La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 5 marzo 2016

Il destino dei migranti e l’anima dell’Europa

di Marcella Lucidi
Se soltanto alcuni mesi fa l’arrivo massiccio di profughi nel continente faceva ancora confidare nella possibilità di coinvolgere i paesi membri nell’attuazione di una agenda europea sull’immigrazione, quel che ne è seguito ci dice piuttosto che la grave e crescente crisi umanitaria del Mar Mediterraneo rischia addirittura di compromettere l’esistenza stessa dell’Unione europea.
La legittima questione della sostenibilità dei flussi di disperati che continuano ad arrivare dal Medio Oriente e dall’Africa si è legata fortemente alla domanda di sicurezza imposta dalla minaccia terroristica. Tanto è bastato ad animare le divergenze interne all’Unione e a incrinare il principio di “responsabilità comune” in cui è stato iscritto il patto europeo. Tanto è servito per indebolire la prospettiva di una integrazione tra gli Stati, pur funzionale a presidiare i confini esterni della fortezza europea, mettendo in discussione la realtà di uno spazio comune di cittadinanza, di libera circolazione, guadagnata dal 1985 a oggi.
Quel che ci dicono quei paesi europei che hanno ristabilito per sei mesi il controllo alle loro frontiere è che comunque indietro si può tornare, che esiste ed è pur sempre agibile da ciascuno Stato una “riserva” di decisione autonoma in grado di condizionare le scelte politiche. Tant’è che oggi il Consiglio europeo si ritrova stretto in un percorso difficile dal punto di vista sia della praticabilità che del risultato: senza il recupero di una visione e di una strategia comuni, senza iniziative verificabili negli effetti, un’ulteriore sospensione del Trattato di Schengen, stavolta per due anni, produrrebbe conseguenze che vanno ben oltre l’impossibilità di resettlement dei migranti, riducendo alla marginalità politica ed economica l’intera eurozona.
C’è, evidentemente, una parte di Europa che vede con favore questa eventualità, che ha ben compreso quale sia la posta in gioco e su questa intende scommettere a partire dal discorso sull’immigrazione, che, in questo momento, le è congeniale per guadagnare alla causa una quota sempre maggiore di opinione pubblica. Quella folla di disperati che preme ai confini dell’Unione europea, che dal bacino mediterraneo e dalla rotta balcanica tenta di penetrare e raggiungere il Nord del continente è divenuta questione in grado di unire le spinte antieuropeiste e quelle populiste, di giustificare la regressione alla difesa degli interessi nazionali per impedire l’invasione di società spaventate, impreparate a saper distinguere tra immigrato e immigrato, tra rifugiato e povero, tra integrato e integralista, tra lavoratore e criminale e terrorista, tra le stragi in mare e fatti come quelli di Colonia.
Conta poco non disporre di un pensiero lungo – e largo – sulle tendenze demografiche attuali, sulle cause degli esodi di massa – conosciuti all’indomani della Primavera araba ieri e dei conflitti mediorientali oggi – e sulle iniziative da assumere quanto meno per rallentare una emorragia umana destinata a durare nel tempo. Ancor meno pare che conti il giogo già imposto a quei paesi geograficamente esposti agli arrivi dei migranti, tra cui l’Italia, impossibilitati a governare da soli i flussi di esseri umani. L’opportunità di incontrare il favore del vento per spingere alla deriva il processo di integrazione europea suggerisce di esaltare, piuttosto, gli spazi di sovranità interna agli Stati membri, condannandoli, così, all’egoismo e alle sue conseguenze, piuttosto che alla solidarietà, come auspicava a suo tempo Jacques Barrot.
Contrastare questa rotta è compito assai impegnativo per chi crede ancora possibile – e peraltro necessario – investire sulle potenzialità politiche ed economiche del continente. Ma non può più restare secondario a questo scopo – contrariamente a quanto è finora accaduto – saper fare i conti, continuamente, con le resistenze, i conflitti e le paure che attraversano le comunità locali, ancora impreparate e sempre sollecitate a pensarsi in una “paradossale emergenza di lungo periodo” alla quale i governi, a causa di politiche improvvisate o ambigue, stentano a rispondere.
