La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 9 ottobre 2015

Estasi metropolitane

di Elvio Fachinelli
Una singolare linea culturale percorre l’Ottocento e attraverso Poe e Baudelaire giunge fino a Walter Benjamin e oltre. Essa trova nella folla, nel brulichio e nella promiscuità della folla, una fonte di affascinamento e di ebbrezza. Una citazione, da Les fleurs du mal di Baudelaire:
Dans les plis sinueux des vieilles capitales, /Où tout, même l’horreur, tourne aux /enchantements, /Je guette, obéissant à mes humeurs fatales, /Des êtres singuliers, décrépits et charmants. [1]
Oppure ancora, questi due versi trovati non so più dove:
L’apparizione di questi volti nella folla / petali su un ramo nero bagnato (Ezra Pound, In una stazione del metro).
Qui l’esplosione della parola «petali», contrapposta e legata al «ramo nero bagnato», costituisce una traccia di ciò che Benjamin chiamava una «illuminazione profana».
Estasi metropolitane e “velocità divina”
È da notare che la folla è storicamente un antecedente della massa. Secondo Benjamin, la folla è il velo che nasconde al flâneur la massa.[ 2]Nella folla gli individui conservano la loro fisionomia, sia pure come granelli affiancati gli uni agli altri. Passando a massa, questa fisionomia si perde. Ora è proprio questo scivolamento, questo oscurarsi progressivo dei visi che si fa presagire nell’Ottocento e diventa centro di attrazione per un affascinamento nuovo. Esso è proprio del flâneur,del passeggiatore solitario, senza meta, la cui ebbrezza (paragonata da Benjamin a quella dell’hascisch) nasce nel breve intervallo tra immedesimazione e distanziamento dai passanti.
Ma questo flâneur, nel frattempo, è stato esso stesso assorbito nella massa dei passanti. È il caso di chiedersi allora se questa massa urbana non produca da sé un certo tipo di “illuminazione profana” o estasi, che potremmo chiamare metropolitana. Come un fascio di deboli luci emergente da uno schermo nero, compatto.
Ora, questa produzione non può nascere che da una condizione tipica creatasi alla fine dell’Ottocento: vale a dire, l’accelerazione crescente della vita metropolitana, che è insieme un dato di fatto legato allo sviluppo tecnologico e un mito, forse il mito più consistente e duraturo della nostra civiltà. Si può ricordare a questo proposito l’aneddoto famoso di Guillaume Apollinaire che, davanti a una delle prime automobili circolanti in Parigi, si dice afferrasse un bastone e cominciasse a picchiare la macchina: «Plus vite, nom de Dieu, plus vite».
Si potrebbe vedere in questo plus vite il momento simbolico in cui nasce il mito della velocità crescente. Una velocità che nei calcolatori delle ultime generazioni, per esempio, diventa una velocità non più concepibile dall’uomo, non più rappresentabile come multiplo di una velocità umana. Potremmo dire una velocità divina? 
È qui che intervengono modificazioni decisive del tempo e dello spazio soggettivo. L’esperienza delle droghe psichedeliche conferma che vi sono situazioni nelle quali il tempo non scorre, e altre in cui è invece enormemente accelerato. Ora, è notevole che in entrambi i casi si arrivi a una situazione di tendenziale abolizione del tempo: la dilatazione illimitata dell’istante coincide con l’illimitata frantumazione del continuo.
Accelerazione e tempo zero
Di fronte all’accelerazione crescente del nostro mondo, si verifica una situazione analoga. Essa contraddice in primo luogo a una modificazione elastica dello spazio: questo si restringe nell’àmbito terrestre e si amplia invece nella dimensione interplanetaria, dove diventa lo Spazio in assoluto. Nel primo caso il tempo tende all’istantaneità, i giorni e le ore diventano minuti, secondi; nell’altro, il tempo scivola verso lo zero, i mesi e gli anni non sono (per i viaggi interplanetari, si prevedono sin d’ora stati di ibernazione prolungata). Quale che sia, la modificazione temporale introduce una dimensione inedita, corrispondente a quella che sostiene e forma uno stato estatico.
Si può dunque sostenere che nelle condizioni attuali sono già attive, nella massa, le premesse per l’incorporazione di strati d’esperienza che finora sono stati riservati a pochi. Mentre l’esperienza basata sulla memoria, individuale o collettiva, decade (e con essa, come notava Benjamin, anche l’arte del narrare), l’accelerazione crescente porta, per paradosso, al crearsi di stati (inenarrabili?) che finora sono stati legati perlopiù all’immobilità e alla concentrazione individuale più intensa. Certo, si dirà, queste esperienze su larga scala non sono paragonabili a quelle individuali. Non è questo che importa; importa quella faglia che si è aperta, grazie alla velocità crescente, nella vita quotidiana della massa (e se è vero che nessuno di noi è massa, tutti lo siamo).
