La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 5 marzo 2016

Pensioni e consenso sociale

di Sergio Cofferati
Negli anni Ottanta, le ipotesi annunciate di riforma del sistema previdenziale sono state numerose, ma nessuna è arrivata a una discussione impegnativa in Parlamento. Occorre dire che pochissime avevano il profilo vero della riforma perché cambiavano solo alcune prestazioni, non intaccavano il modello e per questo non generavano veri risparmi e non stabilizzavano il sistema previdenziale.
L’avvio della discussione che porterà alla prima vera riforma, quella del 1994 con il governo Dini, avviene nel settembre del 1993. Il governo presieduto dall’onorevole Berlusconi, nel mese di luglio, nel documento di programmazione economica e finanziaria che venne presentato al Parlamento, indicò le coordinate di una presunta “riforma delle pensioni”.
In verità si trattava di tagli pesanti, senza criterio e destinati a colpire prevalentemente il lavoro industriale più debole. Il giudizio dei sindacati fu durissimo e negativo. Alla ripresa di settembre il governo si rese disponibile a una vera e propria trattativa sul DPEF, il confronto proseguì per tutto il mese e si interruppe per decisione di Berlusconi il 29 settembre. Il presidente del Consiglio prese quella decisione dopo una cena con i maggiori imprenditori italiani che si svolse nella residenza romana dell’avvocato Agnelli. In quella cena, a suo dire, gli venne chiesto con forza di interrompere il confronto in atto con i sindacati e di procedere autonomamente, cosa che egli fece.
Il conflitto che ne seguì fu durissimo e molto esteso. Anche in ragione di quelle tensioni la Lega ritirò in Parlamento, a dicembre, la fiducia al governo. Cosi finì il primo governo Berlusconi e nacque il governo Dini, un governo di emergenza senza una maggioranza stabile. Il nuovo presidente riprese immediatamente il confronto con il sindacato sulle pensioni, lo fece su basi più ragionevoli e senza pregiudizi. In pochi mesi prese corpo la riforma. Una vera riforma. I capitoli che garantivano risparmio ed equità erano: il cambio di sistema con l’introduzione del metodo contributivo, in sostituzione di quello retributivo, per il calcolo delle pensioni per tutti coloro che avevano meno di 18 anni di contributi versati, la soppressione di tutte le forme di baby pensioni, il superamento graduale delle pensioni di anzianità con la protezione del solo lavoro usurante e, infine, il rafforzamento della previdenza integrativa. Punto debole dell’accordo, come è apparso successivamente, era “il salto di sistema” tra chi aveva meno di 18 anni di contributi e gli altri. Più equa e meno costosa sarebbe stata, nel passaggio, l’adozione della regola del contributivo pro rata, cioè l’applicazione del nuovo metodo a tutti, in proporzione al numero di anni che separava ognuno di loro dalla pensione.
La riforma ha stabilizzato il sistema ed è entrata in funzione con un largo consenso sociale. Basterebbe pensare a come sono stati affrontati senza particolari problemi i vergognosi privilegi delle baby pensioni e il progressivo superamento di quelle di anzianità. Il carattere negoziale del confronto, accettato dal governo, creò un clima positivo che contribuì al risultato nettissimo del referendum al quale il sindacato sottopose l’accordo con il governo. I sì superarono nettamente il 70%. Il testo approvato venne poi discusso in Parlamento per l’esercizio ovvio della sovranità istituzionale. È forse utile ricordare che il testo fu peggiorato sul piano dei risparmi di spesa con modifiche insensate come quella che esentò dai cambiamenti i dipendenti della Banca d’Italia. Hanno invece creato tensioni e problemi sociali i successivi interventi di manutenzione, a partire dagli “scaloni” di Maroni fino alla pessima legge Fornero. Quest’ultima è, ancora oggi, causa di molte difficoltà che non derivano da esigenze di ulteriore stabilizzazione del sistema (che non esistono) ma da clamorosi errori e omissioni che non fanno onore al legislatore. Basterebbe pensare al dramma degli esodati, figura creata dalla legge che a questi lavoratori, che avevano perso il lavoro, ha negato ogni protezione sociale, compresa la possibilità di andare in pensione.
Vale la pena proporre qualche supplemento d’indagine ai problemi, gravi, che rimangono irrisolti. Ad esempio, la parificazione dell’età pensionabile tra uomo e donna, così come è prevista, non è norma paritaria bensì penalizzante per le donne, su cui ancora oggi grava una parte rilevante dei lavori di cura che non solo incidono negativamente sulla progressione professionale, ma non sono coperti da versamenti di contributi. Premesso che il sistema previdenziale non può porre nessun rimedio alla mancata progressione di carriera prodotta dal lavoro di cura, la condizione finale diventerà uniforme tra uomo e donna solo quando questi vuoti saranno riempiti almeno da contributi figurativi. Altrimenti la pari età anagrafica, invece di essere elemento di equità, diventerà una beffa per le donne. Nella legge poi sono state introdotte norme che allungano impropriamente e automaticamente l’età per accedere alla pensione per le donne. È un automatismo senza ragione che fa saltare le legittime aspettative di molte lavoratrici. Non c’è da meravigliarsi visto che il testo iniziale approvato dal Parlamento e poi silenziosamente corretto durante il governo Letta penalizzava la donazione di sangue e l’assistenza ai disabili non prevedendo versamenti di contributi per le persone che generosamente se ne rendevano protagoniste.
Di recente la discussione è ripartita con la legge di stabilità, con le varie ipotesi di flessibilità in uscita poi non formalizzate e con le innumerevoli considerazioni/idee del presidente dell’INPS. Il sistema è solido e non richiede ulteriori interventi (tra le altre cose l’INPS lo sta presentando in Cina con ottima accoglienza). Quello che serve è introdurre norme in grado di porre rimedio alle contraddizioni e ai limiti che anche prima, in parte, ricordavo. Per ridare tranquillità ai giovani che avranno in parte una pensione pubblica più bassa di quella dei loro genitori a parità di età anagrafica (per effetto della frammentazione nel tempo del lavoro con i vuoti contributivi che ne conseguono e non per il cambiamento di sistema da retributivo a contributivo) è indispensabile rendere obbligatorio l’uso del trattamento di fine rapporto per costruire la previdenza integrativa dei singoli e sostenere fiscalmente i risparmi che i lavoratori autonomi che non dispongono di TFR destineranno a quell’obiettivo.
Infine, per garantire il valore reale delle pensioni che in questi anni hanno perso potere d’acquisto perché non protette dall’inflazione resta solo lo strumento della solidarietà. Le pensioni alte e i percettori di pensioni visibilmente superiori ai contributi versati devono partecipare a una azione di solidarietà verso i più deboli. Il tutto si può fare senza mettere in discussione il sistema attuale e senza alimentare ulteriori preoccupazioni nei cittadini.

Fonte: italianieuropei.it 

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