La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 5 marzo 2016

La libertà di non scegliere

di Esc Atelier
Alcune considerazioni utili a inquadrare l’approvazione del DdL Cirinnà non possono non riguardare una valutazione del ruolo giocato in questa vicenda dalla società, dal Parlamento e dal Governo italiani.
Le riforme, in particolare quelle che riguardano i diritti civili, ovvero le libertà individuali, dovrebbero – il condizionale è d’obbligo in questo contesto - vedere il Parlamento farsi carico delle trasformazioni materiali ed etiche, espressione dell’intera società. Dovrebbe quindi compiersi più che mai lo sforzo di andare oltre le appartenenze – di fare un passo indietro, altro che libertà di coscienza! - ed avere la capacità di distillare/trarre dalle consuetudini e dalle tendenze espresse dalle forme di vita già in atto dei principi che garantiscano a chiunque l’espressione piena di sé.
Il dibattito in corso sta avendo un funzionamento diametralmente opposto. L’approvazione della legge si è trasformata in una operazione propagandistica di Renzi mirata a ridare smalto alla verve riformatrice del partito del rottamatore, così appannata dagli insuccessi della ripresa economica italiana.
Malgrado le dichiarate intenzioni iniziali, è stato di nuovo il Governo a farla da padrone e ad incassare il risultato, imponendo la fiducia laddove il tentativo di incastrare il M5S a votare il cosiddetto canguro - e ad abdicare al suo ruolo di opposizione parlamentare - è saltato. L’esautoramento del Parlamento, in particolare in tema di diritti civili, ha un grande valore simbolico e politico, che non va sottovalutato. Ha infatti ribadito e rafforzato la mutazione genetica dell’ordinamento italiano in direzione del potere esecutivo: è il governo di Renzi (che è cosa differente dal governo Renzi) a comporre maggioranze a geometrie variabili a sostegno delle “sue” riforme. Ciò che ne consegue è l’ulteriore restringimento dello spazio democratico a partire da un terreno, quello dei diritti e delle libertà individuali, che più che mai è un campo di decisione ben più largo dello stesso Parlamento e che investe la società tutta. Compiere questa operazione – omettendo i dati di realtà, mettendo nell’angolo il principale oppositore, incamerando i voti dei verdiniani, trattando con gli alfaniani e definendo complessivamente un ulteriore slittamento a destra – attraverso l’estensione dei diritti civili ha semplicemente del diabolico.
Le stesse iniziative che, nella società, si sono organizzate a reazione di questa iniziativa governativa, hanno portato il segno di una parzialità, di una strutturale incapacità di allargare temi e discorsi e rivendicazioni all’intero corpo vivo della società. Il riferimento non è tanto alla piazza becera e medievale del Family Day, che è stata occasione per certe destre di ritrovare una visibilità e una legittimazione ormai decisamente in declino. Il riferimento è anche alle mobilitazioni che il movimento LGBTI è riuscito ad animare nelle scorse settimane, in tante piazze in tutta Italia, al grido di #svegliaitalia – “È ora di essere civili”. Pur dalla prospettiva di chi quotidianamente conosce e sfida la difficoltà di organizzare, su ogni tema (dal lavoro, alla povertà, alla guerra, al diritto alla città, alla formazione) mobilitazioni e rivendicazioni moltitudinarie, tuttavia non possiamo non leggere in quelle iniziative una fondamentale incapacità di condensare nei luoghi e nei tempi politici opportuni la forza e i contenuti di quindici anni di Pride oceanici, così come non possiamo non rilevare una parzialità nell’approccio, tutto ridotto – forse per esaurimento, forse per eccessivo collateralismo partitico – alla “contrattazione finale” su una legge, su quella legge, senza guardare a quanto, nella società, tra gli omosessuali quanto tra gli eterosessuali, e spesso lontano dai movimenti, si è radicalmente modificato.
