La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 18 febbraio 2017

Forma è sostanza. Appunti su forme della politica e forme di vita

di Rocco Albanese 
In questi giorni si celebra a Rimini la nascita di un nuovo soggetto politico della sinistra. Il congresso fondativo di Sinistra Italiana arriva, però, in un momento caratterizzato da contraddizioni tanto generalizzate quanto profonde. Ed è da un punto di vista generazionale che vale la pena guardare a queste contraddizioni, così come all'apertura di uno spazio politico che aspira ad essere “nuovo”. Appena due mesi fa, il referendum costituzionale si rivelava lo strumento con cui l'81% delle persone tra i 18 e i 34 anni tirava un gigantesco schiaffo all'establishment e al grande bluff renziano. Sarebbe però un errore madornale astrarre, mitizzare e semplificare quel voto generazionale.
È vero che esso, per le sue proporzioni, ha assunto la fisionomia di una rivolta. Ma non è men vero che le cifre di questa rivolta sono soprattutto la stanchezza, il disincanto, il risentimento. Come scriveva Gesualdo Bufalino, infatti, “nell’asfissia del sentire, che a gara con l’altra del respiro ci soffocava le fauci, ogni parola grande stingeva, appariva una truffa di adulti. Anche la libertà, anche la verità”.
Le parole, le cose e le persone sono stanche. Giunti ormai al decimo anno della Grande Crisi, la sensazione comune è che la vita quotidiana, precarizzata in un eterno presente senza possibilità di progetto, si risolva in una assurda corsa sul posto. L'isolamento dal complicato calore delle relazioni umane, sociali, politiche, pare ormai un dato assunto: tanto che è proprio la generazione tra i 18 e i 29 anni, in una quota dell'83%, a chiedere per l'Italia un “Uomo forte”.
Tra questa richiesta e il voto referendario, la simmetria è così evidente da risultare inquietante e da indagare. Ma sarebbe segno di ingenuità – o di scarsa onestà intellettuale – stupirsi di simili indicazioni su base generazionale. Il fatto è che tutto il mondo è inquietante. La crisi ecologica che avanza devastante, anche se poco visibile sui radar del mainstream. La crisi economica “normalizzata” nell'austerità, che è politica economica così come forma di governo a-democratica. La sostanziale implosione del progetto europeo, capace di cannibalizzarsi da sé. Le trasformazioni strutturali della composizione del lavoro, che sono non occasione per ripensare i modi di produzione bensì pretesto di precarizzazione generalizzata della vita. I crescenti flussi migratori, strumentalizzati per alimentare una guerra tra poveri già ben oltre i livelli di guardia. La prevedibile ascesa di vecchi e nuovi fascismi.
Insomma, si annaspa. Si inghiotte molta acqua e si resta in apnea il più possibile. E non si affoga solo perché, in particolare in Italia, risparmio privato, welfare familiare e alcuni lavoretti precari consentono di sopravvivere senza che si produca una situazione di effettiva deprivazione materiale. Sopravvivere, appunto: una condizione di vita che può far sentire soli e sommersi dallo squallore, quando non precipitati in auto-colpevolizzazione e disperazione. È di questo che parlava l'agghiacciante lettera di “Michele”, che di recente si è tolto la vita.
Una questione di qualità
Nel deserto desolato che per troppe persone è la vita, le pratiche e i soggetti dell'azione politica scompaiono poiché non si riesce a percepirne l'utilità. Ciò è vero soprattutto per la sinistra, che sulla trasformazione dello stato di cose esistente ha sempre basato la propria ragion d'essere. In particolare in Italia, la sinistra non esiste più o quasi. I movimenti sociali latitano con poche eccezioni, e sul piano dei soggetti politici la situazione è altrettanto frammentata e frustrante. Un quadro del genere sembra autorizzare al proverbiale ritiro nel privato, magari delegando “in bianco” la propria voce a PD e/o M5S. Eppure, come sappiamo, “per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni epoca e in ogni circostanza, ma mai, senza lotta, si potrà avere la libertà”(Fidel Castro).
