La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 18 febbraio 2017

Più che l'etica è la tecnica a dominare le città. Un commento al libro di David Harvey

di Francesco Ventura
L'agile volume di David Harvey, Il capitalismo contro il diritto alla città, riedito per tipi di Ombre corte nel 2016 (I ed. 2012), raccoglie in centoventiquattro pagine tre articoli e un'intervista all'autore già pubblicati in inglese su altrettante riviste. Nel primo, Il diritto alla città, è chiarito e analizzato il senso di tale diritto in quanto "collettivo". Il secondo, La visione di Henri Lefebvre, è un breve saggio sull'ormai classico testo, Il diritto alla città, del filosofo marxista francese, uscito per la prima volta a Parigi nel 1969 e rieditato in italiano nel 2014 da Ombre corte. Il terzo, Le radici urbane delle crisi finanziarie.
Restituire la città alla lotta anticapitalista, è un saggio dove l'autore ripropone in breve, e in relazione alle crisi finanziarie come quella recente, le tesi, strutturate e sviluppate in altri suoi libri, sulla relazione tra la necessità di assorbimento della sovraccumulazione di capitale e l'urbanizzazione, che pone la "città" - la parola è usata da Harvey per il suo valore iconico - come luogo centrale delle lotte anticapitaliste (dunque non più solo la fabbrica come nelle teorie marxiste tradizionali). Chiude il libro l'intervista, che verte, appunto, sulle possibilità di una Rivoluzione urbana.
Le tesi di Harvey
Il primo articolo funge da introduzione. È utile soffermarvisi perché fornisce, in modo abbastanza semplice e chiaro, la chiave interpretativa dell'intero sviluppo discorsivo. Constatata la centralità del tema dei diritti umani nell'attuale dibattito etico e politico, Harvey distingue quelli - dominanti nel nostro tempo - basati sull'individualismo, proprietà privata e ricerca del profitto, da quelli "collettivi" (lavoratori, donne, gay, minoranze etniche e così via), per porre al centro dell'attenzione tra questi ultimi il diritto alla città, che in qualche modo sembra implicitamente unificare gli altri. È così già lasciata emergere una delle contraddizioni del capitalismo, ossia un'opposizione cosciente di diritti e di conseguenza una lotta, perché solo lo scontro pratico può deciderne la gerarchia. Si tratta - come ricorda Harvey - di un concetto centrale nel pensiero di Marx in vari luoghi della sua pubblicistica. Ma anche, possiamo aggiungere, riassunto con più rigorosa coerenza in questo aforisma di Nietzsche: "il diritto è la volontà di rendere eterno un rapporto di potenza momentaneo", ossia qualsiasi diritto ottenga da un determinato scontro di potere una qualche supremazia, questa sarà sempre contingente. Rivendicare il diritto alla città "significa rivendicare una forma di potere decisionale sui processi di urbanizzazione e sul modo in cui le nostre città sono costruite e ricostruite" [pp. 9-10]. Fin dalle origini le città sono concentrazione geografica e sociale "di un surplus produttivo". Perciò, ne deduce Harvey, "l'urbanizzazione è sempre stata in qualche modo un fenomeno di classe, dal momento che tale surplus si è sempre dovuto ricavare da qualche parte e da qualcuno, mentre il controllo del suo uso è sempre rimasto nelle mani di pochi" [p. 10]. E anche oggi è così, ma con una differenza peculiare. Il capitalismo è continua ricerca del profitto. I capitalisti, realizzatolo, si trovano di fronte a un "dilemma faustiano": "reinvestire" il profitto "per guadagnare ancora più denaro" o impiegarlo "in spese voluttuarie". "Le dure leggi della concorrenza - dice Harvey - li obbligano a reinvestire, perché, se qualcuno decide di non farlo, ci sarà sicuramente qualcun altro che lo farà al suo posto" [p. 10]. Di qui una crescita tendenzialmente esponenziale di plusvalore e la conseguente "perenne ricerca di territori favorevoli alla produzione e all'assorbimento delle eccedenze di capitale" [p. 11]. Il processo continuo di accumulazione è così descritto nella sua essenza. Il capitalista deve affrontare una serie di ostacoli: trovare "nuovi mezzi di produzione" e "nuove risorse naturali", incrementando la pressione sull'ambiente. La concorrenza tra capitalisti fa sì "che vengano continuamente messe in azione