Il dibattito sul DdL Cirinnà accade infatti in un Paese in cui la convivenza di fatto ha soppiantato il matrimonio; in cui le relazioni, formali e di fatto, hanno durata sempre più limitata nel tempo; in cui le famiglie assumono quindi diverse conformazioni, diventano allargate, mono o pluri-genitoriali, informali, non parentali; in cui l’adozione del figlio del partner, formale o meno, diventa un’eventualità sempre meno remota e circostanziata.
Sarebbe infatti necessario misurarsi seriamente con che cosa sia diventata davvero la famiglia oggi in Italia, domandandosi se non sia ora di riconfigurarne il senso a partire da queste trasformazioni. Ci chiediamo se non sia arrivato il momento di ridiscuterne a partire dai concetti, più ampi e rispondenti a realtà, di nucleo d’affetto non perimetrato e di rete solidale; laddove si riduce la rete parentale, la precarizzazione della vita si fa massiccia, la protezione sociale si azzera, la mobilità ci coinvolge inesorabilmente.
Sarebbe, insomma, da tenere in considerazione il fatto che i ruoli sociali e i legami affettivi (a partire da quello madre-figlio) sono storicamente determinati e hanno poco a che fare con la natura, sono quindi mutevoli e soggetti a trasformazione in base ai rapporti politico-economici contingenti. La qualità delle relazioni è quindi pienamente dentro questa mutazione epocale e ci conduce di fronte a un bivio: continuare a vivere tra le macerie di istituzioni ormai vuote, che non garantiscono nulla se non l’esclusione e la discriminazione di fette di società sempre più consistenti; o venirne fuori, reclamando semplicemente altro all’altezza dei tempi e della vita che facciamo, reclamando prima di tutto che la norma assuma valore descrittivo e non prescrittivo, che non sia quindi dispositivo ordinatore e generatore dell’esistente ma che si faccia moltiplicatore di possibilità.
Il dibattito è rimasto bloccato su un piano fasullo, fossilizzandosi in uno scontro ideologico lontano dall’esperienza di molti e molte. L’ideologizzazione è il danno peggiore che possa compiersi quando si parla di diritti civili. In un paese cattolico come l’Italia sarebbe stato impossibile ottenere l’accesso all’aborto gratuito e garantito o il divorzio se ci si fosse fermati tutti a considerazioni di stampo religioso, moralistico e ideologico. Il dibattito, all’epoca, attraversò la società prima della politica, la costrinse a misurarsi con la propria esperienza di vita materiale e con la necessità di adeguare la norma alla vita vera e vissuta, alla spinta di una società in cambiamento.
La legge 194 passò, in un Parlamento – è utile ricordarlo – a maggioranza democristiana, e il fronte del No vinse il referendum abrogativo, sotto la pressione di un forte protagonismo femminile e femminista, perché morire di aborto clandestino era una prospettiva concreta per tutte le donne italiane, o almeno per quelle che non avevano la disponibilità economica di affrontare un viaggio a Londra per farlo in sicurezza.
Non riportiamo casualmente l’esempio della legge 194. La prova dell’inautenticità che ha guidato l’approvazione del DdL Cirinnà, sta appunto nel fatto che, negli stessi giorni del dibattito parlamentare, con decreto legislativo si innalzavano le sanzioni per le donne che ricorrono all’aborto clandestino e – cosa altrettanto se non più grave e preoccupante – si depenalizzava l’aborto clandestino, criminalizzando ancora una volta le donne ma garantendo oltremodo i medici. In Italia ci prepariamo alla dismissione completa dell’aborto gratuito e garantito, nei fatti già compromesso dal dilagare, non contrastato ma tutelato, dell’obiezione di coscienza – che sarebbe più corretto definire “di comodo”. Di quali diritti stiamo parlando allora? Della dignità di quali corpi parliamo?
