La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 14 ottobre 2015

La sapienza delle multinazionali 2.0

di Roberto Ciccarelli
La «Maker faire», la fiera degli arti­giani digi­tali (i «makers»), si svol­gerà all’università Sapienza di Roma da venerdì 16 a dome­nica 18 otto­bre. In que­sti giorni, l’imponente piaz­zale della Minerva e, pros­si­ma­mente, anche il «pra­tone» sul quale affac­ciano le segre­te­rie dell’ateneo più grande d’Europa, sono occu­pate dai ten­doni e padi­glioni che ospi­te­ranno la fiera dell’innovazione tec­no­lo­gica curata dal «digi­tal cham­pion» Ric­cardo Luna e dall’ideatore di Arduino Mas­simo Banzi.
La tre giorni «sapien­tina» è l’edizione euro­pea di una fiera che ha cala­mi­tato oltre 1.5 milioni di visi­ta­tori com­ples­si­va­mente, sin dal suo lan­cio a San Mateo, in Cali­for­nia nel 2006. L’anno scorso la Maker faire ha attratto a Roma oltre 600 inven­zioni in mostra e 90 mila visi­ta­tori.
Quest’anno i pro­mo­tori inten­dono con­so­li­dare la fama della «più grande espo­si­zione al mondo dopo le ame­ri­cane “Area Bay” e “New York”». L’iniziativa, pro­mossa dalla Camera di Com­mer­cio di Roma, ha un ven­ta­glio di 55 spon­sor, i prin­ci­pali sono Intel, Dws, Uni­data, Eni, Ing­Dan, Tim e poi Acea, Bnl, Goo­gle, Ibm, Cisco, tra gli altri.
La Maker faire è un potente con­cen­trato teo­rico e infor­ma­tivo sulla nuova fron­tiera del capi­ta­li­smo 2.0 che punta le carte sull’innovazione, la crea­ti­vità, l’auto-imprenditorialità e l’idea del talento indi­vi­duale o col­la­bo­ra­tivo. Per ospi­tare al meglio l’importante vetrina degli arti­giani digi­tali (ne sono attesi 600). Il ret­tore della Sapienza Euge­nio Gau­dio ha deciso la chiu­sura delle atti­vità didat­ti­che della città uni­ver­si­ta­ria (lezioni, esami, con­ve­gni, semi­nari), il blocco dell’accesso alle biblio­te­che e alle sale let­tura per favo­rire le ope­ra­zioni di alle­sti­mento. Venerdì 16 e sabato 17 anche gli uffici saranno costretti a ferie obbli­gate. I docenti, i lavo­ra­tori e gli stu­denti inte­res­sati all’evento dovranno pagare il biglietto per entrare. Costi ridotti: dai 4 euro per stu­denti ai 25 per i tre giorni.
La recin­zione dello spa­zio pub­blico nel peri­me­tro desti­nato alla fiera ha col­pito non pochi docenti, ricer­ca­tori e stu­denti. Il passa parola è diven­tato in que­sti giorni una cam­pa­gna pro­mossa dagli stu­denti: «Maker fair… per chi?» con una pagina face­book dedi­cata. Il tam tam si è tra­dotto in un sit-in sul pra­tone della Sapienza e in un incon­tro con il pro­ret­tore alla ricerca Valente e il pre­side della Facoltà di Scienze Nesi. «Il nostro Ate­neo sta appro­fon­dendo lo sfrut­ta­mento inten­sivo nella mer­ci­fi­ca­zione dei risul­tati della ricerca scien­ti­fica — sosten­gono gli stu­denti — Per­ché occu­pare lo spa­zio uni­ver­si­ta­rio costruendo una vetrina per chi spe­cula sull’innovazione?». La domanda chia­ri­sce le ragioni della pro­te­sta: non è con­tro i makers, ma con­tro l’uso «busi­ness» del lavoro intel­let­tuale o crea­tivo di chi crea stam­panti 3D, cir­cuiti, cose, robo­tica, automazione.
I ricer­ca­tori “Inter­mit­tenti della ricerca Roma” appro­fon­di­scono le ragioni della pro­te­sta. Sosten­gono che l’approccio “busi­ness” dell’evento è il segno del ribal­ta­mento della filo­so­fia della con­di­vi­sione e della coo­pe­ra­zione (“sha­ring”) sot­tesa ori­gi­na­ria­mente a que­sto genere di iniziative,“dove si met­te­vano in comune cono­scenze spe­ci­fi­che, si pra­ti­ca­vano forme di coo­pe­ra­zione e di con­di­vi­sione dei saperi. La Maker Faire pro­muove invece la dif­fu­sione di quei saperi che la reto­rica di Gel­mini e Gian­nini chiama “saperi utili”, vale a dire quelli diret­ta­mente spen­di­bili nel mondo dell’impresa, iden­ti­fi­can­doli come unico modello per met­tere in pra­tica i pro­pri studi e le pro­prie competenze”.
L’argomentazione rac­co­glie uno dei punti prin­ci­pali del dibat­tuto sulla “sha­ring eco­nomy”: l’appropriazione dell’innovazione e la sua cana­liz­za­zione in un’economia pro­prie­ta­ria sullo stile, ad esem­pio di Uber. Le con­se­guenze di que­sto approc­cio sulla crea­zione e sulla tra­smis­sione dei saperi sono imme­diate: la neces­sità da parte dell’artigiano digi­tale di otte­nere un red­dito dalla sua crea­zione è decli­nata secondo i canoni del “fare impresa”. “Que­sto modello — spie­gano i ricer­ca­tori – sem­bra rical­care il modello della Ricerca pro­mosso dalle “riforme” uni­ver­si­ta­rie degli ultimi vent’anni: inco­rag­giare la com­pe­ti­ti­vità e, attra­verso l’economia della pro­messa, l’autosfruttamento, come se l’unica via per lavo­rare nel mondo della ricerca fosse l’autoimprenditorialità e la pro­mo­zione di se stessi a disca­pito degli altri e della qua­lità della ricerca”. Modello coo­pe­ra­tivo con­tro modello busi­ness, dun­que. È il cuore della ten­sione che anima a livello mon­diale la sha­ring economy.
«Rite­niamo che un evento così gestito e costruito non debba costi­tuire un pre­ce­dente per l’università pub­blica ma un uni­cum che non si dovrà mai più ripe­tere» spie­gano gli stu­denti pro­mo­tori della pro­te­sta che chie­dono la tra­spa­renza del ritorno eco­no­mico per l’università; uno spa­zio auto­ge­stito nella fiera per gli stu­denti; l’accesso libero per chi lavora e stu­dia alla Sapienza. Venerdì 16 ottobre è previsto un cor­teo da piazza Aldo Moro.

Fonte: il manifesto

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