nuove tecnologie e forme organizzative"; perché solo coloro che possiedono "una produttività più elevata" riescono a prevalere. Ma, eccoci al punto. Quando uno di questi "ostacoli alla circolazione e all'espansione del capitale" si rivela insuperabile, "l'accumulazione stagnerà o cesserà, il capitale si svaluterà (o andrà perso)" [p. 11] e il capitalismo dovrà affrontare una crisi. "In che modo dunque - scrive Harvey - l'urbanizzazione permette al capitale di superare tali ostacoli e di allargare il terreno per svolgere un'attività remunerativa? La mia ipotesi - afferma - è che l'urbanizzazione svolga un ruolo particolarmente attivo (insieme ad altri fenomeni, come le spese militari) nell'assorbire l'eccedenza prodotta dalla continua ricerca di plusvalore" [p. 12]. Segue una interessante serie di esempi storicamente determinati di processi di crisi e di impiego delle eccedenze di capitale nell'urbanizzazione a partire dal caso della Parigi di Haussmann fino all'enorme crescita urbana nei paesi emergenti del nostro tempo. Ed ecco infine quel che Harvey ne deduce: "l'urbanizzazione ha svolto un ruolo cruciale nell'assorbimento delle eccedenze di capitale, agendo su una scala geografica sempre più ampia, ma al prezzo di processi di distruzione creativa che hanno espropriato le masse urbane di qualunque diritto alla città. Questo meccanismo - prosegue l'autore - sfocia periodicamente in rivolte, come quella degli espropriati di Parigi del 1871 che cercavano di riprendersi la città che avevano perso. I movimenti sociali urbani del 1968, da Parigi a Bangkok, a Città del Messico e Chicago, hanno analogamente cercato di definire un sistema di vita urbano diverso da quello imposto dai costruttori capitalisti e dallo Stato" [p. 34].
A seconda di come è interpretato il pensiero di Marx, si può ritenere che il capitalismo sia destinato a perire sotto il peso delle sue intime contraddizioni e a dar luogo, in senso deterministico, a una società senza classi. Oppure ritenere che ciò non è detto che accada, se non c'è un intervento rivoluzionario che faccia leva sulle contraddizioni, dando loro la soluzione voluta dagli sfruttati. Queste sono appunto opposizioni coscienti di classe, da intendersi oggi non più solo nella visione ristretta di un tempo, lavoratori di fabbrica e capitale, ma nel senso più ampio che investe ogni forma di produzione e riproduzione del capitale e dunque di spoliazione di sempre più vasti strati sociali urbani. Harvey propende esplicitamente per quest'ultima interpretazione come viene in chiaro in tutti i suoi scritti, tra questi a esempio Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo (2014), dove ribadisce (autocitandosi da L'enigma del capitale): "Il capitalismo non cadrà mai da solo: dovrà essere spintonato […]. La classe capitalista non cederà mai volontariamente il potere; dovrà essere espropriata […]. Ci vorranno ovviamente un forte movimento politico e moltissimo impegno individuale". Si pone tuttavia l'annoso problema di come condurre a unità le ribellioni che gli effetti negativi del capitalismo continuamente provocano nei diversi luoghi e nei diversi momenti dei suoi cicli di espansione e crisi. I numerosi e vari movimenti urbani esplodono, separati gli uni dagli altri, e si spengono. Ed ecco l'ipotesi di Harvey variamente espressa anche in altri luoghi e nell'articolo in esame ribadita: "Ma se questi vari movimenti di opposizione dovessero in qualche modo incontrarsi e coalizzandosi, ad esempio, sulla parola d'ordine del diritto alla città, che cosa dovrebbero chiedere? La risposta è piuttosto semplice: un maggiore controllo democratico sulla produzione e sull'uso dell'eccedenza. Dal momento che il processo urbano ne rappresenta un importante canale di assorbimento, il diritto alla città si costituisce con l'instaurazione di un controllo democratico sulla distribuzione di tale eccedenza attraverso l'urbanizzazione. Avere un surplus di produzione non è un male: anzi, in molte situazioni è decisivo per una sopravvivenza accettabile […]. L'aumento della quota di surplus sotto il controllo dell'apparato statale funziona solo qualora lo Stato verrà riformato e riportato sotto il controllo democratico popolare" [pp. 35-36].
