di Renaud Lambert e Hélène Richard
Il «Manuel d’économie critique» del «Monde diplomatique» è nelle edicole francesi. La prima opera di questa raccolta, nel 2014, era dedicata alla storia. Oggi vogliamo chiarire le base e gli aspetti di una disciplina di potere, l’economia, i cui principi governano tanti aspetti della nostra vita. Il saggio si propone di far comprendere per far agire: tutti possono partecipare alla battaglia delle idee, se si dispone di strumenti caratterizzati da scrittura accurata, contenuti rigorosi, senso delle immagini, pedagogia e prospettiva storica. Il nostro manuale vuole essere uno strumento di questo tipo.
Per i liberisti, gli esseri umani in quanto tali sono troppo imprevedibili, mossi da oscure passioni. Così hanno inventato l’individuo neoclassico. Privo di cultura e di affetti, egli non prova sentimenti o emozioni: né amore, né odio, né solidarietà, meno che mai abnegazione. E consente di sfornare sapienti studi di laboratorio sul funzionamento del mondo senza che ci si debba preoccupare della storia, della geografia o delle emozioni.
Un tuffo nel misterioso mondo dell’economia dominante.
Rémi, che vive in questa singolare contrada, adora la pizza. Fin qui, nulla di strano. Ma la fame degli individui neoclassici non conosce la sazietà più di quanto essi conoscano il sovrappeso. Rémi divorava già tre pizze al giorno prima di vincere al Lotto? Ciononostante, da buon neoclassico, egli approfitta dell’improvvisa fortuna per darsi ancora di più ai piaceri della gastronomia italiana.
Nel mondo dell’economia neoclassica, il mercato pone gli stessi problemi che altrove. Ma offre anche soluzioni. La ricerca del profitto porta alla sfrenata estrazione di materie prime, danneggiando l’ambiente? Che importa! La trasformazione della natura in merce offre la migliore risposta alle derive che ha causato: più le risorse si assottigliano, più il loro prezzo aumenta e meno diventa interessante sfruttarle. Insomma, il degrado ambientale come antidoto al degrado ambientale…
Anche le regole di base dell’aritmetica vacillano quando si entra nei territori neoclassici.
Là, succede che le addizioni si comportino come sottrazioni. Nel campo delle imposte, per esempio. Normalmente, quando aumenta l’ammontare dei prelievi obbligatori aumentano le entrate dello Stato. Nel clima neoclassico, al contrario, le entrate si riducono, perché una serie di meccanismi di evasione e di nicchie fiscali permette ai contribuenti di sottrarsi alle imposte ritenute di volta in volta troppo elevate. La saggezza locale suggerisce dunque una grande prudenza in materia.
Realtà troppo «impure» per conformarsi alle teorie neoclassiche.
Il mondo dell’economia neoclassica, con la sua logica talvolta depistante, si distingue nettamente dal mondo reale. Eppure la maggior parte dei dirigenti occidentali si avvale delle sue regole per giustificare le proprie decisioni: deregolamentazione, privatizzazioni, abbandono delle politiche pubbliche alle «forze del mercato» – insomma, la realizzazione del progetto neoliberista. È stato ad esempio il caso in Grecia, quando considerazioni provenienti dal bizzarro universo neoclassico hanno convinto i membri della «troika» (Fondo monetario internazionale, Commissione europea e Banca centrale europea) che si potesse sperare di riportare in vita le vittime asfissiate strangolandole. Ma la Grecia appartiene al mondo reale e la ricetta neoclassica ha fatto impennare il debito. Non era forse prevedibile, dal momento che le stesse ricette avevano prodotto conseguenze drammatiche in America latina? Il fallimento del metodo suscita una domanda: come spiegare il fatto che i dirigenti politici si abbeverano esclusivamente alla fonte neoclassica mentre ne esistono altre?
La resilienza di questo pensiero si fonda in gran parte sulla sua pretesa di scientificità. In economia le cose funzionerebbero come nelle scienze fisiche e matematiche. Ma i fisici non rimproverano gli atomi che rifiutano di seguire le traiettorie precedentemente calcolate in laboratorio. Come i bambini che si irritano quando non riescono a far entrare una sfera in un buco triangolare, i neoclassici si spazientiscono davanti alle economie troppo «impure» per sposare i loro modelli teorici.
Ovviamente, c’è un dibattito – e tanto più infervorato in quanto avviene su riviste confidenziali ed è formulato attraverso equazioni enigmatiche. Sul lato delle politiche pubbliche, i militanti neoliberisti hanno conquistato i gabinetti ministeriali e i vertici delle istituzioni finanziarie internazionali dalla fine degli anni 1970 (talvolta prima di tornare a lavorare per multinazionali e banche, come nel caso dell’ex presidente della Commissione europea José Manuel Barroso, ormai alle dipendenze della banca d’affari Goldman Sachs). Il loro modello, che non è falsificabile, non fallisce mai – un privilegio che garantisce una confortevole legittimità. Sarà la realtà a doversi adattare.
