La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 11 ottobre 2015

La sinistra radicale italiana vista da un marxista americano

di David Broder
Nel maggio 2015 a circa un anno dalle elezioni europee, la «Lista Tsipras», la coalizione di sinistra radicale ispirata a Syriza, si è dissolta. Il partito aveva raccolto la rispettabile cifra di un milione e centomila voti (che gli sono valsi l’elezione di tre deputati al Parlamento Europeo), ma la situazione si è presto deteriorata. Sempre nel maggio 2015 Barbara Spinelli, cofondatrice e deputato europeo della «Lista Tsipras», ha lasciato la coalizione dichiarando di non voler contribuire all’ennesima atomizzazione della sinistra. Tra i fondatori del quotidiano «la Repubblica», Barbara Spinelli faceva parte dell’ala liberal-ecologista della «Lista Tsipras», che raccoglieva forze politiche provenienti da frammenti dell’ormai disciolto Pci, il Partito Comunista Italiano. A molti non è dispiaciuto l’addio della Spinelli, che aveva promesso prima delle elezioni del 2014 di rinunciare al Parlamento Europeo in caso di elezione, una promessa subito evasa. E ora, dopo aver abbandonato il fronte politico con cui è stata eletta, resta attaccata alla sua carica e ai centomila euro annui di salario che ne derivano.
Lasciando da parte l’arroganza che traspare dal comportamento della Spinelli, le sue dure parole d’addio hanno toccato un nervo scoperto, evidenziando il fallimento della «Lista Tsipras» nel raccogliere consensi al di fuori di un elettorato tradizionalmente di estrema sinistra.
Questa è stata la grande debolezza di vari progetti di coalizione tentati in Italia, a partire dagli anni novanta del secolo scorso fino ad oggi, e rappresenta una palese contraddizione rispetto alla situazione greca.
In qualche modo questo esito era scritto nel DNA della «Lista Tsipras»: per quanto le classi lavoratrici greca ed italiana abbiano interessi comuni all’interno della crisi dell’eurozona, chiamare un partito con il nome di un leader politico straniero difficilmente può essere considerata una strategia vincente. Ma la proposta della Spinelli per una forza politica di centro sinistra in qualche modo “liquida” è una strategia destinata a replicare – senza per altro rappresentare di per se stessa un’alternativa – la perdita di direzione politica che ha caratterizzato la sinistra radicale nell’ultimo ventennio.
Un movimento in stato confusionale
La tragedia è che, 15 anni fa, uno dei componenti principali della «Lista Tsipras», Rifondazione Comunista – l’altro, Sel, Sinistra Ecologia e Libertà, è nato nel 2008 proprio da una scissione da Rifondazione – ha rappresentato esso stesso una grande speranza della sinistra radicale europea. Rifondazione ha raccolto oltre due milioni e mezzo di voti in varie competizioni politiche nazionali ed europee e l’ammirazione come partito con la presenza più forte nei movimenti anti-capitalisti post Seattle. Oggi, benché sia forte ancora di venticinquemila tessere, ha poche sezioni aperte, non ha un proprio giornale ed ha una minima visibilità pubblica residua. Il collasso di Rifondazione è esemplare dello stato confusionale della sinistra radicale italiana e della sua incapacità di mobilitare gli stessi sentimenti anti-sistema e di contrasto ai poteri forti come sono stati capaci di fare Syriza in Grecia, Podemos in Spagna e perfino la destra populista nella stessa Italia.
La sinistra radicale è ancora disorientata dal disastroso coinvolgimento di Rifondazione nei governi di centrosinistra degli anni Duemila. Concentrata sull’obiettivo di tenere Berlusconi all’opposizione, Rifondazione ha in effetti esercitato una scarsissima influenza nella coalizione di cui era parte ed ha continuamente diluito i suoi capisaldi politici fino al punto di votare a favore della guerra in Afghanistan per mantenere al potere il liberal-socialista Romano Prodi e la sua coalizione di centro sinistra. Come risultato, nelle elezioni del 2008 si ebbe non solo il trionfo di Berlusconi ma, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, la mancata elezioni di parlamentari comunisti, provocando una diffusa demoralizzazione nella sinistra radicale.
