La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 13 ottobre 2015

Non ci si può salvare da soli. O tutti o nessuno, nessuno o tutti

di Murat Cinar
10 Ottobre 2015 nella capitale della Repubblica di Turchia alle ore 10:04 due persone si sono fatte saltare in aria dentro un assembramento di gente che stava davanti alla Stazione Centrale di Ankara per dare inizio ad una marcia per la pace.
Infatti lo slogan della “Marcia per il Lavoro, per la Pace e per la Democrazia” era “Alla faccia della guerra, pace ora e subito”, indetta prima di tutti dal Blocco per la Pace, dai sindacati confederali DISK e KESK, da organizzazioni nazionali di categoria per i medici TBB e degli ingegneri e degli architetti TMMOB insieme ad altri partiti politici parlamentari ed extraparlamentari e da diversi movimenti sociali.
Migliaia di persone provenienti da diverse città della Turchia si stavano unendo davanti alla Stazione Centrale di Ankara ed intorni. Alle 10:04 di mattina, nell’arco di pochissimi secondi, in mezza alla gente, due persone si sono fatte saltare in aria ed hanno causato la morte di 128 persone e più di 500 feriti, con alcuni tuttora in condizioni gravi.
Subito dopo la strage il copresidente del Partito Democratico dei Popoli (HDP), Selahattin Demirtas ha attirato l’attenzione sul vuoto della sicurezza e su quanto possa essere difficile organizzare un attentato del genere senza sostegno e collaborazione dei servizi segreti nella capitale di un paese. Quindi il dito di Demirtas puntava contro le istituzioni, la polizia ed il governo. In quei momenti il Ministro degli Interni, Selami Altinok, insieme al Ministero della Salute, Mehmet Müezzinoğlu svolgeva una conferenza stampa sulla strage appena avvenuta. Alla domanda di una giornalista sulle critiche contro le misure di sicurezza non prese chiedendo se aveva pensato di dimettersi, il Ministro Altinok ha reagito con un sorriso mentre il suo collega respingeva ogni tipo di accusa in merito.
Non è passato molto perché tenesse una conferenza stampa anche il Primo Ministro Ahmet Davutoglu. Tra le righe delle parole del Primo Ministro si leggeva un rimprovero nei confronti del leader del partito all’opposizione, Kemal Kilicdaroglu, del Partito Repubblicano del Popolo (CHP). Davutoglu lo accusava di non aver collaborato abbastanza per la creazione di un governo di coalizione e causando un’instabilità politica nel Paese e negando il necessario sostegno alla lotta contro il terrorismo. Le parole di Davutoglu hanno colpito anche Demirtas. Secondo il Primo Ministro il copresidente dell’HDP usava un linguaggio provocatorio, voleva portare la gente scendere in piazza, creare momenti di caos e faceva tutto questo appoggiandosi sul Partito dei Lavoratori del Kurdistan(PKK) definito ufficialmente come un’organizzazione terroristica da parte della Repubblica di Turchia. Il Primo Ministro a proposito la mancata attenzione delle forze di sicurezza specificava che il governo aveva sempre lavorato duramente per trovare i colpevoli di tutte le stragi come quella di Suruç avvenuta il 22 Luglio 2015. Tuttavia secondo Davutoglu anche l’attentatore che si è fatto esplodere a Suruç, Abdurrahman Acikgoz, dopo la strage è stato arrestato, pur essendo morto(!).
Le reazioni contro la strage di Ankara sono arrivate anche dal CHP e dal Partito del Movimento Nazionalista(MHP). Mentre Kemal Kilicdaroglu esprimeva il suo dispiacere per quello che avvenuto e condannava l’atto terroristico, metteva a disposizione il suo partito a qualsiasi collaborazione che mirasse a fermare tutti i tipi di azioni terroristiche. Successivamente, il giorno dopo, l’11 Ottobre nell’incontro avvenuto tra Kilicdaroglu e Davutoglu il leader del CHP inviterà a deporre le dimissioni dei ministri degli Interni e della Giustizia. Una reazione dura e critica arrivava anche da Devlet Bahceli, presidente generale del MHP; “La Turchia sta pagando il conto delle politiche amichevoli dell’AKP nei confronti del terrorismo e delle politiche internazionali sbagliate. Il fatto che nella capitale girino liberamente due persone cariche di esplosive è un enorme errore di sicurezza e di intelligence”.
In quei momenti arrivavano anche le dichiarazioni del Presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan, oltre condannare la strage ed ogni tipo di azione terroristica comunicava la sua fiducia nei confronti dei lavori che svolgevano le istituzioni per chiarire tutto in merito a quello che avvenuto.
Il giorno dopo secondo le dichiarazioni rilasciate all’agenzia di notizie Reuters da parte di alcuni alti esponenti del governo, le forze di sicurezza avrebbero già identificato collegamenti tra la strage di Suruç e quella di Ankara e le prove sostengono fortemente che la carnefice sia l’opera dell’organizzazione terroristica ISIS.
