La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 13 ottobre 2015

Sviluppo o progresso, l’occidente può ancora scegliere?

di Maria Teresa Busca e Giuseppe Gristina
“Gli uomini ritroveranno il genio epico quando sapranno credere che nulla è al riparo dalla sorte, quindi non ammirare mai la forza, non odiare i nemici, non disprezzare gli sventurati. È dubbio che ciò sia prossimo ad accadere. ” Simone Weil – 1940
Le responsabilità che l’intera Europa ha avuto nel determinarsi del fenomeno dei migranti sono di tutta evidenza e consistono nelle scelte di politica estera colonialista che, negli ultimi due secoli, gli stati europei hanno sistematicamente praticato nei confronti dei territori da dove i migranti oggi muovono.
Quella che, purtroppo, è diventata la questione dei migranti suscita due urgenti quesiti:
i governi e gli stati europei possono risolvere davvero il problema alla sua radice con azioni serie, adeguate e lungimiranti? Se così è, da dove si dovrebbe partire per un’analisi che si riveli utile per pianificare una serie di interventi realmente efficaci e risolutori?
In realtà, ribaltare due secoli di politica estera fondata sullo sfruttamento è operazione non di poco conto che richiederebbe ai governi e ai popoli occidentali di rivedere dalle fondamenta l’intero insieme dei canoni e dei riferimenti culturali che hanno sorretto fino a oggi la storia, l’economia, i modi di vita della nostra civiltà.
Una simile revisione dovrebbe partire dall’ammissione degli errori compiuti e dal loro esame, per giungere a una diversa concezione dei processi di sviluppo, dei rapporti di produzione e del valore da annettere alle merci.
Questo percorso sarebbe però possibile solo facendo prima di tutto chiarezza sul significato da attribuire ai termini sviluppo e progresso.
È infatti importante comprendere, prima di tutto, che non sono sinonimi; possono forse indicare i due volti di uno stesso fenomeno e solo in determinate situazioni storiche riescono a integrarsi fra loro, ma oggi, per noi occidentali, assumono opposti significati.
Infatti, mentre lo sviluppo di una nazione o di un continente si misura sulla sua ricchezza e sui modi per generarla, il concetto di progresso implica i contenuti culturali che, strutturatisi su quel modello di sviluppo, si sono andati poi autonomamente evolvendo sia nel senso di una condivisione del modello stesso, sia nel senso di una sua critica, e che si riferiscono anche ai modi con cui gli esseri umani si relazionano tra loro.
Progresso, infatti, è una nozione a un tempo teorica, sociale e politica,che, attraverso precise categorie di giudizio, dovrebbe permettere di distinguere ciò che è bene da ciò che è male e, quindi, permettere l’assunzione responsabile di decisioni su ciò che è giusto o sbagliato fare ora e in futuro.
Il progresso prevede una dimensione morale, non necessariamente insita nel concetto di sviluppo.
Se è innegabile che nel corso della sua breve storia, il capitalismo moderno si sia sempre battuto per la libertà dell’individuo – ed è stato un bene – quasi mai l’ha fatto per l’affermazione dell’essere umano come persona, con una propria incomprimibile dignità.
Questo perché nel concetto di sviluppo è insita una concezione di uomo che, in ultima analisi, può essere ridotto a merce, mentre, al contrario, solo un uomo “dignitoso”, “progredito”, è ben radicato nella sua storia e nella sua cultura ed è difficilmente riducibile a mero consumatore e quindi egli stesso a merce.
Ora, questa scelta – riconciliare sviluppo e progresso rideclinando i principi propri del primo, come la libertà, sulla scala valoriale del secondo, la libertà nel rispetto della dignità – potrebbe sembrare un’idealistica pretesa, e comporta perciò una domanda: perché l’occidente ricco, che sta largamente vincendo la sua guerra globale sia politicamente (la sconfitta del secondo mondo che si definiva socialista) che economicamente (il modello cinese è in buona sostanza un originale modello di capitalismo statalista), dovrebbe fare i conti con la sua storia, che è la storia di un vincitore?
Per rispondere e dimostrare che la scelta in questione sarebbe tutt’altro che fuori luogo, ci sono almeno tre argomenti oggi assai rilevanti che dovrebbero indurre a riconsiderare la differenza tra i due concetti di sviluppo e progresso, e a proporre un cambiamento di modello sociale in occidente riferito al significato più complesso del secondo termine.
Il primo argomento riguarda l’ambiente. La scienza ha dimostrato che questo modello basato sullo sviluppo sta operando già oggi una planetaria, sistematica distruzione dell’ambiente e dell’ecologia. Non è più questione di domani o dopodomani, sta già accadendo.
Il secondo argomento riguarda il numero costantemente crescente di poveri nel mondo fino al superamento della soglia critica. Che la logica dello sviluppo preveda l’inevitabile arricchimento di pochi alle spalle di molti, è ammesso dagli economisti di qualsiasi tendenza – sono proprio loro a dire che il 20% del mondo può mangiare perché il restante 80% gli permette di farlo digiunando – ma questi molti sono ormai troppi, e chiedono conto e ragione della loro condizione.
