La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 27 ottobre 2015

Non sprecare l’occasione dello statuto del lavoro autonomo

di Roberto Ciccarelli 
Lo sta­tuto del lavoro auto­nomo pro­fes­sio­nale annun­ciato dal governo Renzi punta ad ampliare le coper­ture su mater­nità, paga­menti in ritardo, spese per for­ma­zione e le tutele per le malat­tie gravi per chi lavora con la par­tita Iva. La bozza redatta dal giu­sla­vo­ri­sta boc­co­niano Mau­ri­zio Del Conte con­ferma le dichia­ra­zioni rila­sciate in un incon­tro con le asso­cia­zioni dei free­lance l’11 otto­bre e sarà accom­pa­gnato da una riforma del regime fiscale age­vo­lato per gli auto­nomi, un rime­dio al pastic­cio creato dal governo l’anno scorso. Dovrebbe essere sospeso l’aumento dei con­tri­buti Inps al 27,72% e si parla di un’equiparazione dei free­lance e para­su­bor­di­nati della gestione sepa­rata agli altri auto­nomi, com­mer­cianti e arti­giani, con l’aliquota al 24%. In attesa che la discus­sione sulla legge di sta­bi­lità con­fermi gli annunci, si è aperta la discus­sione su uno sta­tuto che pro­mette di essere la prima misura nor­ma­tiva decisa in Ita­lia da molto tempo. I lavo­ra­tori auto­nomi pos­sono con­qui­stare un avam­po­sto utile per chi non è auto­nomo, ma lavora precariamente.
Que­sta potrebbe essere un’occasione per rea­liz­zare la «coa­li­zione» di cui parla Ser­gio Bolo­gna, da tempo impe­gnato in que­sta bat­ta­glia: una tutela con­qui­stata dagli auto­nomi potrebbe essere estesa anche ai lavo­ra­tori indi­pen­denti. Per rea­liz­zare una simile impresa non biso­gna inten­dere lo sta­tuto come una misura solo per una cate­go­ria. Non c’è solo uno sta­tuto, ma più sta­tuti del lavoro auto­nomo. Nella stessa per­sona, oggi, coa­bi­tano più sta­tuti lavo­ra­tivi, spesso tra loro oppo­sti. I free­lance sono l’espressione più ori­gi­nale di que­sto plu­ra­li­smo delle iden­tità che si riflette nelle loro riven­di­ca­zioni di equità e auto­no­mia o nelle pra­ti­che di chi col­tiva l’aspirazione al lavoro con­di­viso e al mutua­li­smo: i makers, i cowor­kers e il sin­da­ca­li­smo delle par­tite iva e dei pre­cari. Ben venga dun­que il rico­no­sci­mento di uno sta­tuto che abban­doni la dif­fi­cile distin­zione tra «vere» e «false» par­tite iva, tra auto­nomi «ordi­ni­sti» e «non ordi­ni­sti». I gra­fici, gli attori o gli archeo­logi vivono nella stessa con­di­zione degli avvo­cati, dei gior­na­li­sti o degli archi­tetti under 45 con red­diti da 545 euro netti al mese, secondo una ricerca dell’associazione XX mag­gio nel 2014.
In que­sta cor­nice biso­gna evi­tare un’altra oppo­si­zione, quella tra chi lavora per se stesso e chi lavora per conto terzi, tra free­lance «puro» e pro­fes­sio­ni­sta mono­com­mit­tente (o quasi) per una casa edi­trice, uno stu­dio pro­fes­sio­nale, una coo­pe­ra­tiva. Nel corso della vita lo stesso indi­vi­duo, per neces­sità o scelta, può tro­varsi nell’uno o nell’altro sta­tuto, oppure può cumu­lare entrambi. Senza con­tare che nel più ampio lavoro indi­pen­dente una per­sona può essere disoc­cu­pata e svol­gere altre atti­vità. Più che trac­ciare con­fini, con­viene valo­riz­zare la poro­sità dei con­fini oltre le clas­si­che distin­zioni tra occu­pa­zione e