La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 18 febbraio 2017

L'uomo che scoprì il "capitalismo dei piccoli"

di Attilio Pasetto
Il 21 gennaio 2017 è morto, all’età di quasi novant’anni, Giacomo Becattini, probabilmente il più grande economista italianodal dopoguerra dopo Paolo Sylos Labini. Giacomo Becattini ha legato il suo nome all’analisi dei distretti industriali italiani, che grazie a lui sono diventati a partire dalla fine degli anni ’70 un nuovo campo d’indagine dell’economia industriale, diverso dagli studi settoriali e dagli studi territoriali sulle provincie. Il primo a parlare di distretti industriali in realtà fu Alfred Marshall (1920), che individuò, osservando la realtà industrialeinglese, “la concentrazione di industrie specializzate in località particolari”.
Tali concentrazioni di imprese non erano spiegate dalla teoria economica dominante – il marginalismo – secondo la quale ogni impresa compete da sola contro le altre dentro uno schema di concorrenza perfetta.
Becattini, rileggendo Marshall, cerca anche lui di confrontare la teoria economica dominante (sempre quella neoclassica) con la realtà delle province toscane che gli si spalanca di fronte - Firenze, Prato, Siena, Lucca - e a poco a poco apre gliocchi sul mondo com’è e non come dovrebbe essere. Nasce così, dopo una lunga riflessione, la teorizzazione dei distrettiindustriali, intesi come forme di agglomerazione su uno stesso territorio di tante piccole e medie imprese specializzatenella produzione di determinati beni finali (quasi sempre beni per la persona e per la casa) e dei beni strumentali necessari per produrli, e che sono – tali imprese - legate tra loro da “un misto di competitività e di cooperazione”. Le verificheempiriche, che cominciano a fiorire copiose, dimostrano che l’effetto distretto esiste e che: a) le imprese appartenenti ai distretti industriali hanno performance migliori rispetto alle imprese non distrettuali; b) nei distretti anche il benessere sociale e la qualità della vita sono migliori.
Ma c’è di più. Becattini, man mano che si addentra nello studio dei territori, approfondisce e allarga la sua capacità di analisi, attingendo elementi preziosi dalla storia e dalla sociologia, fino a diventare, senza retorica, il cantore dello sviluppo locale italiano. Leggendo i suoi scritti è impossibile non percepire, da un lato, la continua evoluzione del pensiero, dall’altro, accanto al rigore scientifico, l’afflato umano della ricerca. Gli “agenti” economici finalmente, e grazie a lui, diventano persone fisiche in carne e ossa, con i loro progetti, le loro aspirazioni, i loro sentimenti. E le imprese non sono più soltanto mere unità produttive, compresse tra il dare e l’avere, ma un autentico “progetto di vita”, il veicolo per innovare e far crescere la comunità che nella fabbrica quasi olivettianamente si riconosce. Piano piano, attorno a Becattini, nasce una nuova scuola di pensiero, che dapprima a fatica, poi con sempre maggiore successo si impone anche in campo accademico.
Contemporaneamente a Becattini, altri studiosi – Sebastiano Brusco, Arnaldo Bagnasco, Giorgio Fuà, per citare solo i capostipiti di filoni originali e autonomi - partendo da realtà diverse, convergono nel delineare un nuovo paradigma interpretativo dello sviluppo economico italiano dopo il punto di cesura degli anni compresi tra il 1969 (autunno caldo) e il 1973 (primo shock petrolifero). Messi alle spalle gli anni del boom economico, l’economia italiana si pone a partire dalla metà degli anni ’70 su un sentiero di sviluppo guidato dalle piccole e medie imprese di proprietà familiare, che creano nuovi prodotti e nuovi processi, esportano, conseguono grandi successi sui mercati esteri. L’immagine che rende bene l’idea dello sviluppo economico italiano dagli anni ’70 fino ai primi anni ‘90 è quella del calabrone, il paradosso del piccolo animale che per le leggi della fisica non dovrebbe volare, ma in realtà riesce a farlo molto bene. I distretti (Becattini e Brusco), la “terza Italia” (Bagnasco), “l’industrializzazione senza fratture” (Fuà e Zacchia) concorrono a modellare una via alla crescita tutta italiana, che affonda le sue radici nel genius loci del Paese, quello che, risalendo indietro nel tempo, arriva ai comuni medievali e alle botteghe del Rinascimento, rinverdendo quel gusto del bello e del nuovo, che da sempre il mondo ci invidia. Ed è anche un modello di sviluppo a misura d’uomo, che all’interno della fabbrica abbandona il fordismo e imbocca la strada del design e della personalizzazione del prodotto. Insomma, un capitalismo dal volto umano, come lo stesso Becattini lo definisce in un suo volume del 2004.
