La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 15 ottobre 2015

Contrordine Podemos: «Non siamo in grado di vincere»

di Luca Tancredi Barone
La sini­stra spa­gnola comin­cia a dar per scon­tata la scon­fitta alle ele­zioni di dicem­bre. Ovvia­mente nes­suno lo dice in que­sti ter­mini, ma è evi­dente che dopo che Pode­mos ha sbat­tuto la porta in fac­cia a Izquierda Unida la set­ti­mana scorsa e ha deciso di cor­rere da sola senza allearsi con il prin­ci­pale par­tito sto­ri­ca­mente alla sini­stra dei socia­li­sti, e dopo la sonora bato­sta alle ele­zioni cata­lane, un bagno di rea­li­smo doveva arrivare.
E pun­tuale mar­tedì Caro­lina Bescansa (nella foto), cofon­da­trice e segre­ta­ria per il pro­gramma di Pode­mos, ha dichia­rato che oggi non sono «nelle con­di­zioni di vin­cere». Son­dag­gio dopo son­dag­gio Pode­mos viene data in caduta libera. Un anno fa sem­brava dovesse essere primo o secondo par­tito, men­tre oggi è inchio­data intorno al 15%, dopo Popo­lari (sotto il 30%), socia­li­sti e Ciu­ta­da­nos, la destra con la fac­cia pulita e tele­ge­nica, in con­ti­nua crescita.
Com­plice la volontà di annac­quare il mes­sag­gio dirom­pente con cui erano entrati a gomi­tate nel pano­rama poli­tico spa­gnolo ai tempi delle euro­pee, il tono spesso sprez­zante dei suoi lea­der più visi­bili (soprat­tutto Pablo Igle­sias), l’ascesa di Albert Rivera, lea­der di Ciu­ta­da­nos, e forse, in pic­cola parte, l’incapacità di tro­vare un accordo con Izquierda Unida (il suo can­di­dato, Alberto Gar­zón, si è rifiu­tato di entrare nelle liste di Pode­mos a titolo indi­vi­duale nono­stante il cor­teg­gia­mento), hanno fatto per­dere mor­dente a Pode­mos. In maniera così pre­oc­cu­pante che, seb­bene tutti i son­daggi dicano che il duetto pre­fe­rito da un terzo degli spa­gnoli per il pros­simo governo spa­gnolo sarebbe un bico­lore Psoe-Podemos, molto più che qual­siasi altra com­bi­na­zione pos­si­bile, Pode­mos non si vede affatto alle porte della Mon­cloa, la resi­denza del pre­si­dente del governo. Bescansa sostiene che l’accordo con il Psoe si farà solo se pren­de­ranno più voti di loro, ipo­tesi al momento alquanto remota. La stra­te­gia dispe­rata di Pode­mos è di con­vin­cere i socia­li­sti scon­tenti che la vera alter­na­tiva sono loro. Le uni­che altre opzioni pos­si­bili di governo sono un accordo Pp-Ciutadanos (come nella comu­nità di Madrid) o Psoe-Ciutadanos (come in Andalusia).
La tran­vata cata­lana, che Pode­mos non si aspet­tava e che ha inter­pre­tato attri­buen­dola al fatto che gli elet­tori non fos­sero riu­sciti a tro­vare il loro sim­bolo (anda­vano in coa­li­zione con altri par­titi sto­rici della sini­stra cata­lana, fra cui Izquierda Unida), ha pro­vo­cato le dimis­sioni della segre­ta­ria gene­rale cata­lana Gemma Uba­sart, che verrà sosti­tuita solo dopo le ele­zioni. È stato invece pro­prio l’eccesso di pro­ta­go­ni­smo dei lea­der nazio­nali di Pode­mos e la scarsa com­pren­sione della spi­nosa poli­tica cata­lana ad aver osta­co­lato il suc­cesso di Cata­lu­nya Sí Que Es Pot.
Nel frat­tempo pro­prio ieri Alberto Gar­zón ha pre­sen­tato la sua can­di­da­tura per la piat­ta­forma Ahora en común, lo spa­zio esterno sia a Pode­mos che IU dove fino all’ultimo IU ha lot­tato per por­tare anche Pode­mos. L’idea, che Gar­zón e IU man­ten­gono, è di uno spa­zio comune per la sini­stra in cui si pos­sano pre­sen­tare can­di­da­ture diverse ma che con­di­vi­dano alcuni punti pro­gram­ma­tici chiave, sul modello delle liste vin­ci­trici in molti comuni spa­gnoli a mag­gio, come Bar­cel­lona o Madrid. Data la situa­zione, Gar­zón ha ben chiaro che l’orizzonte è molto più lon­tano del 20 dicem­bre e che non farà la guerra a Pode­mos. Fra le dieci pro­po­ste, il lavoro garan­tito (di cui Gar­zón ha par­lato a que­sto gior­nale qual­che set­ti­mana fa), un inve­sti­mento in ricerca e svi­luppo per fre­nare la dein­du­stria­liz­za­zione, uno stato fede­rale, l’ecologia, il fem­mi­ni­smo e la lotta alla cor­ru­zione e all’evasione fiscale, con una riforma fiscale pro­gres­siva che ponga fine ai para­disi fiscali, inse­rendo in costi­tu­zione la proi­bi­zione delle pri­va­tiz­za­zioni dell’acqua e dell’energia. «I par­titi sono diven­tati imprese che ven­dono pro­dotti», ha detto. «Dob­biamo recu­pe­rare l’elemento cul­tu­rale della poli­tica». E ha con­cluso: «È impos­si­bile soste­nere il capi­ta­li­smo sul nostro pia­neta per molto altro tempo».

Fonte: il manifesto 

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