Accingersi a fondare un'organizzazione politica significa scegliere di continuare a lottare. Ma un tale passo impone di sciogliere precedenti, più grandi interrogativi: come può essere utile un'azione collettiva politicamente organizzata?, e utile, poi, a fare cosa?
Ebbene, mi pare possibile rispondere che un soggetto politico è utile se in un tempo non più moderno risulta uno strumento adeguato di rivoluzione. Se, in altri termini, esso è in grado di operare dentro e contro il modello dominante di relazioni sociali – proprio “lui”: il capitalismo – per infettarlo e disattivarlo progressivamente. In concreto questo significa alcune cose.
Primo: elaborare pubblicamente il lutto, di modo da fare davvero i conti con la complicata eredità della sconfitta della sinistra novecentesca (ad es., non può più rimuoversi l'esigenza di un serio bilancio sul lustro 2008/2013).
Secondo: fare un bagno di umiltà e ripartire dall'abbiccì della politica, ossia individuazione di priorità e proposte, scelta collettiva di strumenti e luoghi di discussione, pratica dell'obiettivo e ricerca costante della partecipazione. Terzo: avere chiarezza e ammettere che è definitivamente scaduto il tempo per traccheggiare e parlare parole ambigue.
Non è casuale che, nel nostro Paese, una grande esigenza di coerenza e cambiamento sia stata assorbita e svilita nella sola logica della “lotta alla casta”, per poi venire capitalizzata dal M5S nello slogan “onestà”. Infatti, come le vicende degli ultimi mesi dimostrano il MoVimento è il miglior nemico possibile per i ceti dominanti. Risultando sempre più un partito – altro che non-partito! – strutturato e animato da ombre, contraddizioni e lotte di potere, il M5S può anche fare la voce grossa e funzionare, finché dura, da agenzia trasversale del consenso elettorale. Ma questo non toglie che esso da un lato si riveli come una funzione strumentale del potere, dall'altro abbia un'impostazione radicalmente inadeguata.
Naturalmente l'inadeguatezza pentastellata non va cercata nel suo “populismo”. Tutto ciò che è o appare contrario all'establishment è considerato populista, e pertanto il populismo è oggi più che mai significante vuoto e, per così dire, “registro linguistico”. Il punto, allora, sono i contenuti e le pratiche: non tanto lo stile adottato per comunicare, quanto il cosa si predica e il come si razzola. A questo proposito, è sempre più chiaro che i 5 Stelle si risolvono in un grande gioco delle tre carte, in un pauroso riduzionismo che annulla il paesaggio sociale in due poli: il grande MoVimento che tutto assorbe e rappresenta; il cittadino individuo che non è singolarità-nella-comunità, ma solitudine indistinta capace di trovare voce solo in chi dall'alto gliela attribuisce. Il MoVimento, al di là di un immaginario fondato su Rete e democrazia diretta, è la più grande negazione di partecipazione: esso teorizza e pratica la delega in bianco, data soltanto in nome del risentimento verso l'establishment.
Altre forme di vita
I 5 Stelle sono una risposta inadeguata ma senz'altro affrontano la domanda giusta. In altri termini, per un soggetto politico che voglia essere adeguato al tempo presente è indispensabile interrogarsi a fondo su profilo, forme e metodi della partecipazione. Il grande tema, allora, è quello della cultura politica che un'organizzazione concretamente incarna e sviluppa.
Sul punto conviene essere chiari: il percorso che conduce al congresso di Rimini è quanto di più lontano da una simile esigenza di discussione. Sarebbe stato importante trasformare la fase congressuale in una carovana dell'alternativa, capace di attraversare l'Italia in maniera inclusiva. Sarebbe stato opportuno cogliere l'occasione di discutere alla luce del sole di quella che Pepe Mujica definisce Alta Politica: le direzioni strategiche e le conseguenti opzioni di contenuto e proposta; i canali di soggettivazione socio-politica e l'ibridazione tra “sociale” e “politico”; gli strumenti di partecipazione e il lavoro sui contenuti a prescindere dal possesso di una tessera.