Nonostante Berlusconi arrivi al potere per la prima volta nel 1994, nel bel mezzo della crisi del sistema democratico italiano – con l’auto-immolazione del Pci nel 1991 si era anche sciolto il collante anticomunista che teneva insieme i suoi grandi rivali democristiani – la sinistra italiana sembra oggi incapace di smentire il mito secondo cui l’Italia è governata da un governo liberale cui si contrappongono solo dei populisti di destra. Generalmente, invocando la necessità di “difendere la Costituzione” nata dalla Resistenza antifascista o denunciando come Berlusconi e la destra infrangessero i mistici “valori etici repubblicani“, buona parte di quello che un tempo era il movimento comunista italiano sembra incapace di distaccarsi da preoccupazioni retoriche del Pci vecchie di decenni, oltretutto mettendole in relazione con lo stagnante sistema repubblicano italiano di oggi.
Riciclare retorica
Questa paralisi politica arriva nonostante un significativo spostamento a destra in entrambi gli opposti schieramenti ed il governo del Partito Democratico di Matteo Renzi, che oggi governa l’Italia in coalizione con piccole forze centriste e di centro-destra. Il partito del primo ministro Renzi include ampia parte del vecchio Pci, insieme a varie forze liberali e democristiane che si sono fuse a più riprese con esso a partire dagli anni Novanta. Se Rifondazione o Sel guardano oggi a Syriza per ispirarsi, il Pd che governa l’Italia sembra un consapevole tentativo di scimmiottare il liberalismo americano: ha adottato il nome “Partito Democratico” durante la competizione elettorale nazionale del 2008 nel tentativo di intercettare il clamore intorno alla figura di Barack Obama, come del resto più sfacciatamente evocato dal “grido di guerra“ incautamente pronunciato e rapidamente smentito, del suo allora leader Walter Veltroni: “Yes we can!”.
Da parte sua, Renzi è un dichiarato discepolo di Tony Blair ed ha fatto propria la tattica del suo mentore di confrontarsi aggressivamente con la sua base per dimostrare le sue credenziali per la leadership. Tra le iniziative legislative chiave, il liberaleggiante “Jobs Act” e l’abolizione dell’articolo 18, entrambe le quali rendono, da una parte, più deboli i sindacati e, dall’altra, per le imprese più facile licenziare i lavoratori. In un certo senso, il leader del Pd si è spinto ben oltre rispetto a Blair nel manifestare apertamente il suo disprezzo nei confronti di quelli che sono i “partner sociali” storici del suo partito. In risposta alle sue provocazioni, Susanna Camusso, leader della Cigl, una federazione sindacale forte di 5 milioni d’iscritti, ha recentemente dichiarato che non voterà più per il PD.
Tuttavia, sebbene partiti come la tedesca Spd e il greco Pasok abbiano malamente dissipato il consenso della propria base sostenendo al governo politiche conservatrici, il principale partito di centro-sinistra italiano sta operando uno spostamento ancor più radicale, abbandonando ogni riferimento alla socialdemocrazia e propagandando apertamente un approccio aziendalista e una agenda neoliberista. Si tratta di un’invasione del territorio politico della destra, un “berlusconismo senza Berlusconi“.
Indubbiamente il partito di Renzi sta conservando una posizione elettoralmente più forte rispetto alle forze della socialdemocrazia europea, anche grazie alle grottesche azioni politiche di Berlusconi che hanno frammentato la destra tradizionale in talmente tante schegge che i democratici beneficiano di un governo solido con solo il 35 per cento dei voti.
Il primo ministro Renzi ha ora tentato di consolidare il proprio vantaggio con l’introduzione di una nuova legge elettorale. Essa propone un nuovo sistema antidemocratico che assegna un larga maggioranza parlamentare al partito che ottiene più voti, anche se il suo il risultato è ben al di sotto del 50%. I cambiamenti previsti dalla nuova legge elettorale renderanno ancora più difficile per i piccoli partiti riuscire ad eleggere rappresentanti in parlamento, ponendo ulteriori ostacoli alla discesa sul terreno elettorale della sinistra radicale.
Ci sono anche alcuni segnali di speranza. Particolarmente significativa è stata l’opposizione alla riforma dell’istruzione primaria e secondaria di Renzi, “La buona scuola“, con grande attenzione rivolta dai media allo sciopero degli insegnanti che, in marcia attraverso Roma, dichiarano senza remora che non voteranno mai più il Pd. Tra le altre cose, la legge appena approvata dalla Camera dei Deputati obbliga gli studenti delle superiori a stage gratuiti in azienda, prendendo di mira soprattutto gli studenti poveri e della classe operaia. Infatti, se gli allievi del liceo – un tipo di scuola superiore che si rivolge prevalentemente ai figli della classe media – devono lavorare almeno 200 ore ogni anno, i loro omologhi delle scuole tecniche e professionali devono dedicare a questa attività un minimo di 400 ore.