Harvey, nel capitolo successivo, vede nel pensiero di Lefebvre interessanti anticipazioni: "Il nostro compito politico, suggerisce Lefebvre, è immaginare e ricostruire un tipo completamente diverso di città, lontano da questo immondo bazar creato da un capitale che globalizza e urbanizza in modo sfrenato. Ma ciò non potrà accadere senza la creazione di un vigoroso movimento anticapitalista che abbia come proprio obiettivo la trasformazione della vita quotidiana nella città" [p. 50]. "La teoria di un movimento rivoluzionario di Lefebvre" consiste nel "convergere spontaneo in un movimento di "irruzione", quando gruppi eterotopici vedono all'improvviso, anche solo per un attimo, la possibilità di una azione collettiva per creare qualcosa di radicalmente diverso" [p. 51]. Ma "Lefebvre - mette in evidenza Harvey - era fin troppo consapevole della forza e del potere delle pratiche dominanti per non riconoscere che il compito ultimo richiedesse di sradicare tali pratiche attraverso un più ampio movimento rivoluzionario. […]. Rivendicare il diritto alla città è una tappa verso questo obiettivo. Non può mai essere un fine in sé, anche se appare in modo sempre più crescente come uno dei percorsi più propizi da seguire" [p. 52].
L'analisi che segue nel terzo capitolo sfrutta e aggiorna, per porla al centro della forma odierna del capitalismo, quella di Marx sul "capitale fittizio", avendo di fronte, tra l'altro, la crisi attuale scatenata dalla "bolla immobiliare". L'intento è di chiarire "come circolazione di capitale produttivo e fittizio si combinino all'interno del sistema del credito dei mercati immobiliari" [p. 74]. La sopravvivenza del settore edilizio "presuppone […] che possa non solo essere prodotto ma anche realizzato sul mercato. È qui che entra in gioco il capitale fittizio. Il denaro è prestato ad acquirenti che si presume abbiano la capacità di restituirlo con le loro entrate (salari e profitti). In questo modo il sistema finanziario disciplina in misura considerevole sia l'offerta che la domanda di abitazioni […]. La stessa società finanziaria spesso può fornire finanziamenti sia per costruire sia per comprare ciò che era stato costruito" [p. 75]. "Ma […] mentre banchieri, immobiliaristi e imprese di costruzione si uniscono facilmente per stringere un'alleanza di classe […], i mutui dei consumatori sono individuali e divisi […]" [p. 75]. "I marxisti hanno tradizionalmente relegato queste forme di sfruttamento, e le lotte di classe […] che inevitabilmente ne nascono, ai margini della loro riflessione teorica e delle loro scelte politiche […]. Quel che voglio qui sostenere - afferma Harvey - è che invece tali forme costituiscono, almeno nelle società a capitalismo avanzato, un vasto terreno di accumulazione ottenuto con l'esproprio [più appropriato è il termine "spoliazione" n.d.r.], attraverso il quale il denaro è risucchiato nel flusso di capitale fittizio per sostenere le grandi fortune create all'interno del sistema finanziario" [p. 82].
Una delle affermazioni significative di Harvey nell'intervista che chiude il volume è la seguente: "L'urbanizzazione è essa stessa un prodotto" [p. 98] e "Il diritto alla città non è un diritto esclusivo, ma un diritto mirato. Include non solo i lavoratori edili ma anche tutti coloro che facilitano il riprodursi della vita quotidiana: badanti, insegnanti, addetti alle fognature e alla metropolitana, idraulici ed elettricisti, lavoratori ospedalieri e conduttori di camion, autobus e taxi, lavoratori dei ristoranti e intrattenitori, impiegati di banca e amministratori pubblici. È una ricerca di unità all'interno di un'incredibile varietà di spazi sociali frammentati […]. Questa è - secondo Harvey - la forza proletaria che deve essere organizzata se si vuole cambiare il mondo […]. I produttori urbani devono sollevarsi e rivendicare il loro diritto alla città che collettivamente producono" [p. 106].
Alcune considerazioni 
Da almeno due secoli si confrontano riflessioni sul capitalismo e sui suoi esiti. Le principali sono raggruppabili in due poli dell'economia politica: le teorie liberali e quelle socialiste più o meno marxiste. La dimensione filosofica resta sullo sfondo e per lo più in ombra. Ma, in specie Karl Marx, è innanzitutto filosofo. Non solo, senza aver presente il senso dello strutturarsi e coerentizzarsi del pensiero filosofico è difficile venir a capo dello spazio concettuale in cui si muovono e da cui sono condizionati pensiero e agire del nostro tempo.