Mentre ancora un’altra volta veniva chiamata in scena l’organizzazione più temuta del Medio Oriente ultimamente, in diverse città della Turchia la gente scendeva in piazze per esprimere il suo dispiacere, gridare la sua rabbia ed accusare il governo di essere complice della strage. Gli slogan, gli striscioni, i volantini, le locandine e le parole d’ordine mettevano in croce particolarmente il Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) ed il Presidente della Repubblica; “Erdogan dimissioni”, “Erdogan, ladro e assassino”, “AKP assassino”, “Le bande hanno massacrato con l’ordine di Erdogan”, “Sappiamo tutti che è l’assassino”, “Assassino ISIS, collaboratore AKP”. Migliaia di persone hanno riempito la strada più centrale di Istanbul, la casa della rivolta di Gezi ossia Istiklal Caddesi. Altre migliaia di persone erano in Piazza Sihhiye ad Ankara. Anche nelle città di Izmir, Kocaeli, Manisa, Adana, Aydin, Van, Hakkari, Mersin, Antalya, Antep, Erzurum, Mardin, Urfa, Eskisehir, Samsun e Diyarbakir sono state organizzate diverse manifestazioni di protesta. In alcuni casi sono stati registrati dei momenti di scontri con la polizia, infatti a Diyarbakir il cittadino Ahmet Taruk ha avuto infarto grazie ai lacrimogeni sparati dalle forze dell’ordine ed ha perso la sua vita.
Mentre le reazioni popolari crescono, si parla sempre di più dell’eventuale relazione tra l’AKP e l’ISIS. In merito a questo lungo dibattito pieno di episodi e prove avevo scritto un articolo per BabelMed, il sito delle culture del Mediterraneo, circa un anno fa. Tuttavia vorrei riportare qui una parte della dichiarazione di Selahattin Demirtas, il copresidente dell’HDP; “E’ il governo ad essere responsabile di ogni tipo di misura di sicurezza. Oggi siamo di fronte una strage compiuta da parte dello Stato contro il nostro popolo. Nessuno si è dimesso tuttora quindi sono contenti tutti. Se fossi stato io il Primo Ministro mi sarei dimesso”. Le parole dure di Demirtas ricordano la breve dichiarazione di Recep Tayyip Erdogan, rilasciata il 12 Febbraio del 2015 durante una conferenza stampa congiunta con il Presidente della Repubblica di Messico, Enrique Pena Nieto nella città del Messico. Erdogan aveva parlato dell’uccisione di tre cittadini statunitensi di fede musulmana qualche giorno prima a Carolaina. Le parole di Erdogan erano così: “Sono state uccise tre persone che non sono terroristi. Sono tre fratelli uccisi a casa loro. Tuttavia il responsabile di quel paese ossia il Presidente non ha rilasciato nessuna dichiarazione ancora. Io mi chiedo dove si trovi adesso l’onorevole Obama. Noi politici siamo responsabili degli assassini avvenuti presso i nostri paesi”.
Dopo la strage di Suruç, l’uccisione di due poliziotti e l’inizio dei bombardamenti presso le postazioni del PKK nel Nord Iraq, è ripartito il conflitto storico tra la guerriglia del Partito dei Lavoratori del Kurdistan e le forze armate della Repubblica di Turchia. In meno di 3 mesi, secondo il Ministero degli Interni, sono stati uccisi circa 2 mila militanti del PKK. Nel mentre circa 2500 persone sono state prese in detenzione provvisoria e circa 300 di queste sono state arrestate e più di 145 membri delle forze dell’ordine sono morti.
Il Primo Ministro durante la sua conferenza stampa ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale. I sindacati confederali DISK e KESK hanno indetto uno sciopero generale il 12 ed il 13 di Ottobre. Nella città di Istanbul, 11 associazioni legali hanno comunicato che i loro associati avvocati non entreranno in aule per due giorni. Diversi collettivi universitari hanno dichiarato boicottaggio accademico sempre per due giorni in diverse città della Turchia. Alle ore 10:04 sono previste una serie di manifestazioni di protesta il 12 ed il 13 di Ottobre in diversi angoli del Paese.
La voce popolare si fa sentire anche qui in Italia, dove sono in corso alcune manifestazioni di protesta.
Nel mirino delle proteste in Italia ci sarà sempre il governo AKP insieme al Presidente della Repubblica, infatti per ricordargli esattamente le parole che aveva pronunciato in Messico qualche mese fa, che sono i politici responsabili degli assassini che avvengono presso i loro paesi.
Come si leggeva su un muro ad Ankara; “Non ci uccidono le bombe, ci uccide il vostro silenzio” e come si sentiva la gente gridare alcune righe di una poesia di Bertolt Brecht in Piazza Taksim nel 2013 durante la rivolta di Gezi; “Non ci si può salvare da soli. O tutti o nessuno, nessuno o tutti”.

Fonte: Pressenza 

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