La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 4 marzo 2016

Cina: mercato e licenziamenti

di Mario Lombardo
La vigilia dell’annuale sessione dell’Assemblea del Popolo cinese è stata segnata questa settimana da un inquietante annuncio da parte del governo. Nei prossimi anni, cioè, le “riforme” economiche richieste dai mercati e dalle istituzioni finanziarie internazionali saranno accelerate e, in particolare, un certo numero di aziende statali verrà chiuso o ristrutturato, con la conseguente perdita di milioni di posti di lavoro.
La leadership del Partito Comunista Cinese (PCC) sta studiando da tempo l’ipotesi di ridimensionare le compagnie di proprietà dello stato, soprattutto quelle dell’industria pesante che in molti casi restano in vita solo grazie al supporto pubblico per il timore delle conseguenze sociali di eventuali licenziamenti di massa.
In un contesto segnato dal rallentamento dell’economia e dalle crescenti apprensioni per i livelli di indebitamento, il regime sembra essere ora intenzionato a non rinviare ulteriormente questa delicata decisione. Qualche giorno fa, il ministro per l’Occupazione e il Welfare, Yin Weimin, ha così comunicato che le riduzioni previste nei settori del carbone e dell’acciaio avranno effetti devastanti, con almeno 1,8 milioni di lavoratori che perderanno il loro impiego.
Questi numeri potrebbero essere addirittura sottostimati, verosimilmente per evitare agitazioni che già stanno riguardando l’industria cinese. Un articolo della Reuters ha infatti citato anonime fonti governative per rivelare che i tagli e le ristrutturazioni riguarderanno sette settori produttivi e comporteranno complessivamente la distruzione di circa sei milioni di posti di lavoro nei prossimi tre anni.
Il governo si è affrettato a rassicurare che queste perdite saranno “temporanee” e i disoccupati dell’industria pesante saranno assorbiti da altri settori, anche se, visto il numero di licenziamenti e gli stenti dell’economia, una simile prospettiva appare poco probabile.
Inoltre, Pechino ha stanziato 100 miliardi di yuan, pari a oltre 15 miliardi di dollari, per assistere i lavoratori licenziati. Anche in questo caso, come ritengono molti osservatori, l’elevato numero di industrie non competitive potrebbero rendere insufficiente l’impegno del governo.
Il moltiplicarsi di aziende “zombi” in Cina è legato in parte alla bolla speculativa seguita alla crisi globale del 2008 e prodotta dall’intervento governativo per stimolare l’economia del paese. In particolare, prestiti a bassissimo costo avevano alimentato un’ondata di nuove costruzioni di abitazioni e infrastrutture con riflessi inizialmente positivi sull’industria pesante.
Il persistere della stagnazione ha però alla fine determinato un rallentamento di queste attività, assieme a una preoccupante impennata dei livelli di indebitamento, ripercuotendosi non solo sull’industria domestica ma anche sulle economie di paesi esportatori di materie prime, come Brasile o Australia.
La situazione di molte aziende di stato cinesi è documentata ad esempio da alcuni dati proposti dal Financial Times, secondo il quale il 42% di queste ultime era in perdita nel 2013, mentre i profitti complessivi di tutto il settore pubblico l’anno scorso sono calati in termini assoluti per la prima volta dal 2001.
Le acciaierie, poi, hanno fatto registrare un eccesso di capacità produttiva pari a 327 milioni di tonnellate nel 2014 contro i 132 milioni del 2008. Dati simili contraddistinguono anche altri settori dell’industria pesante, come quello del cemento e della raffinazione.
Oltre alle conseguenze sui livelli occupazionali e sulla pace sociale, l’intervento del governo per ridimensionare le aziende di stato potrebbe farsi sentire negativamente anche sul settore bancario e finanziario, visto il massiccio indebitamento delle compagnie pubbliche cinesi e i timori già ampiamente diffusi per l’incremento dei cosiddetti “prestiti non performanti”.
Le iniziative che si prospettano in Cina si inseriscono nei piani di “riforma” in senso liberista dell’intero sistema economico che la leadership Comunista sta progressivamente implementando. Il prezzo che verrà pagato dai lavoratori cinesi, come conferma il recente annuncio dei licenziamenti di massa, sarà ancora una volta altissimo.
La stampa internazionale ha dato ampio spazio in questi giorni agli effetti già prodotti dalla transizione verso il capitalismo della Cina negli anni Novanta. In quell’occasione, una raffica di privatizzazioni e ristrutturazioni di compagnie pubbliche causò la perdita di qualcosa come 40 milioni di posti di lavoro, in gran parte nei settori manifatturiero e dell’industria pesante. L’impulso al settore privato permise il riassorbimento di una parte di questi lavoratori ma l’impatto fu traumatico per molti, anche per via del restringimento della rete di assistenza sociale garantita a tutti i cittadini.
Se i numeri appaiono oggi più contenuti, è altrettanto vero che il boom cinese sembra appartenere ormai al passato, mettendo in serio dubbio le capacità dell’economia di questo paese di produrre nuove opportunità di impiego per tutti o quasi i lavoratori che verranno licenziati nei prossimi anni, nonché per i 15 milioni di giovani cinesi che entreranno nel mercato del lavoro solo nel 2016.
Lo stesso governo, d’altra parte, potrebbe annunciare durante l’imminente sessione dell’Assemblea del Popolo un ulteriore abbassamento del target di crescita, il quale per i prossimi anni oscillerà tra il 6,5 e il 7%.
Ai vertici del regime vi è la piena consapevolezza delle tensioni sociali che covano dietro l’apparenza di un’immagine di stabilità e controllo. Gli scioperi registrati in Cina sono infatti raddoppiati tra il 2014 e il 2015 e nel solo mese di gennaio del 2016 sono stati più di 500, cioè quasi un quinto del totale dello scorso anno, senza contare quelli non riportati dalla stampa o dai social media.
In questo quadro, è comprensibile la relativa prudenza con cui la leadership Comunista intende procedere sul percorso delle “riforme”, nonostante le pressioni e gli inviti provenienti da più parti, dentro e fuori la Cina, ad accelerare le liberalizzazioni economiche.

Fonte: Altrenotizie.org 

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