di Mike Gonzalez
Fidel Castro è stato, senza dubbio, una figura imponente. Nei suoi ultimi fragili anni, la sua presenza ha continuato a risuonare attraverso l’America Latina, anche tra generazioni che non avevano vissuto lo shock eccitante della Rivoluzione Cubana del 1959. Prima della rivoluzione, Cuba era il simbolo del colonialismo nella sua forma più aggressiva. La sua guerra di liberazione dalla Spagna fu appropriata da parte degli Stati Uniti, il cui governo rivendicò la vittoria come propria e riscrisse la costituzione del paese appena resosi indipendente in maniera tale da assicurarsene il dominio.
Lo zucchero di Cuba fu afferrato dagli interessi imperialisti che ne mantennero il suo stato di sottomissione. La sua cultura – la voce degli schiavi che rifiutavano di stare in silenzio – fu svuotata di contenuto e offerta ai turisti per il loro consumo.
Tutto questo ebbe fine il 1 gennaio del 1959. Gli Stati Uniti, sicuri del proprio dominio globale, furono sfidati da una piccola isola caraibica. E ogni paese occupato, ogni movimento di liberazione nazionale oppresso, si alzarono in piedi ad applaudire. Il gigante, dopotutto, sembrava poggiare su piedi di argilla.
Numerose volte, Fidel Castro si rifiutò di arrendersi alle minacce e al ricatto – ed è questo rifiuto che spiega la furia cieca contro di lui dei suoi nemici. Amministrazioni Repubblicane e Democratiche hanno portato avanti l’assedio di Cuba per più di 6 decenni, rimanendo increduli di fronte alla propria inefficacia.
Fu, chiaramente, un processo di resistenza collettiva quello che fermò l’invasione del 1961 appoggiata dagli Stati Uniti nella baia dei Porci. La crisi missilistica del 1962, tuttavia, mostrò alla dirigenza dell’Avana che l’appoggio da parte dell’Unione Sovietica era subordinato, e che Cuba era solo un piccolo attore all’interno di un gioco di potere su scala mondiale. Quando, per un breve periodo, il paese prese le distanze da Mosca, fu il momento in cui attraversò la sua fase più radicale, unendosi con le lotte per la liberazione del Terzo Mondo in un fronte unito che si estendeva dall’America Latina al Vietnam. Fu quello il momento in cui Cuba ispirò e fu simbolo della sollevazione degli oppressi – racchiusa nell’immagine di Che Guevara. La morte di Guevara in Bolivia nell’Ottobre 1967, però, rappresentò un bivio per la rivoluzione. In Peru, Guatemala, e anche in Venezuela, il tentativo di ripetere l’esperienza cubana era fallito con conseguenze disastrose. Fidel, sempre preoccupato in primo luogo e soprattutto per la sopravvivenza di una Cuba sotto assedio e intrappolata dalle proprie limitazioni economiche, si ritirò dalla strategia della guerriglia.
Un anno dopo, il fallimento (inevitabile) del 1969 dell’obiettivo di produrre 10 milioni di tonnellate di zucchero segnò un punto di non ritorno. Nel giro di un anno, Cuba cadde interamente e definitivamente sotto la protezione sovietica e si identificò pubblicamente con la sua strategia di alleanze e compromessi con il Terzo Mondo. Quando Fidel andò in visita in Cile, i futuri sostenitori di Pinochet scesero in strada per battere le pentole in segno di protesta; al tempo, lui era lì per congratularsi con Allende per la sua vittoria elettorale e per il progresso della sua via parlamentare al socialismo.
Dopo l’invasione della baia dei Porci, Castro dichiarò che la rivoluzione cubana era socialista. Nonostante Fidel stesso venisse da un background nazionalista radicale, il suo annuncio fu un riconoscimento sia della dipendenza economica di Cuba dell’Unione Sovietica, sia del ruolo centrale che avrebbe giocato il Partito Comunista, fondato subito dopo. In questo contesto, il socialismo fu inteso come un forte stato centralizzato secondo la linea sovietica.
Questo coincideva con entrambe le visioni di Castro e Guevara su come si vincono le rivoluzioni – ossia con l’azione di piccoli e dediti gruppi di quadri che agiscono in nome del movimento di massa. Quando i sovietici invasero la Cecoslovacchia nel 1968, Castro appoggiò l’azione, confermando ancora una volta la dipendenza di cuba dall’Unione Sovietica e la natura del nuovo stato all’alba della morte del Che. Ma in Sudafrica il paese portò avanti la propria, più coraggiosa, politica estera. Durante gli anni settanta, le forze cubane giocarono un ruolo chiave nella sconfitta dell’insurrezione delle forze di destra e portando avanti la reputazione anti-imperialista di Castro. Non c’è dubbio che le loro azionisostennero la fine dell’apartheid. Tuttavia nel Corno d’Africa, le truppe cubane difesero governi alleati con gli interessi sovietici sulla regione che repressero brutalmente movimenti di liberazione interni.