Il terzo argomento riguarda l’effetto combinato del secondo argomento con uno dei prodotti più attuali dello sviluppo: la globalizzazione dei mercati e delle merci che come conseguenza ha portato anche la globalizzazione delle masse dei poveri. Con un’aggravante: oggi, dopo il fallimento del socialismo, essi non hanno più cognizione di una lotta di alto profilo ideale per un mondo nuovo, libero e riscattato da ogni schiavitù, ma sembrano in balia di una furia cieca che li spinge o a pretendere brutalmente il libero accesso alla stessa ricchezza che oggi non hanno e che l’occidente invece ha, oppure, cosa peggiore, a prefigurare una società futura basata su un modello religioso integralista che a quella brutalità corrisponde efficacemente.L’IS ne è un chiaro esempio. Senza dimenticare che anche l’IS è, a suo modo, un figlio degenerato e non previsto dello sviluppo.
Nessuno potrebbe, prima facie, trovare in tutto ciò una convenienza, e i tre argomenti esposti dimostrano come sia necessario focalizzare di nuovo l’analisi sul tema del dualismo sviluppo – progresso, e come sia opportuno propendere per un modello di società che metta al centro i temi e i valori di quest’ultimo con gesti concreti.
Papa Bergoglio, palesando una lungimiranza politica che i governanti europei non hanno mostrato di conoscere, sembra aver compreso molto bene che questa oggettiva esigenza di rinnovamento costituisce il cuore del problema e, certamente, non gli sfugge che anche la cristianità, parte integrante dell’occidente, deve rinnovarsi se vuole sopravvivere.
Così, non per un caso, egli ha fatto, dei migranti e della misericordia, dell’ambiente e della critica alla civiltà del consumo, delle merci e della ricchezza, i punti maggiormente qualificanti e fondanti del suo pontificato (si veda il discorso tenuto al Congresso degli Stati Uniti).
Emmanuel Mounier in un suo scritto del 1946 affermò: “ … Il cristianesimo non è minacciato dalle eresie … è minacciato da una sorta di apostasia silenziosa fatta della sua propria indifferenza verso ciò che lo circonda e dalla sua distrazione. Questi due segni non ingannano: la morte si avvicina. Non la morte del cristianesimo, ma la morte del cristianesimo occidentale, feudale e borghese. Una nuova cristianità rinascerà domani, o dopodomani, da nuovi contesti sociali o dai recenti trapianti di popolazioni extraeuropee. Piuttosto, è importante che noi non soffochiamo questo nuovo cristianesimo con il cadavere dell’altro.”
Il genio epico degli uomini è morto anch’esso per indifferenza e distrazione e, come sostiene Simone Weil, è assai dubbio che gli uomini lo possano ritrovare, a meno che, come invece sostiene Mounier, altre e nuove generazioni di uomini non sappiano ridargli vita e significato.
Al contrario dei grandi statisti del mondo, Bergoglio ha avuto il coraggio di stravolgere qui e ora la concezione del potere che la Chiesa Cattolica Romana ha fatto sua nei secoli, mostrando di aver compreso l’importanza di non soffocare ciò che sta nascendo con ciò che è destinato a morire.
Oggi, l’occidente tutto sembra essere a un bivio: deve decidere se vuole continuare ad avere come pilastro il suo particolare interesse economico, con il suo principale riferimento culturale nel valore della merce, o vuole invece giungere a una soluzione ragionata e morale dei problemi di nuova e inusitata tragicità che si vanno delineando nell’era della globalizzazione, tenendo conto che la scelta delle soluzioni adottate oggi condizionerà inevitabilmente domani il benessere di tutti.
Certamente optare per il progresso implica un diverso modo di distribuire la ricchezza, di pensare a noi stessi nel mondo, di porci anche in relazione all’ambiente in cui viviamo; ma è proprio questa la sfida che la storia, tramite i migranti, sembra lanciare oggi al mondo occidentale.
Questa sfida va raccolta nei tempi adeguati, senza la pretesa di una veloce e brillante soluzione.
Se aveva ragione Freud ne L’avvenire di un’illusione, l’uomo non possedendo verità assolute e certezze indiscutibili deve accontentarsi della ragione che non è né onnisciente né onnipotente.Ma proprio questa permetterà all’uomo di costruire un fallibile e limitato sapere che però non è illusorio. A questo si arriva attraverso vari stadi di crescita cui bisogna dare una direzione, anche avventurandosi attraverso le ostilità della vita, personale e dei popoli.
Freud chiamava questo faticoso passaggio “educazione alla realtà”. L’Occidente deve fare questo passaggio, questo progresso, e togliersi ogni illusione di onnipotenza conquistata con lo sviluppo che tante prepotenze gli ha permesso di compiere perché le voci sommesse delle tante, troppe persone che stanno vivendo in una situazione tragica non taceranno finché non troveranno ascolto.

Fonte: Caratteri Liberi

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