La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 28 ottobre 2015

Le confessioni di un (imbonitore) impolitico

di Andrea Colombo
La mamma glielo diceva sem­pre: «Sei il più bello della spiag­gia». Le ragazze con­cor­da­vano e asse­dia­vano l’adone: «Più che un gran sedut­tore sono stato un grande sedotto». Quando in gio­ventù ebbe a dis­sen­tire dalle scelte musi­cali del suo lea­der, Felice Con­fa­lo­nieri, pia­ni­sta, Sil­vio il con­trab­bas­si­sta si caricò sulla schiena l’ingombrante stru­mento e tra­slocò in altro club: «Natu­ral­mente dopo poche set­ti­mane il locale dove suo­navo io era pieno e quello di Fedele vuoto». Inu­tile con­ti­nuare: di spa­rate simili nel libro di Alan Fried­man su Sil­vio Ber­lu­sconi My Way, (Riz­zoli, pp. 400, euro 20.00) ce n’è un flo­ri­le­gio.
Facile che qual­che non ita­lico let­tore sgrani gli occhi di fronte a una caso tanto estremo di ego smi­su­rato: «Pos­si­bile che un tipo simile abbia con­di­zio­nato l’Italia in tutto e per tutto lungo due decenni e passa?».
Ma per noi ita­liani, invece, non c’è stu­pore alcuno. Sil­vio nella parte di se stesso ce lo siamo sor­biti appunto per vent’anni e passa. Su quella gio­stra abbiamo fatto infi­niti giri. Il libro di Fried­man è un’intervista, oltre­tutto fatta da un gior­na­li­sta che al con­fronto Bruno Vespa è un mastino: chi di inter­vi­ste col magni­fico ne ha cono­sciute a pac­chi non può pre­ten­dere di tro­varci qual­che novità.
Ber­lu­sconi è sem­pre Ber­lu­sconi. Un’idea geniale dopo l’altra, e per for­tuna che c’era lui a tra­durle in pra­tica sennò sai dove si andava a finire. La sini­stra non ha mai smesso di sognare i cavalli cosac­chi a piazza san Pie­tro: senza di lui sta­reb­bero lì ad abbe­ve­rarsi. I togati, in cospi­cua parte, altro non erano che guar­die rosse del bol­sce­vi­smo tri­co­lore. Le decine di pro­cessi che lo hanno visto impu­tato gareg­giano in bugiar­de­ria. Chie­dere al pro­ces­sa­tis­simo di ammet­tere una respon­sa­bi­lità, fosse pure pic­co­lina, è come pre­ten­dere che con­fessi di aver sba­gliato anche una sola cosa nella vita. Mis­sione impossibile.
Per due terzi, il libro di Alan Fried­man è un cata­logo degli show con i quali Sil­vio Ber­lu­sconi ci ha intrat­te­nuti dal 1994 in poi. Ne abbiamo riso spesso, ma pun­tual­mente quei sor­risi sprez­zanti ci si sono con­ge­lati sulle lab­bra sco­prendo che le buf­fo­nate del grande imbo­ni­tore, le sue eterne bar­zel­lette, le tro­vate pac­chiane, l’impunita agio­gra­fia di se stesso, sedu­ce­vano e con­qui­sta­vano milioni di votanti. Adesso che Sil­vio Ber­lu­sconi non è più lo spau­rac­chio di un tempo, sarebbe ora di ini­ziare a con­si­de­rare l’uomo, l’imprenditore e il poli­tico nella loro realtà, lasciando ai tanti Tra­va­glio del Paese il pia­cere dub­bio dell’anatema. My Way non è la bio­gra­fia reale che l’uomo di Arcore ancora attende. Però può essere un’occasione per ini­ziare a misu­rarsi seria­mente con il per­corso di un uomo che è stato dav­vero, da prima ancora di scen­dere in poli­tica, «l’autobiografia della nazione».
Sil­vio Ber­lu­sconi è stato un grande impren­di­tore: né le sue ridi­cole esa­ge­ra­zioni né le evi­denti omis­sioni sulle coper­ture finan­zia­rie che gli hanno faci­li­tato il decollo bastano a negare una realtà palese. Negli scarni com­menti alla con­cione dell’intervistato, Fried­man segnala quanto per l’uomo sia impor­tante pia­cere, quanto grande la sua arte di sedut­tore e ven­di­tore. Sacro­santo, ma non basta a risol­vere il segreto del suo suc­cesso, dovuto pro­ba­bil­mente tanto ai suoi difetti quanto alle sue doti. Ber­lu­sconi è sem­pre stato un tipo capace di sognare in gran­dis­simo e dotato di un senso di sé tanto ampio da cre­dere nella pos­si­bi­lità di rea­liz­zare que­gli obiet­tivi. Ma è anche sem­pre stato un clas­sico ita­liano medio, uno che doveva solo guar­darsi allo spec­chio e scan­da­gliare il pro­prio animo per capire a