di Roberto Romano
Probabilmente il voto di domenica è lo spaccato fedele dello stato di salute della così detta middle class. La questione è stata fotografata e rappresentata dal Censis, ma non basta denunciare che gli under 35 hanno perso in 25 anni il 26,5% del loro reddito, mentre gli over 65 hanno, invece, hanno guadagnato il 24,3%. È una rappresentazione che non fa i conti con la storia e rischia di generare un conflitto generazionale ingiusto rispetto ai giovani e alla persone più anziane. Non solo perché il problema della middle class è un problema europeo, ma perché ha dei colpevoli.
L’impoverimento dei giovani e la tenuta degli anziani è legata a due modelli economici molto diversi: gli anziani sono figli di Keynes; i giovani sono figli di Reagan- Thatcher e delle peggiori applicazioni fatte in Europa. La politica economica sottesa, in ragione di una presunta superiorità del mercato e, in particolare, della liberalizzazione del mercato del lavoro, ha distrutto le autorità salariali. La posizione (politica) di alcune importanti agenzie di rating sull’eccesso di socialismo nelle costituzioni europee, figlie di Keynes e Roosvelt, è il tentativo (rozzo) di ripristinare l’economia del leverage come motore della crescita. La Storia non la conoscono e, soprattutto, perdono di vista il ruolo fondamentale del lavoro e dell’autorità salariale. Queste agenzie hanno paura dell’autorità salariale, pur riconoscendo che la crisi è legata alla carenza di domanda. Davanti all’ennesimo tentativo di flessibilizzare i diritti, in questo caso costituzionali, le persone perbene hanno detto no. La narrazione del mercato e del merito non hanno convinto le persone perbene; hanno pagato duramente e sulla propria pelle la delegittimazione politica dei corpi intermedi.
Sebbene l’impoverimento della classe media si manifesta durante la crisi iniziata nel 2007 perché è venuto meno il reddito (compensativo) legato al leverage, qualcosa di più profondo attraversa la società. Fin tanto che il leverage compensava la perdita di reddito da lavoro dipendente, il salariato non era interessato al contratto e alla sua funzione macroeconomica. Rinunciava ai diritti, ma il tutto era più che ricompensato dalla crescita del reddito complessivo legato alla possibilità di consumare a debito. Se il valore del patrimonio sotteso cresceva, il consumo a debito non era un problema. Il tema non è nuovo (Riccardo Bellofiore, Joseph Halevi, Sylos Labini, Paolo Leon), e richiama una immensa questione sociale, cioè quella della sussunzione del lavoro all’interno dell’economia del leverage.
Quello che abbiamo visto domenica è la reazione giustificata di una intera classe media dimenticata dalla politica che, nel frattempo, ha perso per strada la storia e piegato i bisogni delle persone a pura tecnica. L’OIL (Organizzazione mondiale del lavoro) lo spiega molto bene nel report Europe’s disappearing midle class. La classe media, calcolata come gruppo che hanno un reddito compreso tra l’80% e il 120% del reddito mediano di uno stesso paese, si è ridotta e impoverita soprattutto perché è venuta meno l’autorità salariale. La classe media in Germania era pari al 30% dieci anni fa, mentre oggi rappresenta il 27%; in Spagna era pari al 29%, mentre oggi è pari al 25%; in Danimarca la classe media passa dal 44% al 40%. L’Italia segue lo stesso trend: attualmente la classe media è pari al 29%. Un bel declino rispetto a dieci e più anni addietro. Secondo l’OIL è proprio l’indebolimento del potere contrattuale dei sindacati e della contrattazione collettiva la causa dell’impoverimento della classe media. Solo per ricordare una affermazione presente nel rapporto dell’OIL, ricordo che il segretario di stato presso il ministero del lavoro federale, Thorben Albrecht, ha ammesso che il ceto medio tedesco si è ridotto a causa dell’avanzare delle forme atipiche del lavoro, soprattutto nei settori che storicamente sono stati tra i più tutelati (manifatturiero).
Il Censis ha ricordato a tutti che il 63% dei contratti in Italia sono termine, con punte che sfiorano l’80% in Polonia. La società europea potrebbe arrabbiarsi e forse ha cominciato a farlo. La crescita dei working poor, l’ipotesi di una jobless society, lo sviluppo tecnologico lasciato al mercato, non è risolvibile a colpi di fiducia-sfiducia. Servirebbe un orizzonte adeguato, cioè una politica alla altezza della sfida. Biasco ricorda che “finché un nuovo orizzonte politico e intellettuale, di principi, di governo della società, di creazione della ricchezza, di concezione dei rapporti sociali rimarrà inarticolato e non riuscirà a generare una mobilitazione di massa, l’imprinting farà riapparire le idee neo liberali come unica saggezza convenzionale che l’opinione pubblica ha più facilità a percepire e a cui finisce per aggrapparsi”. Forse la sinistra potrebbe capitalizzare il no al referendum, ma deve trovare una narrazione all’altezza della sfida che deve affrontare.
Fonte: controlacrisi

Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.