Da sempre, l’atteggiamento verso gli stranieri è uno dei parametri più significativi della resilienza di una democrazia, in quanto risente come pochi altri fenomeni del bisogno di sicurezza e del senso di precarietà delle conquiste sociali ed economiche raggiunte. “Nemico politico è l’altro, lo straniero” scriveva Carl Schmitt. E Sigmund Freud, nel “Das Unheimlich” osservava come la radice semantica del “perturbante” coincidesse, in tedesco (ma anche nel greco xenos), con quella di “non familiare”, straniero. Nella lingua latina, l’altro era hostis, tanto nemico quanto straniero, fin quando non divenisse hospes, ospite. Ogni discorso pubblico sull’immigrazione, allora, può pagare il prezzo di una incomprensione, soprattutto quando solleciti a considerare le affinità piuttosto che le differenze, quando, fuori dalle metafore negative, intenda muovere dalla dimensione epocale di un fenomeno che sta già “ri-strutturando” le nostre società. C’è da riflettere, però, se questa difficoltà a “dire la verità”, a rappresentare la complessità, le dinamiche, i dati e, ancor di più, a farlo in modo sistematico, per supportare una strategia che ha bisogno, in ogni caso, di un lungo periodo, e perciò di programmazione e di possibili revisioni, non sia di ostacolo anziché di aiuto a chi esercita responsabilità politiche. Tutt’altro, quindi, dal proporre una visione irenica di quanto accade. Tutt’altro, però, anche dalla promessa di soluzioni facili e radicali.
Chiamiamo quanto sta accadendo da tre anni a questa parte con le parole “emergenza umanitaria”. È corretto rappresentare così i fenomeni migratori in corso? Non è forse una sintesi che ci porta a considerare un solo aspetto dell’immigrazione – i rifugiati – più rassicurante ma parziale? Si tratta allora di una distorsione comunicativa oppure di un pretesto per non trattare il tema più ostico dell’immigrazione irregolare, oppure la migrazione per ricerca di lavoro è in calo e arrivano soltanto i disperati? Oppure, la condizione in cui ormai vivono milioni di persone nel pianeta, comunque si produca, ci rende già difficile mantenere la distinzione consolidata nei nostri ordinamenti tra richiedenti asilo e migranti economici?
Nell’autunno del 2015, aprendo all’accoglienza dei profughi siriani sulla rotta di Berlino, Angela Merkel è riuscita, di colpo, a ridurre le ostilità dell’Unione europea, ha dato forza alla domanda di redistribuzione dei migranti tra i paesi europei avanzata dai governi – tra cui quello italiano – più impegnati nell’azione di soccorso e, soprattutto, ha ispirato, nel popolo tedesco e non solo, una reale mobilitazione dei cittadini per l’ospitalità. Sembrava quasi che la disponibilità della Cancelliera tedesca ad accogliere “senza condizioni” («il diritto d’asilo non ha limite quanto al numero dei richiedenti»), rendesse possibile agire il riscatto delle donne e degli uomini cacciati oltre il muro ungherese, marchiati con il pennarello a Praga o restituiti morti dalle onde del mare. È impossibile dimenticare quanto le immagini del cadavere del piccolo Aylan, il bimbo curdo di Kobane, affogato nel tentativo di raggiungere le coste greche di Kos e ritrovato sulla spiaggia di Budrum, abbiano potuto, con la forza che solo le immagini dei bambini hanno, scuotere animi distratti, forse fin lì non troppo consapevoli dei sacrifici umani imposti da una visione miope del fenomeno migratorio. Eppure, anche la forza politica e mediatica delle dichiarazioni di Angela Merkel si è poggiata sul terreno mobile di una distinzione mancata, sul racconto parziale di un fenomeno che ben più difficilmente, forse, sarebbe stato compreso e accettato nella sua narrazione reale. Perché se è vero che, in passato, le rotte difficili, drammatiche, lungo le quali arrivavano i richiedenti asilo, erano altre da quelle percorse dai migranti economici, i dati più recenti hanno rappresentato una sovrapposizione dei flussi che ha finito col confondere gli uni con gli altri. Difficilmente, tuttavia, un approccio europeo consolidato, versato più sulla protezione internazionale che sul governo dell’immigrazione nella sua interezza, avrebbe potuto giustificare una flessibilità assoluta nell’accoglienza di persone che non fossero percepite come richiedenti asilo. Così, lo slogan che ha sostenuto, in tutta Europa, le iniziative di mobilitazione solidale è stato “welcome refugees”, e non “migrants”, in coerenza con le politiche adottate dall’Unione.
