La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 18 gennaio 2016

Ritorno al passato: incenerimento dei rifiuti (a nord e a sud del Rubicone)

di Daniela Mercorelli
L’articolo 35 dello Sblocca Italia, (dl 133 del 12/09/2014 convertito in L 164 del 11/11/2014) definisce gli impianti di incenerimento “infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale” . Tali impianti, con l’entrata in vigore della legge, sono individuati quindi dal Governo “in base alla capacità complessiva di trattamento di rifiuti urbani e assimilati degli impianti di incenerimento in esercizio o autorizzati a livello nazionale (con l’indicazione espressa della capacità di ciascun impianto) e gli impianti di incenerimento con recupero energetico di rifiuti urbani e assimilati da realizzare per coprire il fabbisogno residuo, determinato con finalità di progressivo riequilibrio socio-economico fra le aree del territorio nazionale nel rispetto degli obiettivi di raccolta differenziata e di riciclaggio, tenendo conto della pianificazione nazionale.”
In poche parole il Governo verifica la capacità di trattamento dei rifiuti degli impianti esistenti e il fabbisogno residuo di trattamento dovrà essere soddisfatto con la realizzazione di nuovi impianti.
Questi costituiranno l’infrastruttura strategica di carattere nazionale, per cui tutte le decisioni prese nel merito dell’attuazione dell’art. 35 passeranno sopra le milioni di teste dei cittadini italiani.
Chi convive da anni con la triste e insana presenza di uno o più inceneritori nel proprio territorio e contro questi impianti ha cercato di costruire e condividere nel tempo battaglie culturali per una gestione virtuosa del ciclo dei rifiuti, è del tutto consapevole che non sono certo gli inceneritori gli artefici di riequilibri socio-economici nei territori. Ma lo “Sblocca Italia” si è palesato subito come decreto Sblocca Inceneritori, esplicitando l’obiettivo del Governo: evitare le procedure di infrazione della Comunità Europea in tema di rifiuti riducendoli, in realtà eliminandoli nella maniera più semplice e, contemporaneamente, continuare ad incentivare chi, bruciando rifiuti, produce energia.
Nella legge non una parola sulle nuove tecnologie di smaltimento dei rifiuti, che oggi permetterebbero di eliminare sia discariche che inceneritori, innescando un’economia circolare che forse sarebbe stato utile promuovere all’interno di una legge chiamata Sblocca Italia; non una parola circa una realistica programmazione di riduzione alla fonte dei rifiuti, che potrebbe portare nel breve periodo a di livelli assai più alti del 65% di raccolta differenziata, il minimo raccomandato dalla Direttiva 2008/98/CE.
Già dalla discussione in commissione Ambiente, (settembre 2014) nei territori è partita una mobilitazione spontanea contro il decreto, e contro l’art. 35 in particolare, una mobilitazione che purtroppo non è stata sostenuta come ci si aspettava, anche da chi in Parlamento ha votato contro quel decreto.
Da luglio 2015 il tavolo tecnico istituito dal Governo ha lavorato ad una bozza del decreto attuativo dell’art. 35 che, definite in Italia cinque macro aree (Nord – Centro – Sud – Sicilia – Sardegna,) individuava 12 impianti strategici, da realizzare o potenziare (secondo quanto indicato nel primo comma dell’art 35) cosi ripartiti:
3 impianti al Nord: Liguria , Veneto, Piemonte, – fabbisogno impiantistico da realizzare di 440.000 t/a
4 impianti al Centro: Toscana (2), Umbria, Marche – fabbisogno impiantistico da realizzare di 640.000 t/a
3 impianti al Sud: Campania, Abruzzo, Puglia, – fabbisogno impiantistico da realizzare di 650.000 t/a
2 impianti Sicilia – fabbisogno impiantistico da realizzare di 700.000 t/a
Per la Sardegna il fabbisogno impiantistico è individuato in 70.000 t/a e può essere soddisfatto con il potenziamento di una o più linee già realizzate.
Tale proposta è stata oggetto di successive verifiche tecniche da parte delle Regioni e del Governo e la bozza di decreto attuativo è stata rimodulata per cui gli impianti strategici da realizzare o potenziare, si sono ridotti da 12 a 9 e sono stati cosi ripartiti:
0 (zero) impianti al Nord – fabbisogno impiantistico da realizzare nullo
4 impianti al Centro: Toscana, Umbria, Marche e Lazio – fabbisogno impiantistico da realizzare