Lo scontro teorico e pratico tra le varie forme di liberalesimo più o meno a sostegno del capitalismo e le varie forme di socialismo più o meno contro il capitalismo è tra due opposte basi etiche sulle quali poggiare la società. Scontro che peraltro vede ancora in campo grandi etiche di più antica formazione, quali Cristianesimo e Islam. E nel clima di liberazione dalle tradizioni, oltre alle varie declinazioni della democrazia, si è creato lo spazio per il proliferare di proposte etiche differenti anche da quelle più recenti. Ciò è indizio che il coerentizzarsi del pensiero filosofico ha condotto negli ultimi due secoli alla consapevolezza che nessuna etica ha fondamento incontrovertibile: nessuna ha verità nel senso forte della tradizione.
Il pensiero di Marx è uno dei contributi significativi - ma non definitivo - in questa direzione. Quando a esempio - come cita più volte Harvey - afferma che "fra diritti uguali decide la forza". Nella forma più generale il concetto è espresso nella seconda Tesi su Feuerbach: "La questione se al pensiero umano appartenga una verità oggettiva non è una questione teoretica, ma pratica. È nella prassi che l'uomo deve dimostrare la verità […]". In base a questo principio - si noti per inciso - il "socialismo reale", stando all'esito della sua più grandiosa sperimentazione, quella sovietica, risulta storicamente una verità smentita, avendo perso lo scontro pratico col suo nemico mortale. E, a un tempo, quello stesso principio ci dice che la (apparente) vittoria del capitalismo non è verità, se non nella più assoluta contingenza storica.
Ecco, la verità nel nostro tempo è il divenire delle cose quale totalità della realtà e la conseguente impossibilità di qualsiasi immutabile a suo dominio. Il ché implica la completa disponibilità delle cose alla costruzione e distruzione: l'assoluta libertà di creare e distruggere, dunque anche di rifare da capo il mondo, come, a esempio, vogliono le rivoluzioni o le utopie; e come pure opera, a scopo di profitto, la "distruzione creativa" del capitale. Indizi se ne trovano nello stesso pensiero di Harvey laddove, a esempio, afferma "Non esiste […] una risposta non contraddittoria a una contraddizione" (Diciassette contraddizioni e la fine del capitalismo). Questo l'esito, in forma succinta, della coerentizzazione del pensiero filosofico greco emersa negli ultimi due secoli di speculazione. Tuttavia è ancora raro incontrare chi ne trae fino in fondo le conseguenze. Forse perché, oltre che irritanti sul piano etico e politico, possono risultare anche psicologicamente spaventose.
Guadagnata una relativa consapevolezza che nessuna etica può aver fondamento non smentibile, si è di fronte a una pluralità di etiche in conflitto, ciascuna determinata dal proprio scopo primario: salvezza dell'anima nelle diverse religioni, profitto, molteplici sensi del "bene comune" (democrazie, socialismi, liberalesimi e così via). A differenza del passato, vi è consapevolezza che determinante nello sconto non è la supposta verità dell'etica, da farsi valere solo in forza dell'argomentazione tesa a mostrarne incontrovertibilmente il fondamento, ma la capacità pratica di prevalere sulle avversarie, in modo tale che lo scopo primario dell'una domini i fini delle altre. Il dominio si realizza riducendo i fini delle altre a mezzi di perseguimento dello scopo vincente. Ma stante tale logica, è impossibile che la contesa abbia fine, se non contingente. Nella nostra contingenza è per lo più dominante il capitalismo, ossia quell'agire individuale e sociale il cui scopo primario è il profitto. Di qui la riduzione a denaro, a valore venale, di ogni altro valore d'uso e godimento di qualsiasi bene materiale e immateriale. Ogni altro valore è subordinato a quello di scambio. Ogni altro fine è mezzo di perseguimento dell'accumulazione di denaro.
Ma è proprio il caso del capitalismo a rivelare, in modo ben poco equivocabile, quale sia la logica del rapporto mezzo fine. Il denaro è un potente mezzo di scambio delle merci, ossia la più rilevante tecnica economica. Il capitalismo è il rovesciamento del mezzo in scopo. Un rovesciamento, logicamente necessario, proprio perché è potenza di realizzazione di quello scopo costituito dalla volontà di scambiare le merci. Marx nel Capitale rappresenta tale rovesciamento contrapponendo due formule, dove M sta per merce e D per denaro: M-D-M, la merce è venduta in cambio di denaro allo scopo di acquistare un'altra merce, e D-M-D, la merce è acquistata col denaro allo scopo di rivenderla in cambio di una maggior somma di denaro. In tal modo il capitalista acquista potenza sul mercato rispetto a chi ha solo scambiato merci a mezzo di denaro e non denaro a mezzo di merci.