Degli stessi sopravvissuti ai viaggi della speranza, sfruttati dai trafficanti di uomini, giunti sulle nostre coste scampando a naufragi sempre più frequenti, la normativa europea impone infatti una rigorosa distinzione. Solo coloro che riescono a dimostrare la titolarità dei requisiti per l’accesso alla protezione internazionale (o alla più ampia protezione sussidiaria), infatti, potranno restare sul territorio europeo (dello Stato ospite, meglio). Gli altri, quali migranti irregolari, saranno rimpatriati, sempre che la normativa nazionale non preveda conseguenze peggiori (da noi l’immigrazione irregolare è ancora reato, avendo il governo ritenuto di non esercitare la delega che ne prevedeva la depenalizzazione). C’è una sorta di gerarchia della disperazione, che solo in parte si emancipa dalla visione meramente contabile, sinora dominante, del fenomeno migratorio, la cui complessità è stata ridotta a un rapporto tra quote di ingresso, costi di sussistenza e numero di espulsioni.
Nel considerare a priori meritevoli di protezione i soli richiedenti asilo, ribadendo il dovere di espellere i migranti economici si sottolinea insomma, neanche troppo implicitamente, la differenza che quasi ontologicamente caratterizza, nella normativa europea, fenomeni che, invece, finiscono per assomigliarsi sempre di più. Non a caso, in circa il 90% dei casi, i rigetti delle istanze di asilo sono state motivate con la prevalenza dei motivi economici nel progetto migratorio del richiedente.
Si tratta di una catalogazione che è stata coniata negli anni Ottanta dallo studioso delle migrazioni, Egon Kunz, in base allapush/pull theory, distinguendo, quindi, chi parte per necessità (pushed, destinato all’asilo) da chi invece lo fa per scelta (pulled, attratto cioè da migliori prospettive economiche). Ciò presupporrebbe, dunque, da parte del pulled, un’effettiva possibilità di scelta, un’alternativa in patria che però, troppo spesso, è invece oggi più teorica che reale. E soprattutto, come dimostra l’esperienza delle commissioni per la valutazione dello status di rifugiato, nella storia dei profughi è difficile isolare un solo motivo alla base della scelta di emigrare, fondata invece su una serie di fattori diversi che comprendono l’instabilità politica e militare del paese di provenienza, la persecuzione politica, la difficile condizione economica spesso dovuta alla tendenza neocolonialista allo sfruttamento di questi paesi da parte dell’Occidente, la desertificazione di grandi parti delle regioni di origine dei flussi, reti sociali già presenti nei paesi di emigrazione. Ciascun richiedente asilo lascia alle spalle un’esperienza tanto di stenti quanto di vita in regimi non democratici; è, insomma, un perseguitato ma anche uno dei troppi poveri della Terra. La distinzione di Kunz, oggi, finisce con l’essere non più verosimile: la maggior parte dei rifugiati ha anche, nel proprio progetto migratorio, l’esigenza di vivere con dignità. È del resto relativa la stessa valutazione della sussistenza dei requisiti per il riconoscimento dello status di rifugiato, come dimostra il fatto che persone della stessa nazionalità sono, a seconda del paese ospite, ritenute o meno meritevoli di protezione. Per la medesima nazionalità si passa infatti da tassi di riconoscimento dell’asilo del 70%, come nel caso degli afgani nella maggior parte dei paesi nordeuropei, a tassi dell’1% per i medesimi connazionali in Grecia (dato censurato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nel 2011). La stessa prassi che si sta avviando negli hotspot non pare confortante, anzi sembra aggravata dal fatto che la prima distinzione tra rifugiati e migranti economici è effettuata dalle forze di polizia ed è destinata a produrre effetti dirimenti: l’accoglimento dell’istanza di asilo o di altro titolo di protezione in un caso, l’espulsione (salvi i casi di inespellibilità) dall’altro. Laddove invece, come hanno più volte chiarito la Corte europea dei diritti dell’uomo e la stessa Cassazione italiana, la valutazione della singola istanza dev’essere fatta caso per caso, senza presunzioni di sorta e con un attento esame della condizione individuale del richiedente.