E invece siamo stati costretti a subire avvilenti politicismi, ridicole discussioni tattiche sulle alleanze, linguaggi contorti e oscuri. Sino alla recente apoteosi, per cui è stato possibile cominciare a blaterare di “nuovo centrosinistra” con un PD de-renzizzato senza condurre – sul piano storico e/o sul piano della comparazione degli attuali sistemi politici – la benché minima analisi sulle ragioni di questa proposta, che ambirebbe addirittura a rifondare una cultura di governo della sinistra.
La verità è che in chi propone campi del progressismo, tanto larghi quanto evanescenti, risultano disarmanti la subalternità culturale (che sarebbe identica, peraltro, se nell'ordine del discorso al posto del PD ci fosse il M5S) e l'ambiguità politica: e talvolta, come nel caso di Giuliano Pisapia, la cosa sorprende e dispiace. Nonostante il monito che Luciana Castellina, con la consueta lucidità, aveva lanciato all'indomani del 4 dicembre, si è permesso che il dibattito sulla nascita di un soggetto politico nuovo a sinistra fosse sequestrato dalla “ossessione governista”. Questa impostazione non solo implica una postura elettoralista, più o meno disinteressata; essa attesta soprattutto l'incapacità di comprendere la portata della sfida che si vorrebbe affrontare. Detto in altri termini: a chi oggi ha trent'anni ed è mediamente politicizzato non importa un fico secco delle sorti della sinistra. Tutt'al contrario, a questa generazione può forse interessare ragionare – nel poco tempo di vita liberato a disposizione – di come si costruisce, qui e ora, una rivendicazione grande e epocale sul terreno delle forme ed istituzioni della politica: ossia della possibilità concreta di decisioni libere e condizioni di vita degne.
Alla fine dell'800 suffragio universale, principio di maggioranza e democrazia rappresentativa furono – accanto, ovviamente, alla rottura rivoluzionaria – le grandi rivendicazioni con cui le masse, facendo maturare i frutti migliori del pensiero moderno, pretesero e ottennero l'accesso alla partecipazione politica. Similmente, in un'epoca che non è più moderna non è consentito abbassare l'asticella, pena l'irrilevanza. Occorre quindi trovare proposte e obiettivi per consentire ai senza potere di accrescere, integrare e rivoluzionare i canali di accesso alla democrazia. In questa ottica è davvero illuminante il motto per cui “la forma è sostanza”: e non è detto, in tal senso, che una maggioranza sociale possa trovare voce soltanto nel (machista) principio di maggioranza che informa la democrazia rappresentativa. La preziosa lezione di teorie e prassi riguardanti i beni comuni e il diritto alla città pare proprio questa. L'obiettivo non può essere l'eliminazione dell'opposizione pubblico/privato, da sostituire in toto con le dimensioni del comune e della cooperazione sociale: qualcosa del genere accadrà, forse, alla fine dell'interregno che stiamo vivendo; immaginare oggi simili esperimenti “a freddo” sarebbe quindi velleitario e addirittura controproducente, poiché condurrebbe ad un riduzionismo uguale e contrario a quello moderno che si vorrebbe contrastare.
Più interessante può essere, allora, agire in modo contro-egemonico nelle crepe dell'edificio della modernità, per sabotarne strumenti e schemi di relazione sociale: per far sbocciare, tra pubblico e privato, altre forme di vita. Forme liberate e capaci di fronteggiare il capitale per sottrargli terreno, disattivando la sua logica e togliendo al mercato il ruolo di unico costruttore del valore. È questo che può succedere, in concreto, quando un soggetto, nella sua posizione di componente di una comunità, rivendichi l'uso pubblico e la “natura” comune di un bene, così risultando abilitato, a prescindere dal fatto che la proprietà sia pubblica o privata: sia a prendersene collettivamente cura; sia a contrastare, anche con azioni legali individuali, eventuali spossessamenti.