La storia, letta in questa chiave, potrebbe mostrare una lunga serie di rovesciamenti del mezzo in scopo, ben al di là del caso del denaro. In generale, posto uno scopo, che in quanto è ciò che si ha in mente di realizzare è sempre ideologico, si ha necessità di individuare, possedere e ordinare i mezzi per perseguirlo. La connessione calcolata, secondo differenti razionalità, dei mezzi al fine si chiama "tecnica". Nelle diverse epoche e culture la tecnica ha assunto varie configurazioni a seconda del senso del mondo e del tipo di razionalità che guidava l'esistenza individuale e sociale: mitologica, metafisico teologica e, nel nostro tempo, scientifico tecnologica. La tecnica è, tradizionalmente e tuttora, posta quale mezzo per perseguire scopi. 
Ma così come (e lo si è visto anche leggendo Harvey) la concorrenza tra capitalisti costringe ciascuno a reinvestire il profitto (declassandolo tendenzialmente da scopo a mezzo) nell'accrescimento della produttività (potenziamento dei mezzi di produzione e realizzazione del profitto: nuove tecnologie, nuove organizzazioni del lavoro, nuove configurazioni delle leggi e delle politiche economiche, nuovi modi di governo e così via), il conflitto tra i differenti scopi posti come primari dalle diverse etiche - e tra queste e il capitalismo stesso - costringono ognuna di esse ad assumere quale scopo il potenziamento del mezzo per prevalere nello scontro pratico con le altre. È questo l'autentico "dilemma faustiano", come lo chiama Harvey, ma che non sta in relazione solo alla concorrenza tra capitalisti. 
È così che si spiega il crollo, a esempio, dell'Unione Sovietica. Lo scontro pratico tra i due paesi egemoni, gli USA del capitalismo e l'URSS del comunismo, li ha condotti a potenziare, in linea di principio indefinitamente, i loro rispettivi armamenti nucleari, insieme alla scienza e la tecnologia necessarie. I Sovietici a un certo punto (in specie dopo il lancio da parte di Reagan del progetto di "scudo spaziale" o "guerre stellari") si sono resi conto che tener fermo lo scopo del comunismo avrebbe indebolito il mezzo: l'uso logora il mezzo e lo scopo è un limite al potenziamento che lo scontro pratico con lo scopo avverso continuamente richiede. Mantenere fermo lo scopo del comunismo significava essere perdenti, continuare a potenziare il mezzo implicava lasciar tramontare lo scopo. Il dilemma faustiano, cui è destinata qualsiasi volontà etica, è stato sciolto a favore del potenziamento del mezzo. La Russia, non più comunista, è tuttora la seconda potenza militare del mondo. Insieme agli USA detiene circa il 95% degli armamenti nucleari coi quali è possibile distruggere il mondo, rendendo improbabile una terza guerra mondiale.
Se si volge lo sguardo all'insieme dell'apparato scientifico tecnologico del nostro tempo, tenendo presente la logica del rapporto mezzo scopo sopra succintamente esposta, allora ci si può rendere conto che la tendenza che viene a determinarsi, per effetto dell'azione delle differenti etiche in conflitto, è il continuo potenziamento della capacità della tecnica nel suo complesso di realizzare scopi: qualsiasi scopo di qualsiasi orientamento etico. Il che implica che questa crescita della potenza toglie a ogni scopo etico posto come primario la pretesa di escludere gli altri e dunque la sua supposta primarietà. In altri termini e per concludere, ciò che Harvey sembra non considerare è che spesso più che le differenti etiche a cui comunemente guardiamo e con cui spieghiamo la realtà che ci circonda è la potenza della tecnica a dominare (1). Anche lo spazio urbano. È con questo che dovremmo misurarci, qualsiasi sia la nostra idea di città e di società.

Note

(1) Rigorose speculazioni, tra le più profonde e coerenti, intorno alla tecnica, in specie alla logica del rapporto mezzo scopo, si trovano in alcuni dei numerosi scritti di Emanuele Severino, quali a esempio: Gli abitatori del tempo. Cristianesimo, marxismo, tecnica (1978); Téchne. Le radici della violenza (1979); La tendenza fondamentale del nostro tempo (1988); Il declino del capitalismo (1993); Il destino della tecnica (1998); Tecnica e architettura (2003); Capitalismo senza futuro (2012); e (con Natalino Irti) Dialogo su diritto e tecnica (2001).

Fonte: casadellacultura.it 

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