La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 8 ottobre 2015

La crescita modello Fmi

di Geraldina Colotti 
L’enfasi posta dai grandi media sulla firma del Tpp, il 5 otto­bre, ha messo l’accento sulle grandi poten­zia­lità offerte ai 12 paesi con­traenti il super trat­tato di libero com­mer­cio: ove però la parola “libero” equi­vale a “senza regole”, mas­sima ambi­zione del mer­cato capi­ta­li­sta. Il Tpp con­se­gna la pro­prietà delle risorse natu­rali dei sin­goli paesi al mono­po­lio delle grandi indu­strie, da quelle dell’agro-business a quelle far­me­ceu­ti­che. E a casti­gare la libertà di espres­sione in inter­net pen­se­ranno i tri­bu­nali inter­na­zio­nali qua­lora riten­gano dan­neg­giata la loro “pro­prietà intel­let­tuale”. Mano libera, insomma, agli Usa — grandi arte­fici del trat­tato, por­tato avanti nella più grande segre­tezza -, per allar­gare il pro­prio campo di raz­zia nel sud del mondo. Non a caso, Obama ha detto alla stampa che il 95% dei «clienti» si trova fuori dal suo paese.
Se entro due anni il Tpp non verrà rati­fi­cato dai par­la­menti di tutti i con­traenti, poco male: basta che sia stato appro­vato da sei paesi mem­bri e che que­sti rap­pre­sen­tino l’85% del Pil dell’aera di libero com­mer­cio per­ché entri in vigore anche per gli altri. L’ambizione nor­da­me­ri­cana è quella di domi­nare, attra­verso il Tpp, il 40% dell’economia mon­diale: e con­tra­stare l’avanzata della Cina e dei Brics, che cer­cano altre strade e altre alleanze sud-sud.
Come via­tico, ci sono le cifre rese note a Lima durante la riu­nione nazio­nale del Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale e della Banca mon­diale. La pre­vi­sione dell’Fmi indica una ridu­zione di due decimi della cre­scita mon­diale, situata al 3,1%: la per­cen­tuale più bassa in sei anni. Le ragioni pog­giano nella crisi delle eco­no­mie emer­genti come la Cina o il Bra­sile, uffi­cial­mente in reces­sione da ago­sto. Paesi in sof­fe­renza per la forte caduta del prezzo del petro­lio. Secondo l’Fmi, la più potente eco­no­mia del Lati­noa­me­rica andrà quest’anno in caduta libera, e vedrà il pro­prio Pil retro­ce­dere di un 3%: un dato in con­tro­ten­denza rispetto alla cre­scita del 7% man­te­nuta nel decen­nio pas­sato. Da mesi si è d’altronde ampli­fi­cata la gran­cassa dei «mer­cati» con­tro il governo di Dilma Rous­seff, rie­letta per la seconda volta a gen­naio con uno scarso mar­gine di van­tag­gio. Per il buon anda­mento del Tpp, serve l’isolamento di Bra­sile e Argen­tina, o il loro ribal­ta­mento poli­tico dalle alleanze con l’America latina pro­gres­si­sta al campo ege­mo­niz­zato da Washington.
Per que­sto, si conta sul ruolo di «ponte» del Cile, uno dei tre stati lati­noa­me­ri­cani fir­ma­tari del Tpp e al cen­tro dell’Alleanza del Paci­fico (insieme a Colom­bia, Mes­sico e Perù). I trenta capi­toli del più grande accordo com­mer­ciale degli ultimi vent’anni pro­met­tono di appro­fon­dire le insop­por­ta­bili disu­gua­glianze lasciate in ere­dità al Cile dagli eco­no­mi­sti della Scuola di Chi­cago ai tempi di Pino­chet: una cami­cia di forza sovra­na­zio­nale — denun­ciano i sin­da­cati cileni — che riporta al pre­sente il monito di Sal­va­dor Allende prima del golpe, circa lo scon­tro diretto tra le grandi mul­ti­na­zio­nali e lo stato. Il Tpp — aggiun­gono — divide per gover­nare e per limi­tare la soli­da­rietà con­tro le poli­ti­che eco­no­mi­che per la sicu­rezza spinte da Washington.
Gli effetti di que­ste poli­ti­che hanno già campo libero in Perù, altro paese fir­ma­ta­rio che ha ini­ziato a par­te­ci­pare ai nego­ziati nel 2010 e dove sem­pre più accen­tuata è la pre­senza mili­tare Usa. Ma l’indicatore più evi­dente dei costi pro­dotti dalle poli­ti­che neo­li­be­ri­ste volute dagli Stati uniti pro­viene dal Mes­sico. Il paese ha già subito per vent’anni la morsa del Nafta, che lo ha posto all’avanguardia delle nuove ten­denze inter­na­zio­nali all’insegna del neo­li­be­ri­smo, negli anni in cui il mondo ces­sava di essere diviso in due blocchi.
Oggi, si con­tano 53 milioni di poveri, 11 milioni povertà estrema. Disu­gua­glianze feroci, bassi salari e una vio­lenza ende­mica che indica il fal­li­mento delle poli­ti­che per la sicu­rezza Usa, foto­gra­fano l’insopportabilità dei piani di aggiu­sta­mento strut­tu­rale impo­sti dall’Fmi e rin­no­vati nelle pri­va­tiz­za­zioni sel­vagge messe in campo dal governo di Hen­ri­que Pena Nieto.
Per l’Fmi, il Mes­sico cre­sce: del 2,3% nel 2015 e del 2,8% nel 2016. Una ten­denza con­si­de­rata posi­tiva in tempi di reces­sione e nel momento in cui com­pe­ti­tori potenti come il Bra­sile sono in grande affanno. Ma a chi pro­fitta la cre­scita? Chi può godere delle spiagge e dei boschi tra­sfor­mati in campi da golf per chi se lo può permettere?Il modello Tpp rad­dop­pierà il potere delle ban­che, i loro inte­ressi sulle ipo­te­che per togliere le case a chi non può pagare, men­tre si assot­ti­glia sem­pre più il bilan­cio desti­nato alla spesa sociale. E d’altro canto, le aspet­ta­tive del Mes­sico con il Tpp sono basse, giac­ché ha già fir­mato trat­tati di libero com­mer­cio con quasi tutti i mem­bri, eccet­tuati Austra­lia, Bru­nei, Mala­sia, Nuova Zelanda, Sin­ga­pore e Vietnam.

Fonte: il manifesto

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