La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 29 aprile 2017

Scusi, dov'è l'uscita?

di Vincenzo Marineo 
Il progetto di unificazione monetaria è stato per tutti, inclusi i piccoli paesi, l’alibi per poter imporre ‘con le mani legate’ quelle politiche di classe che comunque sarebbero state portate avanti. Oppure: la sola cosa che tiene insieme tutte le differenti componenti capitalistiche europee è la deflazione salariale che viene garantita dall’Euro. Ancora: [l’Euro] è uno strumento disciplinante delle classi lavoratrici (*). Anche una breve storia dell’Unione Europea attraverso i successivi trattati che la definiscono, pubblicata sulla rivista “Jacobin” (1), arriva a questa conclusione: dalla metà degli anni ’80, l’Unione Europea è lo strumento messo in atto dalle élites per gestire l’economia sottraendola al controllo democratico.
Lo aveva detto perfino Mario Monti, nel 1998: “[…] tutto sommato, alle istituzioni europee interessava che i Paesi facessero politiche di risanamento. E hanno accettato l’onere dell’impopolarità essendo più lontane, più al riparo, dal processo elettorale.” (2)
Insomma, sappiamo la verità sull’Euro e sui trattati europei, sulla loro funzione nel conflitto tra capitale e lavoro, e pure sui loro aspetti antidemocratici; ma non riusciamo a dirla, perché sembra che dichiarare questa verità metta di fronte a delle scelte – se uscire dall’Euro, se uscire dall’Unione Europea – che dividono la sinistra.
Il dibattito politico su queste scelte si è ormai avvitato su sé stesso. La tecnica preferita per averla vinta sembra essere questa: ciascun frammento della frammentatissima sinistra italiana si inventa una descrizione delle posizioni degli altri, procedendo a una loro severa critica. La critica risulta spesso fondata e convincente, ma colpisce solo un falso bersaglio, che si era d’altronde costruito a questo solo scopo. Tutto questo non serve, e ancor meno servono affermazioni come questa: “è impossibile essere di sinistra, ovvero proteggere il lavoro, essere contro l’austerità e difendere l’euro”, che hanno il solo effetto di provocare chiusure e risentimenti. Sarebbe quantomeno più utile affermare le proprie posizioni, invece di limitarsi a criticare la caricatura delle altre.
L’incapacità di produrre un dibattito costruttivo in realtà non deve stupire, se si pensa che non è chiaro neanche cosa sia il lavoro: non si spiegherebbero altrimenti, ad esempio, l’annoso dibattito sul reddito di base, nelle sue varie declinazioni, o le discussioni sugli effetti della ‘robotizzazione’. C’è la debolezza di fondo della sinistra, una debolezza che viene da lontano, che va oltre le contingenze del progetto europeo, e che forse è il vero motivo di tutte le difficoltà; occorrerebbe concentrare le forze per parlare del progetto della sinistra, e considerare quel che possiamo e dobbiamo dire oggi sull’Euro e sull’UE solo come la preparazione e l’occasione politicamente favorevole per sostenere la nascita di quel progetto.
Sul piano dell’analisi economica, che fornisce gli argomenti al dibattito politico, sono coinvolti tanti economisti degni di fede (ciascuno scarti chi vuole, ma dovrà ammettere che tra gli ‘avversari’ ce ne è qualcuno che è tale), ma i più, che economisti non sono, sono costretti a persuadersi come possono, come credono; e non potendo dare la loro adesione razionale finiscono spesso per essere solo dei tifosi del loro economista preferito. Mancano i partiti, senza i quali il discorso economico rischia di presentarsi come oggettivo, perdendo lo spessore della soggettività politica.
Una conclusione alla quale l’indeterminatezza dell’analisi economica può portare è l’accettare il fatto che la domanda “cosa succederà se l’Italia esce dall’UE e dall’Euro?” non può avere risposta, perché abbiamo di fronte fenomeni complessi, scenari che dipendono da troppe variabili. Se accettiamo questa conclusione, le scelte non dipendono più da da una presunta razionalità economica, ma diventano più propriamente politiche, superando la paralizzante frattura tra il piano dell’analisi economica (con le sue impossibili risposte) e quello della proposta politica (con la sua necessità di una risposta), frattura che condanna di fatto all’afasia, al non poter dir nulla, o troppe cose insieme, che è poi lo stesso del non dir nulla, a presentarsi alla fine divisi e rissosi perdendo la presa sul possibile elettorato. 
Neanche le élites dominanti sanno cosa succederà; ma, a differenza della sinistra, hanno dei progetti, il potere per metterli in atto, e devono comunque fare qualcosa perché le politiche sin qui seguite si stanno rivelando, per loro stessa ammissione, “insostenibili”. Hanno funzionato (dal loro punto di vista), ma non funzionano più. La BCE saprà forse inventare di nuovo qualcosa, come ha già fatto con il whatever it takes di Draghi, qualche ritocco ai Trattati si può pure fare, l’Euro e l’UE sopravviveranno, oppure ci troveremo di fronte alla loro fine; tutto questo passerà sopra le nostre teste, e rischiamo di non accorgercene neanche, impegnati come siamo a chiederci se bisogna uscire o no. 
Insistere sui pericoli dell’uscita suscita altre domande: dobbiamo allora darci da fare perché l’UE e l’Euro continuino ad esistere? e cosa siamo disposti a fare per tenerceli? quale tasso di disoccupazione è sostenibile, quale perdita di capacità produttiva è accettabile? Lasciamo piuttosto alle élites europee il problema del superamento della loro crisi: se c’è qualcuno che deve avere i piani per l’uscita dall’Euro, è la Banca d’Italia, o il Governo.