cosa ambi­vano i con­cit­ta­dini e quali ban­chi del mer­cato erano ancora privi dell’offerta richie­sta. Da Milano 2 a Forza Ita­lia, pas­sando per l’impresa Media­set, Ber­lu­sconi vende al Paese quel che lui stesso com­pre­rebbe, ma, una volta indi­vi­duato l’obiettivo, è instan­ca­bile nel per­se­guirlo. Dif­fi­cile imma­gi­nare una simile miscela di medio­crità ed ecce­zio­na­lità, in que­sto caso non con­flit­tuali ma in stato di per­fetto equi­li­brio e pro­fi­cua siner­gia. E tut­ta­via la lunga cele­bra­zione di se stesso che il mat­ta­tore con­se­gna al gior­na­li­sta yan­kee rivela anche per­ché il grande impren­di­tore non poteva essere altro che un pes­simo politico.
La sua intui­zione, senza dub­bio tem­pe­stiva, è stata capire che la poli­tica è anche una merce, e come una merce può essere pub­bli­ciz­zata e ven­duta. Ma oltre que­sto l’ex con­trab­bas­si­sta non è mai riu­scito ad andare. Non ha mai nep­pure subo­do­rato che ridurre la poli­tica a pura merce equi­vale a farne una merce sca­dente. Sil­vio Ber­lu­sconi ha piaz­zato il suo pro­dotto meglio di chiun­que altro nella sto­ria repub­bli­cana. Dato per poli­ti­ca­mente morto è risorto più e più volte. Ha sov­ver­tito pro­no­stici e rove­sciato pre­vi­sioni che sem­bra­vano cer­tezza. Ma con quelle vit­to­rie, pro­prio per­ché al fondo è sem­pre rima­sto un cam­pione dell’impoliticità, ha poi com­bi­nato pochis­simo. Anche nel male, sia chiaro: in un paio d’anni Mat­teo Renzi ha fatto più danno del men­tore in due decenni. Cul­tu­ral­mente, il ber­lu­sco­ni­smo ha com­por­tato una deva­sta­zione supe­riore a quella pro­vo­cata dallo stesso fasci­smo, pro­prio per­ché ha impo­sto e dif­fuso un’idea della poli­tica tra­sfor­mata in pac­chetto da ven­dere senza pre­oc­cu­parsi affatto del con­te­nuto. Nell’agire con­creto, però, il suo prin­ci­pale limite è stato invece un’inerzia pres­so­ché totale, dia­me­tral­mente oppo­sta all’immagine iper­di­na­mica che il lea­der spac­ciava di se stesso. Della poli­tica, Ber­lu­sconi ha sem­pre saputo vedere solo il tea­trino e in fondo la sem­pre subìta senza mai amarla.
L’eccezione, a cui è dedi­cata la seconda parte del libro, è la poli­tica estera. Quella sì che all’allora Cava­liere andava a genio. Certo la inten­deva a modo suo: come un dia­logo tra sovrani come Ghed­dafi, o Putin, o lo stesso George Bush. Tutti ami­coni con i quali re Sil­vio poteva sfo­de­rare la sua per­so­nale visione della diplo­ma­zia, fatta di inviti in villa, bar­zel­lette e rap­porti per­so­nali. E tut­ta­via anche i più sfe­ga­tati dovreb­bero rico­no­scere che su quel fronte l’impolitico di Arcore aveva ragione più spesso che non i suoi rivali: dalla scia­gu­rata impresa di Libia al ser­vi­li­smo nei con­fronti dei severi tutori del rigore euro­peo. E per­sino sulla folle impresa ira­chena, sem­bra indi­scu­ti­bile che, pur nella piena fedeltà al miliar­da­rio texano che allog­giava alla Casa bianca, Ber­lu­sconi si sia pro­di­gato invano per evi­tare la più disa­strosa tra le guerre recenti.
L’ultima parte del libro abban­dona bru­sca­mente l’intervista per mutarsi in inchie­sta sulla caduta del poten­tis­simo, dovuta a una mano­vra ordita in parte al Qui­ri­nale, in parte a Bru­xel­les, in parte a Parigi e Ber­lino. Se ne è discusso in abbon­danza mesi fa, dun­que se ne par­lerà poco ora che il volume è dav­vero nelle libre­rie. Quella vicenda rap­pre­senta quasi un libro nel libro, Fried­man smette di fin­gersi un regi­stra­tore e fa il gior­na­li­sta. La con­clu­sione è inop­pu­gna­bile: la caduta di Ber­lu­sconi è stata un modello di moderno colpo di Stato, di quelli in cui la finanza sosti­tui­sce i carri armati. Ha abbat­tuto, chissà se per sem­pre, «il Cava­liere nero». Lo ha sosti­tuito con qual­cosa di anche peg­giore, tra gli applausi ebbri di chi scam­biava il pati­bolo per un podio.

Fonte: il manifesto 

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