La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 15 dicembre 2015

Piccolo ricordo di un comunista. Di un gran signore

di Gianluca Graciolini
Stazione di Viareggio, estate, una ventina e passa di anni fa. Attendevo, insieme a due poliziotti della Questura di Pistoia, l'arrivo del treno da Milano. Scendono l'Armando e la Emi, salutano e ringraziano deferenti, con semplicità, e si va, con la mia vecchia Rover, dritti a Torre Matilde dove i compagni toscani avevano allestito gli stand per il bellissimo Festival nazionale dell'informazione e della cultura del Prc. Ad attenderci Milziade Caprili, le compagne della cucina ed altri militanti. 
Pranzo in un ristorante, chiacchierata pomeridiana sotto i pergolati dell'antica torre marinara e ci si prepara al primo confronto cui Cossutta era stato invitato. Filò tutto liscio, ovviamente.
Infine, la cena. Alla festa. C'erano anche Veltroni, Beppe Giulietti, Sandro Curzi e Luciana Castellina mi par di ricordare. Fu una serata deliziosa, caciucco a volontà e vino fresco fino all'inverosimile.
Emi mi raccontò decine di aneddoti della sua vita con Cossutta, soprattutto quelli legati alla Resistenza e alla vita partigiana, lui annuiva sorridendo e ogni tanto si permetteva di rintuzzare, chiarire, demitizzare. Una cena durata ore con un finale a sorpresa: i compagni di Viareggio avevano una vecchia riserva di vodka originale russa. Quale migliore occasione per dargli fondo?
Lo facemmo, naturalmente, ma fu solo al tredicesimo bicchierino che Cossutta, del tutto imperturbabile, tirò fuori la sua prima parola di russo: karasciò!, per una risata generale. 
Ma fu soprattutto il dopo cena che ricordo con un pizzico di orgoglio e di struggimento. Dovendolo riportare in albergo, ci fermammo a visitare il lungo mare di Viareggio, tra i suoi caffè, i suoi lussuosi mercatini e le sue vestigia in stile liberty, meta storica delle aristocrazie, delle borghesie, dei D'Annunzio, di artisti, letterati e poeti. Una passeggiata interminabile, inaugurata congedando i due discreti lavoratori di polizia che erano stati fin lì la nostra ombra: "tornate pure a casa, - disse loro - avrete anche voi una famiglia cui dare la buonanotte e, mi raccomando, fatevi pagare gli straordinari. Grazie ancora per la vostra pazienza e disponibilità, ma ce la caviamo da soli, da qui in avanti."
Fu così che una passeggiata diventò una lezione di politica, di storia, di passione civile. Terminò con queste parole: "vedi giovane compagno, se nel vecchio simbolo della Belle Epoque, nella ricca Viareggio, tra queste caffetterie dove un tè costa una'ora di lavoro di un operaio specializzato, oggi possono venire, almeno per una volta, tutti quanti, è anche merito nostro, è sopratutto per merito nostro. Non lottammo certo per questo fine, ma tutto questo ne è stata una delle conseguenze. E fidati, arringò, fu anche merito dell'Urss".
Non sono mai stato filosovietico, non sono mai stato cossuttiano, non ho mai condiviso molte delle scelte politiche di Cossutta, so, come scrisse qualcuno, che il problema vero di Cossutta furono i cossuttiani, ma quest'uomo che ieri ci ha lasciato era un signore, temprato e reso rigido dalle grandi lotte del Novecento. Era un gran signore ed ha sempre avuto a fianco una grande donna, disarmanti nella loro semplicità.
Non altrimenti potrei mai spiegarmi il perchè un'autorità della Repubblica, un monumento della lotta comunista in Italia, avesse mai passato un'intera nottata, fino alle 4 del mattino, con un giovanissimo e sconosciuto militante il cui unico compito era quello di accompagnarlo.
In questo mio piccolo ricordo, è possibile ritrarre la grandezza e l'autenticità di uomini come Armando Cossutta. Non ve ne sono più. W Cossutta, w il socialismo.

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