Questa deriva trova una delle esemplificazioni più frequenti nella «teoria delle anticipazioni razionali». Diventata popolare negli anni 1980, la tesi ha ripreso (e radicalizzato) la posizione del monetarista Milton Friedman (1912-2006). Friedman aveva imposto l’idea che le iniezioni di liquidità decise dalle banche centrali – per rilanciare l’economia, per esempio – equivalessero a spararsi su un piede. Perché? Perché stampare moneta provoca inflazione, velocemente percepita dalle imprese e dalle famiglie che di conseguenza sarebbero indotte a chiudere i cordoni della borsa. Accentuando la fede del loro maestro nell’efficacia dei mercati, gli eredi di Friedman hanno postulato che qualunque politica pubblica (di regolamentazione, di pilotaggio della congiuntura, ecc.) sarà istantaneamente contrastata da agenti economici ben informati quanto gli economisti che li studiano. Conclusione strategica del padre di questa teoria, Robert Lucas, davvero molto ottimista: occorreva accentuare la deregolamentazione dei mercati finanziari. Nel 2003, Lucas riteneva che i suoi appelli fossero stati ascoltati e dichiarava davanti all’American Economic Association che il problema delle depressioni era «risolto, e per diversi anni». Quattro anni dopo scoppiava la peggiore crisi finanziaria mondiale dal 1929.
Nel cuore della tempesta, il dogma neoliberista assomiglia spesso al canneto della favola: si piega, e gli «esperti» aggiustano le proprie convinzioni. Quando i fulmini hanno minacciato l’euro, la Banca centrale europea (Bce) ha tolto di mezzo il tabù monetarista che la guidava acquistando massicciamente obbligazioni di Stato. Solo pochi mesi prima l’idea avrebbe fatto trasalire i grandi finanzieri europei, i quali sostenevano che avrebbe incitato al lassismo e fatto lievitare la spesa pubblica.
Se la Bce, un’istituzione più politica che tecnica, si è spogliata con tanta facilità dei propri dogmi scomodi, è perché si trattava di salvare l’essenziale: tenere gli affari economici al riparo da una democrazia ritenuta troppo versatile. Un progetto portato avanti con successo da tutte le varianti del neoliberismo, al di là delle sfumature: dal monetarismo di origine statunitense all’ordoliberismo di matrice tedesca. Il gergo economico (che nasconde tesori di eufemismi) parla di «credibilità» delle politiche economiche. Da leggere così: abdicazione da parte degli eletti ai propri poteri decisionali a vantaggio di vincoli prestabiliti, come i trattati europei. I capitali sono autorizzati a destabilizzare un paese affluendovi, prima di scombussolarlo nuovamente disertandolo; alla libertà di cui godono corrisponde ormai il collare di ferro applicato alla democrazia: un corpus giuridico pressoché intoccabile, i cui fondamenti teorici sorprendono talvolta per la loro disinvoltura. Così, nella zona euro il deficit pubblico non deve superare il tetto del 3% del prodotto interno lordo (Pil).
Liberare l’orizzonte ricordando che niente è irreversibile
E se la ricetta del Fondo monetario internazionale (Fmi) non ha dato i risultati previsti in Grecia, è perché Atene si è mostrata troppo timorosa!, suggerisce la direttrice del Fmi Christine Lagarde, sorda alle svolte del dipartimento per la ricerca nella sua istituzione: «Una delle ragioni per le quali il programma greco è riuscito molto meno bene [rispetto a quelli della Lettonia e dell’Irlanda], è stata la resistenza dei vari governi (1)».
Non se ne abbia a male Lagarde, ma nessuno è obbligato a essere docile. Cambiare il mondo implica comunque un duplice sforzo: riuscire a liberarsi dalle leggi prodotte dai ceti dominanti; riuscire a reinserire il vincolo economico in una riflessione strategica. Contribuire a quest’impresa è l’unica ambizione del nostro manuale critico di economia.
Si capirà che cos’è una crisi finanziaria, come funziona il ricatto del debito, come le banche creano il denaro, o perché il Brasile sia stato recentemente perturbato dagli investitori. Si scoprirà anche come fu inventata la carta di credito, che in passato si scambiava altro e non solo denaro, che le riviste scientifiche si interessano talvolta più alla forma dei water che al rapporto fra finanziarizzazione e disoccupazione, che l’economista liberista Friedrich Hayek forse aveva letto Lenin e i padroni Karl Marx.