Il magico equilibrio si rompe all’inizio degli anni ’90, quando, con la crisi finanziaria del 1992, vengono drammaticamente allo scoperto i punti deboli di questo modello di sviluppo: innanzitutto, l’assenza di un sistema paese in grado di assistere le imprese nelle loro fasi evolutive e di sostenerle nei momenti di crisi, e, in secondo luogo, l’incapacità della stessa industria di capire che i tempi stanno cambiando e che un nuovo paradigma tecnologico ed economico è alle porte. Anche i distretti risentono della crisi e cominciano a perdere colpi di fronte all’avanzata della nuova rivoluzione tecnologica (ICT) e all’irrompere di nuovi protagonisti sul mercato globale. I cinesi si insediano a Prato, distretto becattiniano per antonomasia, e spiazzano i prodotti tradizionali del made in Italy nei mercati del mondo. Le reti di fornitura si allungano ben oltre i confini nazionali e vengono alla ribalta le catene globali del valore, di cui fanno parte anche le imprese italiane ma spesso in posizione subordinata, non al comando della catena. Poi arriva la grande recessione del 2007, che produce una selezione drammatica all’interno dell’industria manifatturiera e picchia duro anche sui distretti, che per resistere sono costretti a mutare pelle, ad esempio raggruppandosi attorno a una media impresa leader oppure allargandosi oltre i confini del territorio di origine (i “dislarghi” di cui parla Daniele Marini). Anche la loro numerosità diminuisce, passando dai 199 distretti censiti dall’Istat nel 1991 ai 156 nel 2001 ai 141 del 2011.
Al di là delle classificazioni statistiche, viene quindi spontaneo chiedersi: è rimasta l’industrial atmosphere distrettuale? C’è ancora un “effetto distretto”? O i distretti hanno irrimediabilmente esaurito la loro spinta propulsiva, come sono ormai in molti a sostenere (recentemente, Anna Giunta e Salvatore Rossi, Che cosa sa fare l’Italia, Laterza 2017)? Non è facile rispondere a questa domanda, soprattutto perché sono aumentate le differenze sia fra i distretti sia all’interno dei distretti. Ci sono cioè distretti che hanno reagito con successo alla crisi, mentre altri sono in forte difficoltà, e dentro i distretti ci sono imprese che vanno bene e imprese che vanno male. Questo dal lato del tessuto produttivo. Dal lato invece del tessuto sociale dei territori, che le imprese distrettuali avevano contribuito a tenere unito, il panorama purtroppo è sostanzialmente negativo, in quanto si moltiplicano le spinte alla disgregazione, anche per effetto di altri fenomeni concomitanti, come l’arretramento del welfare, l’arrivo degli immigrati, i problemi demografici, la stessa tenuta fisica del territorio, messa a durissima prova dai continui disastri idro-geologici ambientali.
Eppure è forse proprio da qui, dal sociale che dobbiamo ripartire per ridare fiato allo sviluppo locale, che tanti meriti ha avuto per lo sviluppo tout court del Paese. Ricostruendo fisicamente i territori colpiti dalle calamità naturali, cercando di inserire in maniera umana gli immigrati nella società, salvaguardando il welfare, difendendo la cultura dei borghi dall’omogeneizzazione della globalizzazione. E così facendo riallacceremmo anche i fili interrotti dello sviluppo civile, premessa indispensabile per ricostituire, becattinianamente, lo spirito imprenditoriale necessario a ridare slancio alle comunità territoriali.

Fonte: Eguaglianzaeliberta.it 

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