La mobilitazione per cambiare la legge è stata una delle più importanti lotte degli ultimi anni, perché si è trattato più di un movimento per difendere l’educazione stessa che una mera rivendicazione di categoria legata agli interessi degli insegnanti. La resistenza alla riforma ha unito sia i sindacati ufficiali che quelli di base ed è stata sostenuta da una vasta mobilitazione di studenti e genitori. Attraverso l’uso di scioperi ufficiali e non autorizzati, con le sue manifestazioni ed occupazioni, questa controffensiva ha anche incoraggiato i partigiani dello “sciopero sociale“, un popolare slogan dell’area dell’autonomia che immagina un movimento che vada oltre il luogo di lavoro per coinvolgere più ampiamente precari, disoccupati ed utenti dei servizi.
Una ulteriore, benché ancora nascente, iniziativa per portare il movimento sindacale fuori dai cancelli delle fabbriche è la “coalizione sociale” messa in piedi da Maurizio Landini, leader della Fiom, sindacato dei metalmeccanici forte di 350mila iscritti. Landini ha descritto il nuovo movimento come “uno strumento di partecipazione politica fuori dai partiti“, con iniziative rivolte a temi come l’opposizione all’austerità, la difesa dei migranti e la lotta al controllo delle imprese da parte del crimine organizzato. Benché Susanna Camusso abbia fortemente criticato Landini per il suo “uso improprio del sindacato per finalità politiche“, il leader Fiom ha finora dato una definizione poco precisa della sua strategia.
Una destra emergente
Nonostante questi sviluppi positivi, oggi la caratteristica più impressionante della vita politica italiana è che il consenso, perso sia dai partiti socialdemocratici centristi, come il PD, che dalle forze prima aggregate intorno a Berlusconi, si sia indirizzato, per la maggior parte, ad alimentare il rafforzamento della destra populista. Questo fenomeno è chiaramente visibile nella resurrezione della Lega, un partito di destra che una volta propugnava l’indipendenza del nord d’Italia ed abitualmente scherniva chiunque vivesse a sud di Firenze con accuse ed insulti razzisti legati a presunta pigrizia e corruzione diffusa.
Sebbene solo pochi anni fa il consenso della Lega Nord fosse crollato al 5 per cento, il partito oggi viaggia ormai regolarmente intorno al 15 per cento e gode di un forte seguito persino nei capisaldi storici del Pci nelle città industriali di Torino, Milano e Genova. Recentemente la Lega Nord ha costruito un partito del Sud ideato per raccogliere il malcontento di romani e siciliani verso albanesi e “marocchini” (termine utilizzato in modo generico nei confronti degli immigranti provenienti dall’area che va dal Nord Africa al Medio Oriente e di lì fino all’intero subcontinente indiano). A febbraio, in una manifestazione a Roma, è stato trasmesso un videomessaggio di incoraggiamento da parte di Marine Le Pen, leader del Front National, il partito di estrema destra francese.
Questo incanalamento di sentimenti anti-sistema nel populismo di estrema destra è espresso, almeno in parte, anche nella forza del Movimento Cinque Stelle, M5S, che, per quanto estremamente eclettico nella sua cosmesi ideologica, raccoglie consenso intorno alle idee politiche anti immigrazione, antieuropeiste e anti sindacali del suo leader Beppe Grillo. Anche se caotico dal punto di vista organizzativo – ha espulso non meno di 34 dei suoi 168 deputati e senatori in meno di 2 anni – il M5S è oggi il secondo partito italiano e raccoglie regolarmente non meno del 20 per cento dei voti nei sondaggi.
Grillo ha chiesto la “cancellazione” dei sindacati e ha contestato l’introduzione della cittadinanza per i figli dei migranti nati in Italia. Il M5S, che non ha una classica base conservatrice o di destra, gode in particolare di un forte sostegno tra i giovani e i disoccupati. Il suo successo è da addebitarsi agli sforzi nel mettere a nudo la corruzione del sistema, attraendo il consenso dei cittadini non in grado di accedere alle reti di raccomandazioni e favoritismi così diffuse invece nei partiti tradizionali.