Per un “partito piattaforma”
Se la portata della sfida è non minore di quanto appena osservato, il soggetto politico che viene ha una reale – ma non facile – possibilità di essere un utile agente di trasformazione, ossia una sorta di facilitatore di processi ri-costituenti. Esso, infatti, potrebbe e dovrebbe agire strutturalmente come luogo di incontro accogliente e attraversabile: più precisamente un “soggetto incompiuto” sempre disposto a farsi “scavalcare”, ma sempre in grado di stimolare, promuovere e rappresentare nuove forme della politica.
Un simile avanzamento di cultura politica si regge su due pilastri. In primo luogo, lungi dalla scomparsa o liquefazione della dimensione organizzativa, quel che conta è la capacità di assumere fino in fondo che identità e soggettività politiche sono non un a priori, un dato di partenza, ma semmai: elementi in continuo aggiornamento; traguardi verso i quali tendere; frutti eventuali della qualità di percorsi, contenuti, pratiche.
Tuttavia, non si tratta soltanto di rinunciare a manifestazioni di identitarismo che sono claustrofobiche e tali da far vivere l'imperfezione come fallimento, anche quando si è ben operato. Per il soggetto politico che viene è altrettanto importante la parallela rinuncia alla mania del controllo. Detto altrimenti, se la cooperazione sociale non è oggi riassumibile in un soggetto unico e compatto, un'organizzazione politica potrebbe acquistare radicamento sociale, forza e credibilità proprio riconoscendo di non essere esaustivo, come esaustiva non è la rappresentanza. Insomma, un partito adeguato al tempo presente non dovrebbe nascere solo per chiedere voti ed assumere posture elettoraliste. Allo stesso modo, l'idea moderna della “politica come professione” potrebbe essere seriamente ripensata, non per eliminare con un colpo di spugna il ruolo di dirigenti e leader, ma con tre obiettivi chiari: evitare carrierismi; creare anticorpi rispetto alla proverbiale capacità del potere di logorare le persone; facilitare diffusione di competenze e emersione di un “leader collettivo”.
L'immagine, che forse meglio riassume questa ipotesi di revisione delle forme della politica, è quella di un “partito piattaforma”. A ben vedere, infatti, la platform economy è una delle principali manifestazioni contemporanee del capitalismo, ed è vincente proprio perché capace, riducendo al minimo i costi, di “organizzare” la cooperazione sociale – produttiva e riproduttiva – per estrarre da essa valore e profitto. Incamerato, quest'ultimo, in una forma vicina a quella della rendita di posizione, conferita dall'essere proprietario della piattaforma stessa, di un certo algoritmo, dei dati che vengono ceduti dagli utenti e poi dall'impresa commercializzati.
Diversamente da una piattaforma che è proprietà privata for profit, un partito piattaforma potrebbe funzionare come un bene comune in grado di generare e liberare energie, aggregando politicamente masse critiche in maniera variabile e dinamica. Ciò esige forme di organizzazione sofisticate, pur trattandosi di quanto di più lontano dall'idea di partito come “alfa e omega” della partecipazione. E, per inciso, è in questo ordine di considerazioni che va posto anche il nodo della dialettica tra identità politiche nazionali e sperimentazioni locali di neomunicipalismo: il caso di Podemos è davvero esemplare, e non solo a questo proposito.
Si forma così l'augurio che può farsi al soggetto politico che vedrà la luce nel congresso di Rimini. Non ci si mette in cammino solo per chiedere voti o costruire interlocuzioni occasionali con i soggetti sociali più grandi e tradizionali. Sarebbe, questa, una prospettiva politica misera e forse miserabile. Molto più interessante potrebbe essere cominciare a “camminare domandando”, perché abbiamo disperatamente bisogno di altre forme di vita e di un altro mondo possibile. In una parola, abbiamo ancora l'incoscienza di urlare che sì, “siamo realisti, [perché] esigiamo l'impossibile”.

Fonte: ilcorsaro.info 

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