Intervista a Nancy Fraser di Open Democracy
Negli ultimi vent’anni siamo stati testimoni di una crisi globale delle nostre democrazie: attraversate da una crescente precarietà dei mercati del lavoro, e dal depotenziamento dello Stato.In uno scenario economico in costante evoluzione, “centro” e “periferia” diventano sempre più categorie sociali, presenti trasversalmente nelle società di quelli che erano il Nord sviluppato e il Sud in via di sviluppo.
La filosofa americana Nancy Fraser in una sua recente visita a Parigi spiega a Open Democracy il contesto storico della crisi economica, i precedenti delle mobilitazioni globali e discute quali opportunità si aprono per i percorsi di resistenza transnazionale all’austerità.
In questo passaggio epocale l’Occidente euroamericano ha tutto da imparare dall’America Latina.
In questo passaggio epocale l’Occidente euroamericano ha tutto da imparare dall’America Latina.
Come si possono spiegare la diffusione in Europa e Stati Uniti di forme di protesta emerse nei decenni precedenti in Sudamerica?
"Dopo la crisi petrolifera che ha colpito l’America Latina alla fine degli anni Settanta, le mobilitazioni sociali hanno creato reti di solidarietà che evidenziavano l’opportunità di organizzarsi per reagire autonomamente. Negli anni Ottanta l’America del Sud è stata la prima società postcoloniale a subire l’assalto del neoliberalismo: una subordinazione capitalistica su scala globale al “nord del mondo”. La durezza dell’impatto subito comportò l’esigenza di trovare percorsi alternativi, e dunque emersero da quello scenario esperienze di organizzazione della resistenza fuori dall’economia ufficiale.
Solo recentemente il “nord del mondo” – vedi l’Europa sud-mediterranea con Portogallo, Spagna, Italia e Grecia – sta facendo esperienza di un simile assalto condotto nelle forme dell’austerità economica. Per questo non è un caso che in posti come Grecia e Spagna le società stiano riportando al centro strategie viste in America Latina. Possono non usare lo stesso linguaggio, ma l’ispirazione è chiara."
Stiamo assistendo a un processo di (neo)colonizzazione delle periferie economiche?
"Non mi sembra affatto, almeno non nelle modalità tipiche. Forse potrebbe essere il segno che il dualismo tra centro e periferia non tenga più molto. Guardando a come si è spostata la manifattura, con l’ascesa dei Bric e la deindustrializzazione del “vecchio occidente”, quella che era considerata “periferia” oggi è il mondo industrializzato.
Nel contempo, siamo testimoni del terribile impoverimento delle vecchie città industriali del “nord del mondo”, che assomigliano sempre più a una periferia. Se confrontiamo Detroit con la nuova ricchezza in Cina ci rendiamo conto che il dualismo centro-periferia non è più sufficiente; abbiamo bisogno di una nuova mappa.
Per comprendere questa nuova fase dobbiamo tenere in mente due fattori: la redistribuzione dell’industria che colloca altrove lavoro e potere, e l’ascesa della finanza che sta uccidendo la democrazia. Il vecchio imperialismo non c’è più. Si è sviluppata una nuova forma di imperialismo che non ha una netta scansione geografica tra coloni (nord sviluppato) e colonizzati (sud).
Per la prima volta strati significativi di popolazione nel nord del mondo si sentono come la popolazione nelle “vecchie periferie”. Pensiamo ai lavoratori europei e nordamericani, o agli stessi Stati più poveri in Europa dipendenti dall’Unione europea, costretti ad eseguire i dictat della Troika.
Ora sono questi a fare esperienza di questa forma di “dipendenza”, e questo processo apre lo spazio per una discussione transnazionale che faccia scoprire alle fasce sociali impoverite del “nord del mondo” che hanno molto più in comune con le working class dei paesi in ascesa che con le elite finanziare del loro paese.
La crisi della democrazia segue in maniera diretta all’ascesa della finanza a livello globale. Il potere pubblico continua ad essere essenziale per garantire le condizioni dell’accumulazione capitalistica, ma c’è una tendenza delle forze economiche ad invadere e destabilizzarne le basi.
In questa fase, penso che siamo arrivati a un punto critico del regime finanziario. Oggi sono le banche centrali a regolare le relazioni sociali, incluse quelle tra Stati e cittadini, che oggi sono soggette ai vincoli di mercato (o le scelte delle agenzie globali) si tratta di un nuovo strato del potere, che opera sopra gli Stati e limita notevolmente le loro politiche.
Inoltre per interfacciarci con problemi di rilevanza globale (come migrazioni e cambiamento climatico) avremmo bisogno di un potere globale, ma finora ci stiamo affidando ad agenzie semiprivate che operano semplicemente a vantaggio dei loro investitori. Sono responsabili dei problemi che riguardano tutti e non devono rendere conto a nessuno. Gli Stati erano i “padroni del mondo”, solo qualche decennio fa, e ora stanno subendo una forma di emarginazione, pur stando al centro."
Possiamo spiegare questo processo facendo riferimento alla teoria della “dipendenza”?