Argomentazioni analoghe si potrebbero svolgere rispetto alla questione della pensione di reversibilità: uno tra i pochissimi istituti effettivamente sociali ancora legati al matrimonio, che da domani sarà forse – finalmente – accessibile alle coppie omosessuali. Nessuno però, in questo dibattito, ha avuto la lucidità di dire che a poco serve conquistare un diritto se esso viene, contemporaneamente, svuotato: di questo si tratta oggi, visto che è addirittura orgoglio del Governo Renzi aver proposto (nel ridicolo DdL sul contrasto alla povertà assoluta) di legare la pensione di reversibilità all’ISEE, escludendo dunque di fatto dal riceverla tutte le vedove e i vedovi che, per qualunque motivo, si trovino ad esempio a possedere una casa.
Siamo finiti nella trappola politicista di un one man show in crisi di consensi e di credibilità internazionale, che ha scippato al Paese l’occasione di andare avanti e riaprire spazi chiusi da tempo da leggi sbagliate o negate: quelle che si ostinano a non mettere un limite all’obiezione di coscienza; quelle - parliamo della legge 40 sulla PMA – che definiscono norme vessatorie e discriminatorie per chi desidera un figlio; o del mercanteggiare sullastepchild adoption e sulle adozioni come moneta di scambio per ridefinire i pesi specifici interni alla maggioranza.
L’Italia è un paese in crisi demografica conclamata: apprendiamo da dati recentissimi che i morti superano i nati. Si fanno sempre meno figli e sempre più tardi, anche per questo il ricorso alle tecniche di riproduzione assistita è trasversale e sempre più diffuso. Donne singole e coppie, di qualsiasi orientamento sessuale, riempiono le casse delle cliniche d’oltralpe nell’impossibilità di accedere al servizio sanitario nazionale, alimentando un mercato enorme quanto non accessibile a tutti.
Questo dato è rimasto fuori dalla scena, occupata interamente dallo spettro della maternità surrogata che ha visto schierarsi una compagine quanto mai bizzarra contro lo sfruttamento del corpo delle donne - una parte del cartello delle SNOQ e i cattolici – intossicando il dibattito di contenuti approssimativi e fuorvianti.
Vorremmo allora porre un interrogativo: ma quando impieghiamo badanti e tate a salari da fame, espropriandole della vita intera, non commettiamo sfruttamento? Eppure sono anche loro donne provenienti da Paesi poveri, in cui spesso lasciano i figli che non vedranno per anni, magari impegnate come sono a crescere i nostri o a badare al nonnetto. O in questo caso ci sentiamo benefattori?
Il velo di ipocrisia che copre questo dibattito denuncia la difficoltà, ancora una volta, di misurarsi con la realtà di rapporti economici che producono sfruttamento. L’unico spettro che vediamo aggirarsi, in realtà, è il potere riproduttivo della donna, di cui è l’unica detentrice e che va in ogni modo controllato e sottodimensionato, mantenendolo sommerso, clandestino e relegato ai margini del capitale globale per essere sfruttato senza alcuna contropartita. Viceversa, riconoscere l’emersione di una nuova genitorialità potrebbe aprire a scenari differenti da quelli dello sfruttamento, potrebbe riconsegnare allo spazio della solidarietà e dell’affettività quello che oggi è appannaggio esclusivo del ricco e transnazionale mercato della riproduzione. Lungi da noi, infatti, negare che l’utero in affitto non sia un’espressione della colonizzazione del mercato sulla vita, ma se ne esce solo sottraendogli spazio e affermando la legittimità di un desiderio e la libertà nell’uso del proprio corpo.
Mutuiamo il titolo di questo testo da uno spot pubblicitario che ci sembra rendere bene lo spirito dell’epoca, in generale, e del DdL Cirinnà, nel caso specifico. L’epoca in cui tutto è concesso, e quindi revocabile, ma niente è conquistato. Riformulando una frase a noi cara, potremmo concludere dicendo che la libertà è un problema di spazio – spazio politico intendiamo. Per questo è quanto mai necessario che si aprano processi autentici in grado di decidere delle nostre vite, dei nostri desideri, dei nostri affetti.

Fonte: dinamopress.it

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