di Paolo Andreozzi
Alla fine la montagna ha proverbialmente partorito il topolino. Tre giorni di kermesse nazionale, di assemblea costituente, di rimescolamento molecolare, di apertura politica e di rilancio cosmico, e il risultato è soltanto che là dove prima c'era SEL e già da un po' c'è Sinistra Italiana (cioè SEL più qualche ex-sinistraPD), tra un altro po' ci sarà Sinistra Italiana più qualche ex-destraRifondazioneComunista, qualche ex-AltraEuropa e qualche altro pezzo di società civile.
E sia pure. Però per fare cosa? Non è ben specificato. Ma da quando? Neppure, forse dicembre. Stesso nome, Sinistra Italiana, o diverso? Modello organizzativo centralizzato o decentrato? Leader, leaders o nessuno? Tutto rinviato, tutto da discutersi ancora: un po' nel mondo reale, un po' in quello virtuale dell'immancabile piattaforma di discussione e di deliberazione (?) on-line.
Ma la maggior parte – sensazione di chi scrive – da definirsi né nell'uno né nell'altro mondo, bensì in quello dei tavoli riservati ai soliti noti e ignoti.
Ma la maggior parte – sensazione di chi scrive – da definirsi né nell'uno né nell'altro mondo, bensì in quello dei tavoli riservati ai soliti noti e ignoti.
Tanto proverbiale la sproporzione tra attese ed esiti – l'affitto del'ettaro cubico del Palazzo dei Congressi a Roma, la diretta streaming secondo per secondo, 24 laboratori programmatici, 4 assemblee tematiche plenarie, più i momenti più-che-plenari all'inizio, alla fine e nel mezzo, gadget da convention d'oltreoceano e servizio d'ordine da Cernobbio radical-chic – che a voler pensar male sembrerebbe che la sproporzione non ci sia affatto; ossia che l'esito, attendismo appena malcelato, fosse proprio quello desiderato: teniamo buoni tutti fino a fine anno con l'idea del Partito Nuovo così intanto quello vecchio può fare e disfare senza guardare tanto per il sottile, e soprattutto senza esser guardato con troppa attenzione – a partire dalle alleanze e dalle alchimie nelle elezioni amministrative, alcune fondamentali come Roma e Milano, e addirittura contemplando patti di desistenza con lo stesso PD renziano.
Eppoi un'aria talmente rétro: i momenti scaldacuore relegati al “ti ricordi la stagione dei sindaci”, “ti ricordi il Centrosinistra buono”, “ti ricordi la foto di Vasto, con Bersani e Di Pietro”, “ti ricordi i 27 milioni della vittoria ai referendum”... Che infatti l'unico appuntamento certo del Nuovo Soggetto Politico Di Sinistra (per esser nuovo, di un nostalgico imbarazzante) è quello della campagna referendaria contro lo stravolgimento costituzionale Boschi-Renzi, appuntamento che unifica forze molto al di là del perimetro della sinistra e quindi di ben scarsa portata identitaria. Oltre, ça va sans dire, al comune sentire di tutti i partecipanti – tanto organizzatori e animatori, quanto spettatori (e telespettatori) semplici – nei confronti dei diritti civili griffati dall'arcobaleno sanremese. Ma è proprio il minimo sindacale.
Insomma, esci dal Palazzo dei Congressi che non sei sicuro di non trovarti ancora con Berlusconi a Palazzo Chigi, Napolitano sul Colle, Ratzinger in Vaticano, e ben prima della deriva anti-lavorista, post-democratica, nazionalista e guerrafondaia del presente – quando invece siamo già due o tre capitoli più avanti nei manuali di Storia Italiana, Europea e Mondiale.
...No, mi correggo: qualcosa all'attualità si concede – nelle foto del calvario dei migranti e dei nostri giovani ricercatori uccisi (ma con la fondazione del partito, strettamente, cosa c'entra?) e nella bonomia oggi anti-giovanilistica che menziona Corbyn e Sanders (con lo stesso entusiasmo con cui ieri si menzionavano giovanilisticamente Tsipras e Iglesias).
Al dunque un'occasione persa – non so se si è capito, e l'ennesima – almeno per chi scrive. Un altro tributo al politicismo inveterato che anima il ceto politico e civico-politico a sinistra del PD, e quindi disanima le possibilità di un suo reale radicamento nella società e nei suoi conflitti, negli aneliti di equità e di liberazione che pure in giro ci sono; perfino in questa Italia che somiglia sempre più al castello della Bella Addormentata nel pieno dell'incantesimo narcolettico centenario.
E per restare alle favole, pensando a Cosmopolitica mi viene in mente la battuta del Genio della Lampada nel cartoon disneyano: “Sensazionali poteri cosmici... in un minuscolo spazio vitale!” Perché il potere sensazionale del cambiamento profondo di questo stato di cose in agonia, dovremmo pur prenderci la responsabilità di ricercarlo, un bel giorno, di assumerlo, stabilizzarlo ed esercitarlo. Ma da questo angusto ridotto del tatticismo, del trasformismo, dell'esperienza manovriera della sinistra italiana (a lettere minuscole), che ormai è tanto vecchio che comincia a mandare cattivo odore, continuando così non ci tirerà fuori nessuna mano fatata che sfreghi lampada alcuna.
Un altro motto a concludere, poiché se Atene piange Sparta non ride (citazione ormai consolidata anche se erronea: l'originale dice Messenia per Atene, ed è dall'Aristodemo di Vincenzo Monti). Infatti ecco che la galassia SEL e dintorni ha dato appena adesso il meglio di sé, ma ciò che pure sta teoricamente alla sua sinistra si fregia di notevoli compromessi con non si sa bene quale strategia vincente: Rifondazione Comunista, che a livello nazionale ha rifiutato l'abbraccio soffocante di Cosmopolitica ben argomentando (?) la defezione, tuttavia a Roma dichiara di non disdegnare lo stesso candidato sindaco di quei medesimi neo-post-SELlini, cioè Fassina; e perfino parte della FIOM romana (la FIOM – ricordate? – ossatura di quel progetto rivoluzionario di coesione tra conflitti che fu la mai giunta a maturità Coalizione Sociale) ebbene altrettanto appoggerà Fassina perché, dicono, ha messo il lavoro al centro del suo programma. Peccato che nessun sindaco può creare lavoro finché esiste il Patto di Stabilità, e peccato che Fassina da plenipotenziario PD all'economia – carica rivestita a lungo, da prima del pareggio di bilancio in Costituzione fin quasi al Jobs Act – non lo abbia mai messo in discussione.
Più a sinistra ancora, il macchiettismo puro.
E allora? E allora stiamo sempre lì. Questo non è un Paese per compagni, eppure i compagni vogliono cambiarlo. Quelli in buona fede credono alle favole, ma gli altri sono il lupo cattivo.
Fonte: controlacrisi.org

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