"La teoria della dipendenza nasceva come tentativo di spiegare lo sviluppo dei nuovi Stati latinoamericani, formalmente indipendenti, in un contesto di sostanziale dipendenza verso il centro capitalista. Oggi, nell’Unione Europea, paesi come Spagna, Portogallo e Grecia sono i nuovi dipendenti. Non hanno sovranità per decidere le loro politiche, perché banche e vincoli di mercato, imposti con l’accordo dei paesi più forti, decidono cosa possono o non possono fare.
Stiamo parlando di una forma di dipendenza neoimperialistica, non di una usuale colonizzazione. Oggi in molte società del (vecchio) centro occidentale, i cittadini sono costretti a lavorare di più per mantenere i livelli di consumo degli anni precedenti. Un declassamento generalizzato che induce la diffusione di pratiche sorte in America Latina nei decenni precedenti.
In termini marxisti possiamo parlare di convergenza tra lavoratori impoveriti del “nord del mondo”, una parte importante del vecchio centro, con quelli del sud (vecchia periferia), che hanno attraversato e attraversano una crescente industrializzazione. Per questo si stanno creando le condizioni per la formazione di una mobilitazione anticapitalista transnazionale.
D’altra parte si sono già ampiamente affermate in tutto l’Occidente in crisi le destre populiste, che sfruttano la retorica antimmigrazione per alimentare la guerra tra poveri e attrarre il consenso dei lavoratori marginalizzati.
Non è detto quindi che la risposta a questa redistribuzione di forze sia progressiva, anzi. Fatto sta che si sta aprendo una nuova fase, in cui la sinistra deve uscire dal dibattito e dall’immaginario nazionale."
Quando l’esercizio intellettuale di resistenza si orienta verso le elezioni rischia di diventare un’altra forma di istituzionalizzazione ideologica e ridursi a una sostituzione intergenerazionale dell’élite?
"Penso che si corra questo rischio soprattutto nel vecchio occidente, anche se in questi anni abbiamo attraversato un periodo di proteste duramente anti-istituzionali, tese ad occupare la sfera pubblica senza porsi obiettivi elettorali. Sono sorti ampi movimenti popolari, tendenzialmente interclassisti (Occupy Wall Street, Indignados), in cui l’approccio prevalente è stato di rifiutare una struttura organizzativa, un programma, e quindi il raggiungimento della rappresentanza istituzionale.
D’altra parte sto seguendo con molto interesse Podemos, come tentativo di spostare il terreno di lotta dalla società civile alle istituzioni, senza uniformarsi alle forze di establishment. Spero riescano a raggiungere gli obiettivi che si propongono, anche se non sarà facile.
Abbiamo esempi di partiti di sinistra che hanno iniziato come movimenti della società e quando hanno tentato la transizione verso la istituzioni sono stati strumentalizzati e cooptati dal sistema (partito dei verdi tedesco).
D’altra parte restare a livello puramente sociale, come movimenti di opposizione dispersi e frammentati, significa rinunciare all’appello gramsciano di costruzione di una forza controegemonica capace di unire differenti forme di emarginazione presenti in società.
Sono convinta che gli europei stiano affrontando ora, le stesse questioni che decenni fa hanno affrontato in America del Sud, per questo non bisogna perdere di vista quelle esperienze.
L’obiettivo di un lavoro controegemonico deve essere costruirsi uno spazio tra la rigidità sistemica della politica istituzionale e la frammentazione di interessi e prospettive delle lotte sociali.
Le nuove campagne antiviolenza, come #yosoy132 in Messico o Black Lives Matters negli Stati Uniti, hanno mobilitato molte persone e coinvolto larghe fasce di opinione pubblica, ma non sappiamo ancora come pensano di affrontare il problema del potere. Se si vuole perseguire un’autentica strategia dell’autonomia, non bisogna perdere di vista il confine sottile tra una strategia antisistemica tendente a rifondare la legittimità del potere e una mera riproduzione delle logiche sistemiche su una nuova scala."
Come dovrebbero agire i movimenti sociali sorti in Europa?
"La mia lettura della storia sudamericana degli ultimi trentanni è che la crescita dei movimenti ha avuto doppia fase: prima quella orizzontale di ampia partecipazione dal basso, e poi quella verticale di istituzionalizzazione, che ha portato ai governi di Chavez, Lula, Kirchner.
In Europa c’è bisogno di qualcosa di più radicale. Le innovazioni dei movimenti sociali devono tradursi in opportunità di trasformazione politica. Deve crescere lo sforzo controegemonico dello scontro sociale, per diffondere la consapevolezza della necessità di portare avanti trasformazioni strutturali del sistema capitalistico mondiale, senza le quali la nostra condizione non può che peggiorare.
Bisogna fare i conti con questa “struttura globale del potere”, prendere atto che queste istituzioni condizionano negativamente la vita di miliardi di abitanti del mondo. Per questo è fondamentale che i movimenti sociali dialoghino e collaborino fino a costruire una programma coerente di alternativa."
Traduzione in italiano di Nicola Cucchi per Sinistra in Europa
Articolo pubblicato su Open Democracy
Fonte: Sinistra in Europa

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