui dispositivi di selezione e censura dei contenuti che visualizziamo via Google o Facebook. Nel campo della politica ha a che vedere con i movimenti neo-reazionari e populisti che, a livello locale, rigettano come pericolose le forme democratiche, il multiculturalismo, il femminismo ed in generale l’apertura nei confronti di tutto ciò che viene etichettato come “anormale”. Le micro-ontologie comprimono due polarità estreme: il locale e l’universale.
Quanto affermano gli autori del manifesto accelerazionista è solo in parte corretto: è infatti innegabile che la posta in gioco per una politica radicale debba anche essere legato ad una prospettiva siderale, al campo dell’astrazione algoritmica, della temporalità complessa dei mercati finanziari, alla creazione di dispositivi di lotta come la moneta del comune. Non bisogna però scordare la controparte tellurica, e cioè il fatto che nelle periferie culturali ed urbanistiche dell’accumulazione capitalistica, nuove forme identitarie sorgono e si consolidano.
Tecnoreazionari
Affermare che in un conflitto locale emerge una componente globale significa tentare di ricostruire gli anelli della catena che procedono dalle forme di vita individuali (ciò che potremmo chiamare con James Scott, infra-politica) e si espandono sino ad arrivare a piattaforme astratte ed universali. C’è infatti un nesso fra il manifesto accelerazionista e le tristi vicende della provincia di Padova. L’idea che la democrazia sia un progetto fallimentare e che l’unica forma di politica realistica sia descrivibile come un universo policentrico di identità in lotta è affermato anche da coloro che il manifesto l’hanno ispirato. Perché è possibile essere reazionari a livello locale (come ne caso del populismo della Lega o del Front National), ma lo si può essere anche dall’alto. E qui entra in gioco il manifesto: la fonte esplicita del tema dell’accelerazione è il filosofo inglese Nick Land, che negli anni ’90 aveva spinto alle estreme conseguenze l’inumanismo di Deleuze e Guattari, riflettendo sul nesso fra capitalismo, cibernetica ed evoluzionismo. Negli ultimi anni, Land è passato dalla prospettiva di una teoria critica estremamente apocalittica e disincantata a delle posizioni decisamente reazionarie, espresse nelle pagine del suo blog sotto la voce Dark Enlightenment. Land assume che l’unica strategia politica accettabile nella situazione presente sia quella di un ritorno all’ancien régime, ovvero ad un autoritarismo illuminato, prendendo spunto dal governo di città-stato come Singapore o Shangai, ma anche dal tech secessionism della Silicon Valley. Tecnicamente sarebbe sbagliato parlare di nuove forme di fascismo, perché in effetti l’ondata neoreazionaria o alt-right nell’infosfera della politica statunitense presenta dei fenomeni completamente innovativi rispetto al fascismo storico ed alle sue forme derivate nella politica populista italiana o francese. La tecnologia è la chiave di tutto. L’idea centrale dei neoreazionari è di assumere fino in fondo la dipendenza reale della sfera politica da quella tecnologica ed economica. Il potere, inteso nella definizione di Canetti come formula del comando, acquisisce una particolare connotazione nell’epoca del platform capitalism. Secondo autori come Mckenzie Wark e Nick Srnicek il particolare tipo di autorità politica esercitato dalle nuove piattaforme della Silicon Valley (i gestori dei social networks, ma anche tutti quei servizi come Uber o Airbnb che monopolizzano interi settori precedentemente legati alle imprese locali o statali) appartiene ad una classe capitalistica dalla caratteristiche particolari chiamata “vettorialista”. La classe vettorialista non si occupa della produzione di beni, ma del loro smistamento. Come ha rilevato Wark, nell’infosfera contemporanea si sta assistendo ad un fenomeno descrivibile nei termini della “cosiddetta accumulazione originaria” di cui parla Marx nel Capitolo XXIV del primo libro del capitale. Territori precedentemente posseduti da coloro che lavoravano la terra secondo un modo di produzione precapitalistico vengono prima espropriati, e successivamente costoro vengono costretti ad un lavoro salariato negli stessi luoghi. Allo stesso modo i servizi di ricerca, i social networks, le piattaforme di distribuzione di beni vengono centralizzate informaticamente nelle mani di un piccolo gruppo di aziende situate principalmente nella Silicon Valley, diffondendo globalmente i loro servizi ed i loro prodotti mediante meccanismi di polarizzazione dello stoccaggio e della logistica. Coloro che sono impiegati nell’ultimo anello della catena, lo dimostra il caso Foodora, sono oggetto di un processo di distruzione continua dei diritti sindacali, ridotti ad una forma di neoschiavismo. La classe vettorialista non opera dunque nella produzione dei beni, o nell’estrazione delle materie prime, ma nel coordinamento e nel governo dei flussi di distribuzione. Essa opera ad un livello sovranazionale, mantenendo una sede fisica nelle grandi metropoli o nella aree di più altra concentrazione del capitale.