Non sapere cosa succederà non annulla le verità che sappiamo, che vanno affermate, indicando l’Euro e l’UE come strumenti della ristrutturazione capitalistica e come ostacoli messi lì per impedire la realizzazione di qualsiasi politica diversa da quelle sinora seguite di austerità e di penalizzazione del lavoro, con gli esiti di perdita di capacità produttiva e di aumento della disoccupazione che vediamo. Dobbiamo guardare oltre il progetto dell’Unione Europea, ma dire subito quello che sappiamo, come primo passo per quel progetto di sinistra che è urgente costruire insieme all’organizzazione che si dovrebbe candidare a realizzarlo. 
Proprio qui, nascosta dietro le discussioni sull’uscire o no dall’Euro, credo sia possibile rintracciare una sostanziale convergenza o almeno una compatibilità tra le proposte di molti economisti. Quello che manca è piuttosto la presenza nella realtà sociale, che bisogna ricostruire partendo da quel contesto, quello spazio politico, nel quale la partecipazione democratica ha un senso e delle regole.
Questo è un altro punto su cui la sinistra è divisa e paralizzata: se il livello sul quale organizzarsi debba essere quello europeo, o quello dei singoli Stati che compongono l’UE, o l’area Euro. Ma l’organizzazione in riferimento alle istituzioni di uno Stato non è né in alternativa né in contrasto con la costruzione di soggetti politici – partiti e sindacati – a livello sovra-statale, ne costituisce anzi la premessa sia logica che reale.
Sappiamo peraltro che le élites capitalistiche non si affidano affatto ai presunti meccanismi naturali del mercato, ma orientano l’azione degli Stati per mettere in atto quelle misure – economiche, sociali, politiche – volta per volta ritenute utili e necessarie a far funzionare il sistema economico: “comprano tempo” – come recita il titolo del libro di Wolfgang Streeck Gekaufte Zeit, tradotto in italiano come Tempo guadagnato – con l’aiuto del denaro. 
Nel giugno del 1973 Lelio Basso interviene in un convegno sul federalismo europeo (3), esponendo il suo punto di vista su tale progetto:
“È chiaro che per un socialista che si richiama a Marx come io mi richiamo, non c’è nessuna difficoltà a riconoscere il superamento dello stato nazionale. Poi in pratica è successo che nonostante Marx avesse lanciato il famoso appello «proletari di tutti i paesi unitevi» i proletari se ne sono dimenticati, e i capitalisti se ne sono ricordati. I capitalisti hanno fatto l’internazionalizzazione nelle grandi «multinazionali», mentre il movimento operaio è rimasto a livello nazionale. Questa è una delle accuse più gravi che faccio al movimento operaio.” […] “Una battaglia politica per il superamento del nazionalismo, delle nazionalità degli stati nazionali, nel tentativo di costruire un’Europa federale, mi trova totalmente consenziente. Non mi trova invece consenziente il problema della priorità di questa battaglia su tutte le altre […]”
E dopo avere criticato il prevalere dei regolamenti comunitari, la loro obbligatorietà, lo scavalcamento che essi realizzano del Parlamento, afferma: “quella che viene calpestata non è la sovranità nazionale, alla quale possiamo benissimo rinunciare, a condizione che sia rispettato, però, il fondamento della sovranità, che per noi è sempre il popolo e deve essere il popolo.”
Per chiarire questa affermazione, va ricordato quanto Basso aveva detto poco prima: 
“Nella Costituzione abbiamo scritto, nel primo articolo: «L’Italia è una Repubblica democratica»; poi abbiamo aggiunto quelle parole forse sovrabbondanti «fondata sul lavoro»; e poi abbiamo ancora affermato il concetto che la «sovranità appartiene al popolo». Sembra una frase di stile e non lo è. Le costituzioni in genere hanno sempre detto «la sovranità emana dal popolo» «risiede nel popolo»; ma un’affermazione così rigorosa, come «la sovranità appartiene al popolo che la esercita» era una novità arditissima. Contro la concezione tedesca della «sovranità statale», di quella francese della «sovranità nazionale», noi abbiamo affermato la «sovranità popolare» quindi democratica. A questo tipo di sovranità io tengo.”
E penso di interpretare correttamente “popolo” dicendo che con tale parola si intende non una unione insiemistica di individui ricadenti sotto una certa definizione geografica o linguistica, ma quella precisa collettività definita e organizzata dalla Costituzione, che elegge il Parlamento e che è regolata dalle leggi che il Parlamento emana nel rispetto della Costituzione stessa (mentre manca ancora, in questo senso, un popolo europeo). Siamo in ambiti in cui il termine “populismo” non trova spazio; si tratta piuttosto di riconoscere nello Stato un luogo di mediazione del conflitto. E la “nazione” in tutto questo non c’entra nulla. (4) 
La sovranità popolare non è, poi, l’indistinta potenza di decidere ciò che si vuole: la sovranità si esercita “nelle forme e nei limiti della Costituzione”, per rendere operanti i suoi principi, che sono incompatibili con i trattati europei. Né si tratta, sia chiaro, di fissare la Costituzione come compimento della politica, ma di agire per iniziare a creare le condizioni per riorientare a sinistra la politica e per definire un più ampio spazio di azione, che potremmo provvisoriamente chiamare, per semplicità, “Europa”.

