
di Claudio Conti
Noi marxisti siamo tacciati spessissimo di “catastrofismo” perché vediamo la crisi del capitalismo sempre in azione, anche quando il capitale va alla grande. Colpa in parte dei peggiori tra noi, quelli che non sanno fa altre che ripetere ad ogni occasione tre formule estrapolate da Marx, come se – invece di essere “leggi scientifiche” - in ogni luogo e in ogni momento potessero rappresentare la fotografia di quel che abbiamo sotto gli occhi (difetto di “analisi concreta della situazione concreta”, direbbe un altro che vi lasciamo indovinare).
Colpa però anche degli economisti mainstream, quelli che la crisi non l'ammettono neanche dopo che ha spianato mezzo mondo (tipo Giavazzi e Alesina, per non andare troppo lontani), solo perché nelle loro beneamate teorie i mercati tendono sempre all'equilibrio e quindi la crisi non esiste oppure è conseguenza di un errore commesso dai “regolatori” (“la politica”, le banche centrali, ecc, mai il capitale stesso).
Sta di fatto, però, che in questi primi giorni del nuovo anno, gli annunci catastrofisti si vanno moltiplicando, come accade a chi - un'altra botta del genere - proprio non se l'aspettava. E dire che ce ne voleva, per essere ottimisti a tutti i costi, dopo otto anni di crisi-stagnazione-deflazione-austerità-recessione a trimestri alterni.
Qualcuno ha scoperto che il prezzo del petrolio così basso (meno di 28 dollari al barile, venerdì, e poco sopra i 29 stamattina) è più un problema che non una soluzione. È vero infatti che l'energia a basso costo consentirebbe di produrre più, ma allo stesso tempo si vanno distruggendo posti di lavoro (in tutto il settore dello shale oil statunitense, che ha in genere un break even al di sopra dei 50 dollari al barile), si creano crisi nei paesi produttori (persino l'Arabia Saudita è stata costretta a varare una legge di bilancio statale improntata all'austerità, con “sacrifici”, tagli alla spesa pubblica e aumento delle tariffe) e dunque si penalizzano le esportazioni tanto nei paesi di vecchia industrializzazione (che contavano di vendere agli “emergenti” comprimendo il costo del lavoro e i diritti in casa propria) quanto nelle nuove manifatture mondiali (Cina, Thailandia, Vietnam, ecc), che improvvisamente vedono rallentare la domanda per le proprie merci a basso costo. Senza contare l'esposizione finanziaria di quanti hanno prestato denaro alle società dello shale oppure ai paesi emergenti ora in crisi.
Altri scrutano nelle curve della crisi di borsa cinese, scoprendo che quelle curve impazzite, all'ingiù e – più raramente – all'insù, seguono lo stesso ritmo e l'identica ampiezza di quelle della crisi del 1929. Le “onde di Elliott”, dimenticano di ricordare, erano esattamente dello stesso tipo anche nel 2008, all'inizio di questa crisi che non passa mai. Suggestioni grafiche, certo, ma fotografie di andamenti tutt'altro che normali.
Sono tempi per i guru, questi. E Repubblica si ricorda di Nouriel Roubini, “mr. Doom”, docente alla New York University, uno dei pochi che seppe leggere dentro la crisi del 2008 e prevedere qualcosa che poi è effettivamente avvenuto. La sua ricetta per evitare il crollo da qui a pochissime settimane è tanto semplice quanto difficile da realizzare: un accordo globale tra tutte le principali banche centrali del pianeta per garantire un quantitative easing permanente (o comunque di imprevedibile durata). "Non si può restare fermi. Le autorità fiscali e monetarie dei principali Paesi dovrebbero subito assumere un'iniziativa forte e proattiva. Altrimenti il crollo dei mercati, che trascinano l'economia reale, non si ferma. La Fed dovrebbe interrompere i rialzi, la Bce potenziare il quantitative easing e altrettanto la Bank of Japan, la Banca centrale cinese imbracciare con maggior decisione la strada dello stimolo monetario".
È bene ricordare che la Federal Reserve, poco prima di Natale, ha fatto esattamente il contrario, mettendo probabilmente in moto – ma nessuno lo ammetterà mai – un'onda che va crescendo di giorno in giorno. In parole povere, l'economia globale – al di là di qualche zero virgola in più o meno in questo o quel paese (Cina e India a parte, seppur con molto meno vigore di prima) – non è riuscita a ripartire neanche con sei anni di denaro a costo zero, di salari congelati in tutti i paesi industrializzati, welfare saccheggiati ovunque e due di petrolio in calo precipitoso.
Difficile credere che Janet Yellen e gli altri componenti del direttivo della Fed potranno fare marcia indietro. Al massimo rallenteranno, al limite dell'annullamento, i prossimi e programmati innalzamenti dei tassi.
Quindi il mondo globalizzato, ma in via di frammentazione tra aree grandi e piccole in competizione feroce, resta privo di un “governo” purchessia, foss'anche soltanto monetario. Del resto ohni potere politico (anche quello delle banche centrali più grandi) è solo nazionale, o semicontinentale; mentre i mercatii, soprattutto finanziari, circolano liberamente ovunque alla velocità di un click. Nessun "governo dela situazione", in queste condizioni, è possibile.
Una prospettiva così preoccupante da indurre gli analisti di Royal Bank of Scotland a diramare una circolare interna di questo tenore: "Vendete tutto, a parte i titoli sicuri come i buoni del tesoro più affidabili". Sembra di guardare Margin Call, fenomenale film sulla caduta di Lehmann Brothers e il crollo dei mercati successivo. Solo che è tutto vero, di nuovo, solo otto anni dopo e senza che, nel frattempo, sia stato raggiunto uno qualsiasi degli obiettivi che banche centrali, leader mondiali, istituti “troppo grandi per fallire” avevano indicato come indispensabili per mettere in sicurezza i mercati.
Il problema chiave è in fondo semplice: tutto può essere prodotto a un costo bassissimo, tale da spazzar via in un attimo produttori – imprese, filiere, interi paesi – che fin qui erano stati trainanti. Ma le stesse ragioni che hanno portato i prezzi di qualsiasi merce sono al limite dell'azzeramento del profitto (bassi salari, materie prime abbondanti e cheap, piattaforme di vendita informatiche potenzialmente globali) sono anche quelle che hanno strozzato la domanda globale. Chi compra, se tutti hanno un margine (salariale, prima di tutto) azzerato?
Nessuno. Non è una risposta scontata. È semplicemente l'unica.
Fonte: Contropiano
Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.