Rumore
“La città mangia e dorme rumore. Attinge rumore da ogni secolo. Produce gli stessi rumori che produceva nel diciassettesimo secolo, insieme a tutti quelli che si sono sviluppati da allora fino a oggi. No. Ma il rumore non mi dà fastidio. Il rumore mi stimola. La cosa importante è che ci sia” (Don DeLillo, Cosmopolis)
“Il capitale deve essere compreso nel senso specifico della classe che possiede i mezzi di produzione. In molti casi questo non è più il luogo del potere. Il vettore può girare attorno non solo al lavoro, ma anche al capitale. Il potere ascendere sopra il lavoro ed il capitale è la classe vettoriale. Essa non controlla più la terra o l’industria, ma l’informazione. Non ricava un guadagno dal plusvalore come rendita o profitto, ma come interesse” (Mckenzie Wark, The Vectorialist class)
Se prestassimo ascolto alla parole di Nick Srnicek e di Alex Williams, dovremmo affermare che: a. le politiche locali sono inefficaci e storicamente obsolete, b. che il platform capitalism non conosce opposizioni se non quelle che casualmente ed in modo disorganizzato tentano di costruire nuove forme di vita che contestano, per mezzo della loro stessa esistenza, un sistema che è oramai talmente articolato da diventare quasi una “seconda natura”. Queste posizioni pessimistiche e realistiche nel campo dell’economia politica hanno una eco “esistenziale” nelle amare riflessioni sul Capitalismo 24/7 di Jonathan Crary. Le recenti trasformazioni dell’automatizzazione del lavoro e dell’economia dell’attenzione hanno prodotto una situazione esistenziale di completo scoramento che secondo Crary può solamente essere contrastato da una ripresa delle utopie comunitarie degli anni ’60 e ’70. Nelle ultime pagine di 24/7 Crary rievoca l’idea sartriana del gruppo in fusione, ammettendo che solo un diverso modo locale di concepire le forme di vita può contrapporsi alla dissoluzione del welfare state, delle strutture dell’esistenza comune ed alla progressiva estensione del lavoro in ogni interstizio della vita privata. Non è quindi un caso se nelle pagine di 24/7 Crary ritorni sulle teorie “anarco-utopiste” di Tiqqun che contrappongono alla de-territorializzazione ed all’accelerazione del nuovo capitalismo una necessità generale di rallentamento:
Il sabotaggio luddista non va interpretato in una prospettiva marxista tradizionale come una semplice ribellione primitiva in rapporto al proletariato organizzato, come una protesta dell’artigianato reazionario contro l’espropriazione progressiva dei mezzi di produzione che provoca l’industrializzazione. È un atto deliberato di rallentamento dei flussi di merci e di persone, che agisce in anticipo sulla caratteristica centrale del capitalismo cibernetico in quanto movimento verso il movimento, volontà di potenza, accelerazione generalizzata“Tiqqun, L’ipotesi cibernetica
Il rallentamento ha a che vedere con quello che nella teoria informatica della comunicazione è definito “rumore”. Com’è noto, secondo questa teoria, la comunicazione (a livello astratto) avviene fra un emittente ed un destinatario per mezzo di un canale. La classe vettorialista dispone oggi del possesso del canale, ovvero di ciò che consente la circolazione e la distruzione dei flussi di merci, informazioni, narrazioni e persone. Il rumore è l’elemento caotico che impedisce il corretto funzionamento dello scambio del messaggio fra l’emittente ed il destinatario. Il rumore è un intralcio, un sabotaggio, uno sciopero, ma può essere compreso anche come la scelta deliberata di decelerare le forme di vita. Il rumore appartiene alle popolazioni indigene quando si oppongono all’invasione dei loro territori; agli operai in sciopero, quando reclamano delle condizioni di lavoro migliori.
Cristalli d’insorgenza
La necessità delle lotte locali si connette secondo una scala ascendente ai problemi globali dell’emergenza dei nuovi populismi e delle nuove forme di politica reazionaria che, ad esempio, caratterizzano oggi la composizione dei giovani elettori di Donald Trump. L’Alternative right rivendica una posizione politica di nazionalismo bianco, patriarcale che si opponga alle questioni di giustizia di genere e razza. L’Alt-right non rappresenta direttamente Trump, ma lo sopporta in quanto portatore di un messaggio consono alle proprie richieste. Allo stesso modo, negli aberrati episodi di rifiuto all’accoglienza dei migrati a Goro o ad Abano, masse organizzate di “liberi cittadini” si riuniscono per rivendicare il diritto alla difesa del loro territorio da un’invasione esterna e per protestare contro il diritto alle unioni civili per le coppie omosessuali. L’ipotesi dei Dark Enlightenmentdi Land, pur condividendo le stesse ipotesi razziste e patriarcali delle destre alternative e dei movimenti populisti locali, “eleva” il livello della riflessione, sostenendo che ormai la democrazia è un sistema politico sorpassato e che l’unica prospettiva attualmente sostenibile è quella di una dissoluzione delle unità statali verso la creazione di macropoli metropolitani dotati di tecnologie altamente automatizzate, gestite da una legislazione autonoma e dai confini totalmente impermeabili.
L’ipotesi delle micro-ontologie dovrebbe servire ad rendere più chiari fenomeni come questi, che connettono livelli e piani della realtà estremamente distanti. Si può quindi affermare che è proprio nei casi d’insorgenze locali che mi manifesta in modo cristallino o prismatico il riverberare di questioni politiche, culturali ed economiche globali e che il disinteresse per questi fenomeni da parte delle teorie accelerazioniste costituisce una grave lacuna. La natura della realtà sociale è complessa ed apparentemente autosimilare, non si può pensare di contrastare l’emergenza di cristalli di massa neoreazionari attraverso un’operazione globale di cognitive mapping della situazione politico-economica globale, come pretenderebbe Nick Srnicek. Non lo si può fare perché è necessario ammettere che anche questa ipotesi fa parte di una bolla informatica di incomunicabilità – una sorta di nicchia protetta nella quale la quotidiana e continua distruzione del senso, la dissoluzione dello stato sociale ed il rinnovato classismo del sistema educativo giungono solamente come rumori ovattati, attenuati dal nostro piccolo universo di senso.
Sarebbe invece necessario iniziare a pensare ed elaborare strumenti teorici e pratici per infrangere i confini di queste molteplici bolle informatiche, culturali e politiche, un compito che riteniamo collettivo ed attualmente inderogabile.

Immagine in apertura: foto di Donatello Tore
Fonte: Effimera.org 

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