Del resto gli Stati occidentali – quelli europei in particolare – utilizzano l’asilo politico anche come modalità di gestione, alternativa, dei flussi migratori. I paesi nordeuropei, ad esempio, concedono in maniera ampia l’asilo, ma adottano poi politiche migratorie fortemente restrittive; al contrario dei paesi del meridione europeo. Dato da cui si desume che una stessa persona può essere considerata meritevole dello status di rifugiato in Svezia e migrante economico (magari da espellere) in Italia. Osservando come anche tra gli uccelli possano distinguersi i rifugiati (in fuga da terre rese inospitali dall’uomo) e i migranti economici (in cerca di nutrimento e clima favorevole), Adriano Sofri ha affermato come sia «moralmente necessario (…) auspicare l’accoglienza per chi bussa alle nostre porte, senza ripararsi ipocritamente dietro la distinzione tra migranti “economici” e richiedenti asilo», una ipocrisia che – precisa – solo la Chiesa cattolica rifiuta. E nota anche come quest’accoglienza senza distinzioni (o mistificazioni) diventi oltretutto «praticamente efficace se ci si impegni a far finire le guerre per bande nei paesi di origine e a castigarne i promotori (…) e sconfiggendo quelli offrire una speranza a chi langue sotto dittature spietate e non vede altra via che la fuga».
La strettoia lungo la quale, faticosamente, sta procedendo il progetto europeo rimanda a una sfida che fu ben scritta nel Manifesto di Ventotene: «per creare, intorno al nuovo ordine, un larghissimo strato di cittadini interessati al suo mantenimento e per dare alla vita politica una consolidata impronta di libertà, impregnata di un forte senso di solidarietà sociale». Questo spirito originario è assurto, con il Trattato di Lisbona, a elemento qualificante non solo dei rapporti interni all’Unione, ma anche delle sue relazioni esterne. L’articolo 67 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea affianca, infatti, alla solidarietà tra gli Stati membri l’equità rispetto ai cittadini dei paesi terzi, come principi essenziali ai quali la politica comune in materia di asilo, immigrazione e controllo delle frontiere esterne deve ispirarsi.
Sono principi sviliti dall’impiego di codici numerici, di filo spinato o di muri contro coloro che riduciamo a nemici perché costringono a interrogarci sulla nostra identità. Almeno tre dei sei milioni di vittime della Shoah avrebbero potuto essere salvati se il mondo non avesse sbattuto loro in faccia la porta di frontiere chiuse – scrive Ágnes Heller. E «se qui continuerà così, quanti migranti col numero sul braccio in Cèchia o respinti a Budapest dai treni per Berlino (…) non potranno essere salvati? ». È questa, probabilmente, oggi, la sfida più importante per l’Europa, che rischia di negare la sua stessa identità se continua a celarsi dietro distinzioni arbitrarie o superate, nel tentativo mai riuscito di ridurre una complessità, quale quella dell’immigrazione, che richiede invece più coraggio o, forse, semplicemente, più lungimiranza nelle politiche pubbliche. Che devono accogliere lo straniero come hospes comesque (per parafrasare Adriano) e non, riduttivamente, come hostis.

Fonte: italianieuropei.it 

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