La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 18 gennaio 2016

Nomine e grandi imprese pubbliche: in nome del papa re (nzi)

di Rita Castellani
Rimbalza distrattamente da un giornale all’altro la notizia che, nell’ambito dei decreti attuativi della legge di riforma della Pubblica Amministrazione, potrebbe essere previsto il passaggio della “gestione diretta” (sic!) delle imprese partecipate dallo Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Per capirci, stiamo parlando di imprese come ENI (la piu grande impresa di produzione italiana per fatturato), Ferrovie dello Stato, Poste, Cassa depositi e Prestiti, e simili.
Vale la pena di ricordare che, da quando queste imprese sono state trasformate in Società per Azioni e, quindi, in enti di diritto privato a tutti gli effetti, non esiste più una delega “politica” alla gestione dei rapporti con le partecipate (che, ai tempi dell’IRI, per esempio, era in capo al Ministero dell’Industria). Il potere di indirizzo spetta, coerentemente con la normativa che regola la governance delle società per azioni, all’azionista principale o unico, che è il Tesoro dello Stato.
Del resto, è il Tesoro che incamera i flussi di cassa positivi eventualmente derivanti dall’attività di queste imprese, ed è sempre il Tesoro che interviene nel caso di perdite o dissesti. Inoltre, fin dagli anni ’90, si è indicato come destinazione dei proventi di cessione a privati di quote del capitale azionario in capo allo Stato l’alleggerimento del debito pubblico; dato che la gestione del debito è pure in capo al Tesoro, la valutazione dell’opportunità di un’eventuale cessione può essere fatta in un’ottica complessiva delle convenienze per lo Stato.
Dunque, cosa significa il passaggio della “gestione diretta” alla Presidenza del Consiglio? Può significare solo l’acquisizione di funzioni (gestione dei flussi di cassa) e prerogative (poteri di indirizzo e di nomina) da sempre proprie del Tesoro dello Stato, per giunta attraverso un “decreto attuativo”, e perciò sottratto alla valutazione e al giudizio del Parlamento.
Questa eventualità presenta almeno due gravi criticità:
- la prima è che il Presidente del Consiglio, espressione di una maggioranza politica a termine per definizione, avrà il potere di: 1) incamerare e gestire in totale autonomia (e opacità) i proventi derivanti dalle imprese partecipate, 2) esercitare con la stessa totale autonomia il potere di indirizzo e di nomina, 3) decidere (per decreto?) in merito a cessioni di quote di capitale azionario a privati e alla destinazione dei relativi proventi
- la seconda, strutturale, e forse più pericolosa per l’ordinamento democratico dello Stato perfino delle recenti riforme costituzionali e della legge elettorale, è che le funzioni e i poteri del Tesoro finirebbero in mano al principale organo di indirizzo politico, il Presidente del Consiglio; le cui prerogative si vanno sgangheratamente trasformando (grazie alle suddette riforme) in quelle di un vero e proprio “premier”, senza che si sia introdotto contestualmente alcun meccanismo di check and balance.
Una tale confusa concentrazione di poteri politici ed economici non si vedeva in Italia dai tempi del Papa Re. E certo non si vede in nessun paese il cui ordinamento si ispiri principi dello Stato liberale e democratico.

Fonte: NewNomics

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