disoc­cu­pa­zione, pre­ca­rietà e auto­no­mia. In que­sta ottica vanno lette le osser­va­zioni cri­ti­che avan­zate dall’associazione dei free­lance Acta. Allo stato attuale, la bozza sulla quale il governo sta lavo­rando rico­no­sce solo una parte delle riven­di­ca­zioni del movi­mento, quelle sulla tutela in caso di malat­tie gravi e quella sulla maternità/paternità, ma non men­ziona le altre misure essen­ziali come l’equo com­penso con­tro la vio­lenta sva­lu­ta­zione del lavoro indi­pen­dente e l’equa pen­sione per lavo­ra­tori che dif­fi­cil­mente riu­sci­ranno ad averne una digni­tosa. Quest’ultimo pro­blema inte­ressa sia gli iscritti alla gestione sepa­rata dell’Inps, sia i pro­fes­sio­ni­sti iscritti alle casse pre­vi­den­ziali degli ordini, gra­vati da con­tri­buti altis­simi che non garan­ti­scono pre­sta­zioni all’altezza e inci­dono su red­diti dram­ma­ti­ca­mente bassi per la crisi.
Nella bozza di sta­tuto non sono citati i diritti sin­da­cali o gli stru­menti di azione col­let­tiva per poten­ziare la figura del lavoro auto­nomo e la sua pre­senza nella società. Tutti ele­menti valo­riz­zati nei movi­menti dei free­lance nell’ultimo decen­nio. Si riscon­tra anche l’assenza di una tutela per il red­dito minimo o per il sus­si­dio uni­ver­sale di disoc­cu­pa­zione. Se si vuole rico­no­scere gli auto­nomi come lavo­ra­tori, e non come imprese indi­vi­duali, allora biso­gna pen­sare che pos­sono finire disoc­cu­pati o non rag­giun­gere un livello digni­toso di red­dito. Que­ste non sono mate­rie di uno sta­tuto, ma di una riforma uni­ver­sa­li­stica del wel­fare. Una solu­zione pro­spet­tata dalla «coa­li­zione 27 feb­braio» che rac­co­glie una ven­tina di sigle del lavoro auto­nomo e indi­pen­dente in Ita­lia e pro­muo­verà a Roma un’iniziativa sullo sta­tuto il 13 e 14 novem­bre nell’atelier Esc. Misure che il governo Renzi non intende appli­care, pre­fe­rendo un sus­si­dio con­tro la povertà asso­luta assai ristretto. È auspi­ca­bile che la discus­sione sullo sta­tuto coin­volga tutte le asso­cia­zioni e i movi­menti attivi a par­tire dalla pre­sen­ta­zione in un col­le­gato alla legge sta­bi­lità fino alla sua defi­ni­tiva appro­va­zione a metà dell’anno pros­simo. Per il momento riguar­derà 1,2 milioni auto­nomi degli ordini pro­fes­sio­nali, 800 mila che ver­sano i con­tri­buti all’Inps. Se ben arti­co­lato lo sta­tuto potrebbe inte­res­sare i lavo­ra­tori inter­mit­tenti, pre­cari, a ter­mine, pre­sta­tori d’opera occa­sio­nali, il vasto mondo del quinto stato.
I free­lance stanno cam­biando la cul­tura del lavoro in Ita­lia. La loro idea è sem­plice e molto ambi­ziosa: il sin­golo lavo­ra­tore dovrebbe man­te­nere i suoi diritti uni­ver­sali anche quando cam­bia atti­vità pro­fes­sio­nale o posto di lavoro. In un certo senso è il con­tra­rio del Jobs Act che con­di­ziona i diritti ai voleri dell’impresa. Avere spinto il governo Renzi a rico­no­scere la neces­sità di uno sta­tuto è un primo passo. Ora biso­gna tro­vare la strada per affer­mare un nucleo di diritti sociali fon­da­men­tali per la tutela degli indi­pen­denti intrap­po­lati nel lavoro povero o in quello sta­bil­mente precario.

Fonte: il manifesto 
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