* Sono tre citazioni, ma non dichiarerò questi riferimenti all’attuale dibattito italiano, per non coinvolgerne gli autori in considerazioni che non è detto condividano.
1. Oisín Gilmore, “The Roots of the European Union”, https://www.jacobinmag.com/2017/03/european-union-wwii-trade-monnett-merkel-trump/
2. M. Monti, Intervista sull’Italia in Europa, a cura di F. Rampini, Laterza,1998.
Ringrazio Alessandro Visalli per avere segnalato e commentato questo documento (http://tempofertile.blogspot.it/2017/04/lelio-basso-consensi-e-riserve-sul.html).
4. Carlo Galli, ne Il disagio della democrazia (Einaudi, 2011, pag. 44), scrive: “[…] se è vero che la nazione non è stata, storicamente, alternativa allo Stato, ed è anzi stata catturata dalla sua potenza, finendo col fornirgli legittimità, è anche vero che la nazione – quella rivoluzionaria dapprima e quella romantica poi – è un principio politico diverso dallo Stato, che può portarlo verso la democrazia sostanziale (il sogno, non realizzato, di Mazzini) quanto verso l’autoritarismo e perfino il totalitarismo (com’è avvenuto in Italia, da Crispi a Mussolini).”

Fonte: palermo-grad.com

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