La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 13 ottobre 2015

L’ombra del «caso Roma» sul futuro della sinistra

di Tommaso Nencioni
Igna­zio Marino è dun­que caduto, e nel cara­van­ser­ra­glio di voci tele­vi­sive che si rin­cor­rono è dav­vero arduo com­pren­dere le ragioni pro­fonde della crisi dell’amministrazione capi­to­lina, al di là del casus belli offerto dall’episodio, certo sgra­de­vole, delle spese per­so­nali messe in conto alla cit­ta­di­nanza. I (pochi) soste­ni­tori rima­sti dell’ex sin­daco tra­du­cono la sua «caduta» in «cac­ciata», adom­brando che die­tro alle dif­fi­coltà via via accu­mu­la­tesi nell’ultimo periodo vi sia la soli­tu­dine di un rifor­ma­tore, abban­do­nato nel momento in cui ten­tava di libe­rare la Capi­tale dagli ingom­bri plu­rien­nali della cor­ru­zione ele­vata a sistema e della spe­cu­la­zione assurta a dogma di svi­luppo urbanistico.
Quando si intac­cano strut­ture clien­te­lari rami­fi­cate e sedi­men­tate è ine­vi­ta­bile atten­dersi non solo l’aggressione degli inte­ressi eco­no­mici e mala­vi­tosi offesi, ma anche una ribel­lione il cui carat­tere di massa è spie­ga­bile riflet­tendo sul vero e pro­prio blocco sociale che all’ombra dell’impasto affaristico-clientelare può pren­der corpo. Que­sto è ancor più vero in tempi di crisi eco­no­mica prolungata.
I detrat­tori di Marino insi­stono invece, oltre che sulla sua almeno appa­rente disin­vol­tura nell’attingere all’erario pub­blico per scopi per­so­nali – epi­sodi la cui spia­ce­vo­lezza è acuita, ancora, dallo stato di pre­ca­rietà eco­no­mica in cui versa la popo­la­zione -, sulla sua inca­pa­cità a gestire una situa­zione poli­ti­ca­mente esplo­siva, e quest’ultima obie­zione vale a pre­scin­dere dall’idea che l’opinione pub­blica può essersi fatta sull’assenza o meno di pub­blica mora­lità da parte del primo cittadino.
Pro­ba­bil­mente la crisi finale dell’esperienza ammi­ni­stra­tiva del centro-sinistra romano è dovuta, nella con­tin­genza dell’attuale giunta, ad un acca­val­larsi delle due cose. Ma la vicenda Marino getta luci di più ampia por­tata sullo stato della lotta poli­tica nel Paese, dagli enti locali fino al governo centrale.
In primo luogo, con­ti­nuano ad emer­gere tutti i limiti della cul­tura isti­tu­zio­nale iper­mag­gio­ri­ta­ria emersa con l’ondata refe­ren­da­ria dei primi anni ’90, della quale la legge per l’elezione diretta dei sin­daci fu con­si­de­rata il frutto più riu­scito, oltre che un modello di rife­ri­mento per even­tuali suc­ces­sive riforme a carat­tere nazio­nale (il sin­daco d’Italia). In realtà la durata media delle «legi­sla­ture» locali non pare essere aumen­tata, e anzi si assi­ste ad una lunga teo­ria di com­mis­sa­ria­menti per con­si­gli comu­nali sciolti, o per l’esplosione delle mag­gio­ranze che li tene­vano in piedi, o per infil­tra­zioni mala­vi­tose. E quando que­sto accade, cioè quando le mag­gio­ranze ven­gono meno, ciò non suc­cede per l’azione poli­tica di par­titi che, pur pic­coli, tol­gono alla luce del sole la pro­pria fidu­cia ai gover­nanti, ma per mano­vre indi­vi­duali o di palazzo rispon­denti ad inte­ressi di poten­tati opa­chi. I par­titi poi sono stati ridotti dalla legge elet­to­rale a comi­tati elet­to­rali una tan­tum, inca­paci da un lato di sele­zio­nare una classe diri­gente degna di que­sto nome, dall’altro di spal­leg­giare le giunte ed i sin­daci nel pro­prio sforzo quotidiano.