Fidel non fu mai un flessibile subordinato. Usò il suo peso e il suo straordinario carisma per lanciare, da un lato, occasionali avvertimenti verso Mosca, e dall'altro per rinforzare il suo controllo personale sullo stato. I sopravvissuti tra i guerriglieri che sbarcarono con il “Granma” nel 1956 e rovesciarono il regime dittatoriale di Batista, rimasero per lo più al centro del potere per le 5 decadi successive.
Il socialismo che sposò Castro aveva poco a che vedere con l'“auto-emancipazione della classe lavoratrice” di Marx. Era un socialismo con una struttura di comando molto simile a quella dell’esercito di guerriglieri del quale Fidel era Comandante in Capo. A tenerlo in piedi furono da un lato l’incontestabile autorità di Fidel e dall’altro l’ostilità senza respiro degli Stati Uniti, che non solo tentarono di uccidere centinaia di volte, ma che tentavano anche di affamare il popolo cubano per riportarlo alla sottomissione.
In queste difficili condizioni, il sistema che costruirono i rivoluzionari ha portato a vantaggi reali. I più celebrati tra questi sono gli efficienti sistemi universali di sanità e istruzione. Al di là di questi, la vita quotidiana era dura, anche prima del ritiro degli aiuti da parte dell’Unione Sovietica e del “periodo speciale” che seguì, che portò l’isola sull’orlo del disastro.
Furono solo un sentimento di solidarietà collettiva e di sacrificio che fermarono il collasso. Tuttavia c’era già un sentimento di malcontento profondo che si esprimeva nell’assenteismo, nella resistenza nei luoghi di lavoro, nella disillusione dei veterani africani, per esempio, dal momento che molte delle speranze della rivoluzione si erano rivelate illusorie. Se da un lato veniva fornita un’assistenza sociale di base, dall’altro venivano poco forniti beni di consumo e il dissenso veniva trattato duramente, in qualunque forma si presentasse. L’estrema concentrazione di potere (gli organi dirigenti del paese erano occupati da un paio di dozzine di leader “storici” sotto il controllo di Fidel) in cima alla piramide bloccava qualsiasi possibilità di una democrazia socialista. Le istituzioni politiche erano controllate centralmente a qualunque livello; organi locali, come i Comitati per la Difesa della Rivoluzione, mantennero la vigilanza contro il dissenso. In occasioni nelle quali il malcontento si fece troppo rumoroso, migliaia di Cubani furono mandati alle manifestazioni clamorose di Miami denunciando gli esuli come “feccia”.
Fu relativamente semplice liquidare le rivendicazioni di democrazia da parte di critici interni come propaganda imperialista, invece che come una domanda legittima da parte dei lavoratori che un socialismo degno di questo nome dovrebbe trasformarli in protagonisti della propria storia. L’informazione pubblica era disponibile solo nella forma impenetrabile del quotidiano di stato Granma, e le istituzioni, a qualunque livello, erano poco più che dei canali di comunicazione delle decisioni della dirigenza.
Una burocrazia opaca, che doveva rendere conto solo a se stessa, con accesso privilegiato a beni e servizi, divenne sempre più corrotta nel contesto di una economia ridotta ai minimi termini. Le occasionali chiamate da parte di Castro alla “retta via” rimossero alcuni singoli problemi ma lasciarono di fatto il sistema intatto.
Eppure Cuba è sopravvissuta, in parte grazie al fine istinto politico di Fidel e alla sua volontà di ricercare alleati ovunque potesse all’alba della caduta dell’Europa dell’Est. Ma nonostante i leader della “marea rosa” hanno celebrato l’eredita di Fidel, all’alba del ventunesimo secolo, i nuovi movimenti anticapitalisti, con la loro enfasi sulla democrazia e sulla partecipazione, avevano poco da imparare da Cuba. La realtà era, dopotutto, che l’isola aveva messo in atto un’interpretazione molto autoritaria del socialismo, che poteva permettere allo stesso tempo la repressione delle persone gay, il divieto di dissenso, e l’emergere del regime che ora predomina a Cuba, nel quale un piccolo gruppo di burocrati e comandanti militari gestisce e controlla l’economia. Saranno loro i beneficiari del reintegro di Cuba nel mercato mondiale, non la maggioranza dei cubani e delle cubane.
Fidel, che si ammalò nel 2006, ha detto relativamente poco da allora. La sua morte sarà pianta in tutto il Terzo Mondo, perchè Cuba ha a lungo rappresentato una possibilità di liberazione dall’oppressione imperialista. E tuttavia lo stato che Castro ha costruito è un monito del fatto che ogni socialismo degno di questo nome ha bisogno di una democrazia profonda e radicale.
Articolo pubblicato su Jacobin magazine
Traduzione di Marta Autore
Fonte: communianet.org

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