Il basso livello di conflittualità dei sindacati e la crescente assenza di una concezione di “classe” da parte dei politici di sinistra hanno aperto la strada a quella che alla fine sembra un’illusione senza speranza, l’idea che disfarsi in qualche modo della “casta“, o del sistema – che nella visione di Beppe Grillo include anche in grandi sindacati – possa offrire una bacchetta magica per risolvere i numerosi problemi del Paese, come le infrastrutture fatiscenti, il basso tasso di crescita ed una crisi demografica in cui una popolazione attiva in declino paga per una massa sempre crescente di pensionati, senza dimenticare che la metà dei giovani sono costretti a scegliere tra emigrazione e disoccupazione.
Con la disoccupazione giovanile di massa, la ritirata dei servizi pubblici e la vecchia base elettorale del PCI in via di estinzione, la sinistra radicale non ha nemmeno facili percorsi per rafforzarsi con una scissione del PD o con il supporto dei sindacati. Se negli anni Novanta e Duemila l’ossessione di Rifondazione per Berlusconi l’ha portata a collaborare con un governo ‘di sinistra’ dominato dagli architetti del neoliberismo italiano, la sfida centrale oggi per i comunisti è quella di competere con la destra populista come alternativa anti-establishment. In questo senso una fortunata conseguenza della deriva Blairiana del PD di Renzi è stata la secchiata di acqua gelata sugli sforzi – il più evidente con Sel durante la campagna elettorale per le elezioni del 2013 – per creare un “gruppo rossiccio” alleato con il Pd che sia accessorio ad un governo e ad una maggioranza nominalmente di centro sinistra. In ogni caso, nelle elezioni regionali del 31 maggio scorso, Sel ha sostenuto molti candidati del Pd, in alcuni casi favorendo questo partito rispetto ai candidati che si presentavano con la «Lista Tsipras» ed altri cartelli politici analoghi.
Ritorno al futuro
La Costituzione italiana sancisce che l’Italia è una “repubblica democratica fondata sul lavoro” ed i funzionari sindacali sembrano non essere mai stanchi di recitare questo mantra. Però, oltre al fatto che il capitalismo italiano ha sicuramente costruito le proprie fortune attraverso salari bassi, orari massacranti e la trasformazione della vita umana in capitale, questa frase romantica è sempre stata una finzione. E due decenni dopo la scomparsa dei partiti che scrissero queste parole, la carta fondamentale è lettera morta. La difesa di retroguardia dei “valori etici repubblicani” o della Costituzione da parte della sinistra radicale vecchio stampo ha poco da raccontare agli espropriati e ai marginalizzati, a coloro che non hanno un posto stabile nella società o neanche più la speranza di trovarlo. Le pie lamentazioni per il passato o i tentativi di raggranellare i voti dei vecchi elettori del Pci sono vie sicure verso la morte politica.
La speranza è sempre l’ultima a morire ed il futuro deve essere ancora costruito, ma la sinistra radicale in Italia (ed altrove) non può semplicemente copiare l’esempio greco. Il successo di Syriza, nonostante la sua precarietà, affonda le sue radici in un attivismo capillare e paziente che inizia prima della caduta del regime dei colonnelli, nel 1974, che continua durante la luminosa stagione della socialdemocrazia ellenica, negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso, ed ha avuto la sua definitiva affermazione con la crisi del Pasok degli ultimi 5 anni. In Italia, di converso, questo intero periodo è stato caratterizzato dalla rappresentazione al rallentatore del precipitare senza scampo della sinistra radicale verso il suo disastro, gradualmente ridotta a una sorta di subcultura del “popolo della sinistra”, peccando dell’assenza di una chiara visione esaustiva del futuro dell’Italia. In questo senso né il resuscitare la tradizione del Pci né tanto meno l’imitare Syriza sono strade in grado di offrire una risposta alla crisi. Se si deve costruire la “Syriza italiana“, bisogna partire dal dare voce agli sfiduciati e ai senza speranza, giudicando con franchezza i fallimenti degli ultimi dieci anni e rompendo con chiarezza con ogni tipo di identificazione con la “famiglia della sinistra” ispirata a tradizioni repubblicane in sfumature di rosa.

Fonte: Pandora Rivista
Traduzioe di Angelo Turco

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