A que­sto si deve aggiun­gere che, in un evo carat­te­riz­zato dallo sbrego fede­ra­li­sta, tutta la mole di infi­niti dibat­titi in mate­ria si è poi tra­dotta, all’atto pra­tico, in un acca­ni­mento nei con­fronti delle zone più svan­tag­giate del Paese, senza che niente resti del tanto ven­ti­lato «avvi­ci­na­mento delle isti­tu­zioni ai cit­ta­dini». Anzi, tutt’altro. Come ai tempi dell’ipercentralismo post-risorgimentale, con­tro cui tanta parte del movi­mento ope­raio ita­liano si è sto­ri­ca­mente sca­gliata, i sin­daci sono spesso «dimis­sio­nati» dalla mano­vra a tena­glia del potere poli­tico cen­trale – insof­fe­rente nei con­fronti di even­tuali ten­ta­tivi di fuo­riu­scita non con­cor­dati dalla catena clien­te­lare cen­trale – e dall’inamovibile isti­tu­zione prefettizia.
A ben vedere, il perno reale attorno al quale tutto l’accrocchio si affa­stella è quello della legge di sta­bi­lità interna, la vera e pro­pria via nazio­nale all’austerità.
Per cui la lotta poli­tica locale, ad imma­gine e somi­glianza di quella nazio­nale, invece di svol­gersi lungo le assi di un con­fronto di esi­genze sociali oppo­ste e di modelli diver­genti di svi­luppo, si avvi­luppa attorno alla gestione loca­li­stica dei cascami della crisi.
Que­sta cul­tura ammi­ni­stra­tiva pare per­va­dere ora soprat­tutto il nascente «par­tito della nazione», che recide anche per que­sta via gli ultimi legami con la tra­di­zione del movi­mento ope­raio ita­liano, per il quale il potere locale era sem­pre vis­suto come fucina di classi diri­genti rin­no­vate nella loro estra­zione sociale rispetto al sem­pi­terno nota­bi­lato, e cen­tro di con­tro­po­tere e di appro­fon­di­mento dell’impalcatura democratica.
Cemen­tato al ver­tice dal pre­sunto cari­sma del lea­der, e da una ten­denza strut­tu­rale all’attendamento tra­sfor­mi­stico attorno al tie­pido falò del potere dispen­sa­tore di pri­vi­legi, alla base il Pd si nutre di una vasta rami­fi­ca­zione di mec­ca­ni­smi ver­ti­cali di gestione del potere e di for­ma­zione di classi diri­genti basati sulla fide­liz­za­zione clientelare.
Più che un par­tito, una fede­ra­zione di cacic­chi locali, ognuno inte­res­sato a costruirsi un elet­to­rato di rife­ri­mento per poi, da posi­zione di forza, meglio mer­can­teg­giare col potere centrale.
La neces­sità di rispon­dere alle domande sorte dal basso e di cemen­tarle in un «blocco sto­rico» a cui dare rispo­ste in ter­mini di ammi­ni­stra­zione e dun­que di con­senso, pra­tica vir­tuosa per­se­guita dalle sini­stre in epoca repub­bli­cana ed ancor prima, è stata così ribal­tata nella flui­dità di una pra­tica ammi­ni­stra­tiva porosa e fran­tu­mata, attra­verso la quale hanno potuto scor­raz­zare indi­stur­bate forze sociali retrive e paras­si­ta­rie, che risa­lendo per li rami hanno dato la sca­lata al potere cen­trale, con­di­zio­nan­dolo ben oltre l’abituale in una demo­cra­zia che si vuole rappresentativa.
Comin­ciare a ribal­tare que­sta pra­tica potrebbe costruire un ottimo punto di avvio per la costru­zione di un fronte poli­tico alter­na­tivo. Del resto buona parte dell’epopea del movi­mento delle classi subal­terne del Paese è comin­ciata pro­prio da qui.

Fonte: ilmanifesto

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