La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 29 aprile 2017

Gramsci, chi è costui? Ricercatori di “public history” al lavoro

di Donatella Coccoli 
Ci sono gli studenti con un garofano in mano, la signora con i vasi di gerani rossi, i ragazzi dell’Arci insieme con Carlo Testini con il manifesto che hanno realizzato per lui, pop e allegro, un uomo alto che timidamente porta una rosa rossa avvolta dalla carta. E poi alla spicciolata, anziani, adulti e ragazzi, che sfilano per il vialetto a destra del cimitero acattolico alla Piramide a Roma. Qui, un po’ ai margini, è seppellito Antonio Gramsci. Ci riuscì a dargli una sepoltura la cognata Tatiana che figurava come ortodossa. Il luogo è immerso nel silenzio, con i cipressi scultorei attraversati dai voli chiassosi dei pappagalli verdi.
Si respira un’aria di umanità dolente ma dignitosa. E così sono anche le persone che oggi, nell’ottantesimo anniversario della morte, sono andate a rendere omaggio all’autore dei Quaderni del carcere che morì all’alba del 27 aprile 1937 nella clinica Quisisana due giorni dopo aver ottenuto la libertà dal Tribunale di sorveglianza di Roma.
«Sono dei venduti», esclama una signora riferendosi ai fiori con il nastro che indica il Partito democratico. «Si rivolterebbe nella tomba, lui», aggiunge un anziano. Dicono che è passato anche Matteo Orfini e di nuovo la signora lancia commenti acidi. Più tardi, sfilano sempre più persone. Dei ragazzi leggono alcune lettere di Gramsci in un clima partecipato.
Ma l’ottantesimo anniversario della morte di Gramsci è anche l’occasione per intraprendere una originale ricerca sull’immagine e la percezione che “dal basso” si ha della Storia. Fondamentale perché è solo partendo dalla conoscenza attuale che si può partire a livello “alto”, accademico. Diciamo pure che è una ricerca di stampo gramsciano. La raccontano Lorenzo Montesi e Tommaso Leone, due laureati in Storia a Bologna che frequentano il Master di Public History a Modena.
Dopo aver lasciato una copia di Left davanti al cippo funerario, spiegano perché si trovano proprio là, al cimitero acattolico di Roma. Vengono dalle Marche e per conto dell’Istituto Gramsci di quella regione, hanno iniziato un sondaggio e una ricerca da qui fino alla fine del 2017. «Per fare questo avremo bisogno del contributo di chiunque vorrà lavorare con noi a questa ricerca», si legge in un volantino che distribuiscono alle persone.
L’obiettivo è quello di raccogliere contributi vari – video, testi, immagini – soprattutto tra i giovani, sulla figura di Gramsci. Tutto il materiale andrà nel sito 80Gramsci, che «indica nel numero non solo gli anni dalla morte ma anche la generazione di trentenni», dice Lorenzo Montesi. Dal mese di maggio verranno coinvolte anche le scuole, le università e gruppi e associazioni culturali, prima di Marche, Abruzzo ed Emilia Romagna, poi, sperano di altre regioni italiane.
C’è un questionario poi che si trova nel sito che verte sul trinomio, Storia, passato e memoria. Domande semplici e veloci che però permetteranno ai ricercatori di ottenere delle risposte sulla “domanda di storia” presente nella società italiana. A cui il public historian dovrà organizzare l’offerta. È una disciplina che rappresenta una novità nel panorama accademico italiano, un modo di avvicinare gli studi accademici ancora di più alla società, non solo a livello culturale ma anche economico e sociale. «Noi siamo arrivati adesso, ma questo modo di considerare la storia nel mondo anglosassone esiste da molti anni. Spesso in Italia public history vien tradotto con “l’uso pubblico della storia o lo storico in pubblico”, ma sempre con una connotazione negativa in cui l’uso pubblico della storia ne presuppone la politicizzazione».
Invece a Modena sono stati mantenuti i due termini propri della tradizione anglosassone. «La public history è un grande cantiere sul tavolo, sia per l’accademia che per la politica», precisa Lorenzo Montesi. È anche uno strumento di formazione nel campo delle scienze umaniste che permette di far uscire dall’università dei laureati che forse riusciranno ad essere utili ovunque nella società ci sia bisogno di qualcuno che possa scrivere o comunicare la storia.
La storia non isolata nella torre degli accademici ma calata tra i cittadini. Che in questo modo, di sicuro, ne trarranno vantaggio. Perché siamo tutti intellettuali diceva Gramsci, e possiamo cambiare il modo di pensare. «Cominciare il nostro lavoro da Gramsci è perfetto. Il fatto che sia un personaggio studiato in mezzo mondo e da noi in Italia no, significa che un problema c’è», continua Lorenzo. «La storia è di tutti e ci piacerebbe che fosse la stessa cosa di Gramsci».

Fonte: Left.it 

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