660.000 t/a
2 impianti al Sud: Campania, Abruzzo e potenziamento impianto Puglia – fabbisogno impiantistico da realizzare 490.000 t/a
1 impianto Sardegna – fabbisogno impiantistico da realizzare 121.000 t/a
2 impianti Sicilia – fabbisogno impiantistico da realizzare 690.000 t/a
Tra le due stesure della bozza di decreto attuativo quello che salta agli occhi e che la macro area Nord da 3 possibili impianti da realizzare per un fabbisogno impiantistico di 440.000 t/a passa a zero impianti per un fabbisogno nullo. L’approfondimento di analisi condotta in questa macro area avrebbe evidenziato un tendenziale equilibrio tra fabbisogno e capacità di incenerimento, rendendola autosufficiente per quanto concerne il trattamento termico dei rifiuti urbani e assimilati.
Ci verrebbe da chiedere: questo è potuto accadere in soli due mesi? Certamente no.
Crediamo invece che le Regioni del Nord si siano opposte alla individuazione in questa area di nuovi impianti, sostenute in questo dalla loro autosufficienza per il trattamento termico dei rifiuti e assimilati, garantita da oltre 30 impianti di trattamento esistenti, e da una grave criticità ambientale che persiste e che sconsiglia quindi ulteriori fonti di inquinamento. Una presa di posizione consapevole, a tutela della popolazione, come è giusto che sia.
A questo punto sarebbe interessante conoscere le posizioni delle Regioni individuate per la realizzazione di impianti strategici, e quali argomentazioni abbiano portato a tutela del loro territorio e dei cittadini, all’interno della conferenza Stato-Regioni. Si vede che le argomentazioni hanno un peso diverso a nord e a sud del Rubicone, che torna confine strategico come non lo era più stato dai tempi di Giulio Cesare.
Sarebbe interessante sapere, per esempio, se la Regione Umbria si sia opposta a questo schema di decreto attuativo che la vede destinataria di un nuovo impianto, nonostante il fabbisogno di trattamento dei rifiuti sia soddisfatto dagli impianti di trattamento preliminari esistenti e nonostante la Regione abbia recentemente modificato e adottato un Piano dei rifiuti in cui non è previsto il trattamento termico. Il fatto poi che nella bozza di decreto attuativo si legga che in Umbria non sono presenti impianti di incenerimento operativi, la dice lunga sull’accuratezza dell’analisi che sostiene le decisioni. Come vogliamo chiamare i due impianti che bruciano pulper di cartiera a Terni, se non inceneritori? Per il momento, grazie allo Sblocca Italia le due società A.R.I.A e Terni Biomassa hanno presentato istanze per nuove AIA e VIA. Potrebbe quindi accadere che quello che il Governo ha individuato come nuovo impianto da realizzare, in realtà sia già realizzato e, con appropriati accorgimenti, presto pronto per il trattamento delle 130.000 t/a di rifiuti urbani previste su base regionale. Che poi l’area in cui insistono questi impianti abbia già gravi problemi ambientali, con significativi problemi di salute per i cittadini, come testimoniato da studi epidemiologici, non interessa al Governo, che sembra aver trovato argomenti incentivanti per il disinteresse anche della Regione.
Cosa accadrebbe, infatti, se gli tutti gli Umbri, diventassero (come in molte zone dell’Umbria già sono) così virtuosi da non produrre tutta questa mole di rifiuti? Ecco che il comma 7 dell’art 35 del Decreto ci aiuta a capire meglio cosa si intende per “progressivo riequilibrio socio-economico fra le aree del territorio nazionale”:
“Nel caso in cui in impianti di recupero energetico di rifiuti urbani localizzati in una regione siano smaltiti rifiuti urbani prodotti in altre regioni, i gestori degli impianti sono tenuti a versare alla Regione un contributo, determinato dalla medesima, nella misura massima di 20 euro per ogni tonnellata di rifiuto urbano indifferenziato di provenienza extraregionale”.
Così ora conosciamo anche il prezzo da pagare per continuare a fare profitti a danno della salute dei cittadini, nonostante scelte diverse molto meno dannose siano già disponibili; ma queste, certo, richiederebbero investimenti e perfino politiche ambientali, davvero troppo, evidentemente, per questo Governo e questi amministratori locali.

Fonte: NewNomics

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