È qui che la velocità, come mito moderno, incrocia il mito antico del viaggio. Non più però come itinerario, conquista progressiva di uno spazio solcato in profondo dal tempo. Piuttosto il viaggio come trasferimento rapido, che al limite si vorrebbe istantaneo; lampo senza suono, attimo di luce che diventa spesso, anche se inavvertito, il culmine immaginario del viaggio stesso. Le grandi masse migranti dei viaggi di vacanza si nutrono di questa attesa e ne risultano perlopiù deluse. Infatti i mezzi di trasporto attuali e il globo terrestre stesso sono insufficienti ad appagarla. È come se fin d’ora tutti anticipassero, nei loro viaggi terrestri, voli interplanetari e attraversassero in un battere di ciglia uno Spazio puro, desertico.
Una conferma di questa prospettiva si coglie in modo sorprendente nel libro di un uomo che dei miti contemporanei si è spesso voluto scopritore e cacciatore. Voglio dire Amérique di Jean Baudrillard, tradotto in italiano L’America – impropriamente, secondo me, perché in esso si fa strada una immagine-mito immanente in ciascuno di noi e non l’America in senso descrittivo.[3] Ora, questo libro racconta di un viaggio negli Stati Uniti e il suo punto di partenza è dato dalla visione degli abitanti di New York, che corrisponde in buona misura alle impressioni metropolitane di Poe e Baudelaire. A questa visione si abbina ovviamente una reviviscenza della posizione di flâneur. Le persone che vivono a New York «non hanno alcun rapporto tra loro, ma si percepisce una elettricità interna che scaturisce dalla pura promiscuità. Una sensazione magica di contiguità, di attrazione per una centralità artificiale. Ed è ciò che ne fa un auto-attrattivo, dal quale non vi è alcuna ragione di uscire. Né alcuna ragione umana di esservi,solo l’estasi della promiscuità».[4] Nella “ragione umana”, citata come assente, persiste qualcosa dell’orrore edella ripugnanza provata dal flâneur dinanzi al traffico di grandi città come Londra o Parigi. Ma questo è solo il punto di partenza, direi storico, delviaggio di Baudrillard, che continua poi con l’attraversamento in automobile del continente. È qui che batte il cuore del libro, nell’«America della velocità desertica». «La velocità è creatrice di oggetti puri, è essa stessa un oggetto puro, perché cancella il suolo e i riferimenti territoriali, perché risale il corso del tempo per annullarlo, perché va più in fretta della propria causa e ne risale il corso per annientarla».
In queste condizioni, «correre in macchina crea una sorta di invisibilità, di trasparenza, di trasversalità delle cose attraverso il vuoto». Ecco allora che l’America diventa un deserto, non soltanto luogo fisico da percorrere ma anche luogo mentale, «forma desertica mentale», «forma depurata della diserzione sociale». «Perché il deserto non è che questo: una critica estatica della cultura, una forma estatica della sparizione». [5]
Baudrillard congiunge quindi l’esperienza parigina ormai compiuta del flâneur e 1’esperienza a in fieri di una velocità che desertifica lo spazio e diventa essa stessa l’oggetto primo del viaggio. Un viaggio di cui esiste attualmente sullo schermo nero di massa un’immagine parzialmente mitica: intendo la corsa Parigi-Dakar, che nella realtà è continuamente interrotta da incidenti, abbandoni, insabbiamenti… (E del resto, l’attraversamento “pendolare” di una periferia metropolitana non è già un attraversamento del deserto?). E però questo viaggio è presagio, presentimento di un altro viaggio: quello in cui, aboliti il tempo e lo spazio, la mente entra, oltre la “diserzione sociale”, nella dimensione inestesa del vuoto estatico.

Note

[1] «Nelle pieghe sinuose delle vecchie capitali, / Dove tutto t’incanta, anche l’orrore, / Tengo d’occhio, da miei fatali umori astretto, / Creature decrepite, curiose, affascinanti» (traduzione di Giovanni Raboni, Einaudi, Torino 1987, p. 159).

[2] Walter Benjamin, Parigi capitale del XIX secolo. I “passages” di Parigi, a cura di Rolf Tiedemann, edizione italiana a cura di Giorgio Agamben, Einaudi, Torino 1986, p. 432.

[3] Jean Baudrillard, L’America, trad. di Laura Guarino, Feltrinelli, Milano 1987.

[4] Ibid., pp. 18-19.

[5] Ibid., pp. 10-11.

Il testo pubblicato nel volume collettivo Velocità. Tempo sociale tempo umano (a cura di Marco Manzoni e Sergio Scalpelli, Guerini e Associati, Milano, 1988, pp. 113-116) venne ripreso con alcune varianti in Elvio Fachinelli, La mente estatica (Adelphi, Milano 1989, pp. 90-95).

Fone: Tysm.org 

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