La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 18 febbraio 2017

Privatizzazioni, il punto sui cui “la politica” muore…

di Claudio Conti 
Del dibattito interno al Pd nulla è interessante. Almeno se si guarda a quel che i protagonisti di questo “scontro” dichiarano ai giornali e alle tv. Chi si affida a questa misera “fonte di disinformazione” difficilmente può farsi un’opinione sensata. Usciamo quindi dagli insulsi personalismi di “leader” così opachi e minimi da far rimpiangere qualsiasi democristiano di 50 anni fa e cerchiamo di capire intorno a cosa sta avvenendo questa divisione. Se sta avvenendo. I più informati non sembrano i cronisti della “politica”, ma gli editorialisti che masticano di economia e che seguono l’evoluzione dei dossier sui tavoli del governo, nonché i problemi che incontrano quanto debbono portarli ad approvazione.
Due editoriali a distanza di 24 ore, uno su Il Corriere della Sera, l’altro sul quotidiano di Confindustria, aiutano a capire qualcosa di più. Dario Di Vico aveva consegnato le sue preoccupazioni sotto il titolo “Non si guarisce con spese e tasse”; Giorgio Santilli rincara la dose con un più netto “La cattiva politica che insegue il populismo”. Con chi ce l’hanno, questi due campioni degli interessi delle imprese italiane?
I due guardano al governo, alle resistenze mostrate negli ultimi giorni nei confronti di un'ulteriore “lenzuolata” di privatizzazioni. Promessa da Pier Carlo Padoan all’Unione Europea (nella speranza di acquietare momentaneamente le pressioni per una manovra correttiva fatta soprattutto di tagli e aumento delle accise), anche per confermare il profilo “riformista” dell’esecutivo italiano, con l’ovvio e pieno sostegno del ministro per lo sviluppo Carlo Calenda. A questa linea oppongono “perplessità” sempre più robuste ministri come Delrio e il sottosegretario alle Comunicazioni Antonello Giacomelli, con alle spalle ben 26 senatori del Pd.
Stupisce soprattutto il tono rabbioso della critica di Santilli, pure se costretto ad ammettere che nei precedenti cicli di privatizzazioni (Telecom grida vendetta, Alitalia e Autostrade pure, l’Ilva è stata un disastro dopo la consegna ai Riva, non parliamo poi delle banche, ecc) “ci sono stati errori […] in termini di debolezza regolatoria, scarsa attenzione alla qualità dei servizi, impegni troppo blandi sugli investimenti privati, regole concessoria confuse, difesa degli utenti più deboli (anche in termini di servizi universali)”. Una requisitoria durissima mirante a dare un altolà severo a chi, nel governo e nella maggioranza, rimanderebbe volentieri – tra le altre cose – “la quotazione della seconda tranche delle Poste”.
Cosa sono oggi le Poste Italiane? Una società per azioni in cui lo Stato italiano, tramite il Ministero dell'Economia e delle Finanze, è l'azionista di maggioranza, detenendo circa il 60% del capitale sociale. Una società che si occupa della gestione del servizio postale in Italia. operativa però anche nei settori finanziari, assicurativi e nella telefonia mobile. Soprattutto, raccoglie e gestisce il risparmio di milioni di clienti, la cui montagna costituisce il patrimonio della Cassa Depositi e Prestiti. In pratica, l’unico patrimonio a cui la mano pubblica può oggi attingere, visti i vincoli europei sul pareggio di bilancio, le leggi di stabilità contrattate, riviste e corrette dalla Commissione europea, ecc.
Privatizzare il controllo di questa macchina di raccolta è ovviamente un obiettivo primario per gli impresentabili “prenditori” italiani, ormai ridotti a finanzieri di risulta, speculatori di bassa lega pronti a scaricare sul pubblico i propri debiti (è di ieri l’approvazione del “fondo salva-banche” che mette a disposizione 20 miliardi di soldi pubblici – nostri – per eventuali, probabilissimi, salvataggi bancari).
Sarebbe persino un bene che qualcuno si chieda “ma è proprio necessario dar via a gratis o quasi tutto questo ben di dio?”, specie in tempi in cui la marea montante del malessere sociale minaccia di tracimare in qualsiasi momento. Tradotto in termini politici correnti, questa perplessità diventa – per i due editorialisti – “paura del populismo”. Anzi:inseguire il populismo. Ovvero una legittimazione implicita delle istanze sociali (strumentalizzate abilmente soprattutto dalle destre, ma quello sono) che spingono per mantenere robusti strumenti di intervento pubblico.
E’ quello che Santilli bolla come cattiva politica, senza mezzi termini. “Di tutto questo [gli errori del passato, ndr] si può e si deve discutere, a patto che il partito delle lenzuolate liberalizzatorie, della dichiarata volontà ultradecenale di modernizzare i servizi in Italia e di attrarre nuovi capitali privati in settori strategici, del risanamento dei conti e della necessaria riduzione del dbito pubblico, non diventi impreovvisamente il partito del ‘pubblico è bello’, magari con il miraggio di aumentare l’occupazione per questa via”. Insomma, il Pd è avvertito: se si ferma in questa azione distruttrice del “pubblico” per paura di sparire come partito alle prossime elezioni, Confindustria (e la Ue) cercheranno altri cavalli servili.
“La politica” ha fatto il suo tempo, insomma. E non si illuda di poter ritrovare un ruolo fermandosi a tre quarti del guado…

Fonte: contropiano.org 

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