La battaglia ideologica inizia dal sistema educativo: le «scienze economiche e sociali» in Francia sono insegnate a partire dalla seconde (il primo anno di liceo). A differenza di quanto accade nei corsi universitari, al liceo l’economia continua a dialogare con la sorella maggiore, la sociologia. Da alcuni anni, questa particolarità francese è sovente messa in discussione. In un contesto favorevole alla classe imprenditoriale, il quadro neoclassico e la celebrazione del libero scambio hanno assunto un ruolo di rilievo nei programmi, mentre il concetto di «classe sociale» è stato fatto sparire nel 2011. Quando, nel giugno 2016, il ministero dell’educazione nazionale ha deciso di rendere facoltativo l’insegnamento della sacrosanta «legge dell’offerta e della domanda» nella seconde, il Medef (la Confindustria francese) ha condannato un «progetto di impoverimento del programma» che «contraddice totalmente il lodevole discorso della ministra a favore di un maggiore contatto fra scuola e imprese». Raccomandazione del vicepresidente dell’organizzazione, Thibault Lanxade: «Al contrario, occorre impegnarsi per ispirare lo spirito e il gusto per l’impresa il più precocemente possibile, con un insegnamento che sia in linea con la realtà quotidiana delle imprese (2).»
In materia, i professori si distinguono per la loro propensione a resistere alle parole d’ordine padronali, ma non sono loro a redigere i programmi. Certo, questi non sono dei precetti, percorsi obbligatori come i binari di una ferrovia. Per fortuna gli insegnanti rimangono liberi di chiarire in modo specifico i temi che affrontano. Ma all’ambizione di emancipare gli spiriti che anima la maggior parte di loro possono bastare semplici margini di manovra? Tanto più che questi ultimi si restringono: il governo francese si era impegnato con l’Associazione francese di economia politica (Afep), alla fine di dicembre 2014, a creare una sezione «istituzioni, economia, territorio e società» suscettibile di accogliere gli universitari eterodossi, ma si è tirato indietro dopo gli attacchi dei neoliberisti, fra i quali Jean Tirole. Per il «Premio Nobel» francese, la misura – una «catastrofe» – avrebbe promosso il «relativismo della conoscenza, anticamera dell’oscurantismo».
Abbiamo messo insieme alcuni fra i migliori specialisti di economia, ricercatori, professori di università e della scuola superiore, giornalisti – per rivedere i programmi del secondo e dell’ultimo anno offrendo una nostra proposta. Quattro gli obiettivi: decostruire i luoghi comuni che instillano negli spiriti la fatalità neoclassica; fornire chiarimenti storici e internazionali spesso assenti dai programmi; trattare le analisi di scuole di pensiero cacciate dalle università e prive di accesso ai media; sgombrare l’orizzonte ricordando che niente è irreversibile.
Liberarsi dai vincoli prescritti dai neoclassici non significa ignorare quelli legati al funzionamento del mondo. Contro i dogmi e l’ignoranza, il manuale invita a porre nuovamente l’economia al servizio della società. Non basta infatti auspicare che il mondo cambi per riuscire a cambiarlo davvero: se l’economia neoclassica pretende di reinventare le leggi dell’aritmetica, esse comunque si impongono al potere politico. Anche quando quest’ultimo si propone l’intento di «cambiare la vita». Come comprendere il caos economico venezuelano senza evocare il fenomeno della «sindrome olandese» (sul rapporto tra sfruttamento delle risorse naturali e declino dell’industria manifatturiera”? [Ndt] Come fare un bilancio del fallimento del nuovo slancio deciso da Mitterrand nel 1981 senza interessarsi alla concorrenza estera? E basta davvero denunciare il debito come un’eredità neoliberista per alleviarne il peso? Allo stesso modo, sognare di liberarsi dal mercato grazie alla pianificazione porta talvolta a sviste imbarazzanti, come la produzione di scarpe per il solo piede sinistro.
L’intellettuale britannico Ralph Milliband sottolineava nel 1979 che «generalmente i governi di sinistra (…) arrivano al potere in situazioni di grave crisi economica e finanziaria (3)». In simili contesti, la solidità del sostegno popolare si rivela decisiva al nuovo potere. Una comprensione migliore della natura politica e sociale dell’economia aiuterebbe. Speriamo dunque che i nostri manuali circolino anche fuori dalle aule scolastiche.
(1) Le Monde, 5 luglio 2016.
(2) «Programme d’économie de seconde: halte à la braderie!», comunicato del Medef,
Parigi, 30 giugno 2016.
(3) Ralph Miliband, L’État dans la société capitaliste, Maspero, Parigi, 1979.
Articolo pubblicato su Le Monde Diplomatique, settembre 2016
Traduzione di Marinella Correggia
Fonte: Ecologiapolitica.org

Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.