
di Giuseppe Acconcia
La Turchia si è fermata. È il tempo del dolore e del ricordo delle 97 vittime (128 secondo il partito filo-kurdo Hdp) della doppia esplosione di Ankara dello scorso sabato. Tra i morti, Tevriz Dora e Helin Sen, di 5 e 9 anni; decine sono gli affiliati della sinistra filo-kurda uccisi dalle esplosioni, tra loro la candidata Hdp nel collegio di Istanbul, Kubra Mullaoglu. Il suo funerale è stato il più partecipato, nella piccola moschea Bayraktar, tra le stradine strette del quartiere Egitim, sulla sponda asiatica di Istanbul. Vi ha preso parte anche il leader carismatico di Hdp. «Il premier ha mentito. Degli attentati di Suruç e Diyarbakir non sono mai stati trovati i veri colpevoli», ha accusato. Tra le vittime si conta anche Meryem Bulut, impegnata nelle proteste per ritrovare i desaparesidos degli anni Novanta.
Scioperi, boicottaggi, marce e manifestazioni si sono svolte in parallelo ai funerali delle vittime. Le principali sigle sindacali del paese dalla Confederazione progressista (Disk) al Sindacato del pubblico impiego (Kesk) fino agli ordini dei medici (Ttb), di ingegneri e architetti (Tmmob), hanno chiamato i loro iscritti a due giorni di sciopero generale dopo il massacro che ha colpito la manifestazione per la Pace, democrazia e lavoro, finita nel sangue. «Siamo in lutto, in protesta, in sciopero», si leggeva sugli striscioni di alcuni manifestanti che hanno marciato fino al palazzo del Comune di Istanbul in piazza Maltepe. Una piccola cerimonia in ricordo delle vittime si è svolta fuori all’Università medica di Istanbul nel quartiere Fatih.
Alcuni avvocati hanno cantato slogan contro il governo in una manifestazione davanti alla Corte nel quartiere di Kagithane. Un numero senza precedenti di studenti non sono entrati in classe, inclusa l’Accademia di di Belle Arti, le Università Bogazici, di Marmara e gli istituti tecnici di Istanbul e Ankara. Di fronte alla stazione della capitale, dove sono avvenute le esplosioni, gli iscritti alle confederazioni sindacali tenevano corone di fiori in ricordo delle vittime. «Erdogan assassino» e «Lo stato assassino pagherà», erano alcuni degli slogan che echeggiavano in piazza. Eppure anche ieri un allarme bomba è scattato nella metro della capitale turca dove la tensione è alle stelle. Nella città costiera di Adana, gli scritti ai sindacati e agli ordini professionali, insieme alle organizzazioni della società civile, hanno marciato verso la piazza principale contro gli attentati di Ankara. Anche i leader locali del Partito repubblicano (Chp) e della sinistra filo-kurda (Hdp) hanno preso parte alle manifestazioni di Adana.
Una toccante cerimonia di gruppo per gli undici iscritti al partito kemalista (Chp), morti nell’attentato, si è svolta nella provincia di Malatya, alla presenza del leader del partito Kilicdaroglu. Tutti i partiti politici turchi hanno deciso di sospendere i comizi previsti per la campagna elettorale in vista del voto anticipato del prossimo primo novembre. Anche il Partito dei lavoratori kurdi (Pkk), la scorsa domenica, aveva dichiarato il cessate il fuoco unilaterale fino al giorno del voto.
«Non saremo la nuova Siria», ha assicurato il premier in pectore, Ahmet Davutoglu. Le indagini, secondo quanto ha anticipato, confermerebbero il coinvolgimento negli attacchi di affiliati dello Stato islamico, riparatisi in Turchia dalla Siria. «Stiamo eseguendo test del Dna sui responsabili degli attentati suicidi. Siamo vicini al nome di un sospettato», ha detto Davutoglu. Il premier ha anche risposto alle polemiche sulle connivenze tra Isis e Servizi segreti turchi (Mit) e la negligenza delle forze di sicurezza che non hanno sventato l’attacco. «Le indagini sono in corso», ha chiosato Davutoglu. Il premier ha confermato che il voto del primo novembre si terrà in ogni caso e non verrà posticipato. Il leader di Akp ha criticato poi le accuse di «terrorismo di stato», mosse dagli altri partiti.
In vista delle elezioni, in caso di sconfitta per Erdogan si prepara la strada per un governo di coalizione che questa volta non potrà essere boicottato da Giustizia e Sviluppo (Akp), il partito islamista moderato del presidente che aveva in precedenza fatto saltare il tavolo negoziale con i repubblicani. Tuttavia, lo scopo di Erdogan sarebbe quello di accrescere la sua base elettorale per poter ottenere la maggioranza assoluta in parlamento e procedere con riforme costituzionali presidenzialiste. Gli attacchi del 10 ottobre però ridimensionano le aspettative di Erdogan che ha di sicuro esagerato con la repressione dei movimenti filo-kurdi e della stampa indipendente tanto da creare un clima incandescente e un conflitto sociale senza precedenti.
L’attentato del 9 ottobre scorso aveva molti punti in comune con le bombe di Diyarbakir che hanno ucciso 5 persone lo scorso giugno e l’esplosione al centro culturale Amara di Suruç, costato la vita a 33 giovani che portavano aiuti a Kobane, del luglio scorso. Ad Ankara sarebbe entrato in azione il fratello di uno degli attentatori di Suruç. Gli occhi sono puntati sulla cellula da cui proviene, provincia orientale di Adiyaman. Ma a rafforzare i sospetti c’è anche il tipo di esplosivo utilizzato, simile a quello di Suruç. Le autorità turche per mesi hanno appoggiato Isis in funzione anti-Assad permettendo rifornimenti di armi e di uomini al confine con la Siria, mentre Kobane è ancora in assedio permanente nonostante la grave crisi umanitaria.
Fonte: il manifesto
Approfondimento: Sciopero generale e proteste, i kurdi insorgono contro Ankara
di Alberto Di Monte
La vita di Amed (in turco Diyarbakir) è frenetica: domenica si è svolto il corteo della società civile kurda, convocato in risposta agli attentati e al coprifuoco che insanguina la zona di Sur. I partecipanti sono stati aggrediti una prima volta nei pressi della stazione ferroviaria, la seconda a ridosso del filtro di polizia che chiudeva l’ingresso oltre le mura della città vecchia.
La voce si è sparsa subito e nuovi assembramenti si sono formati all’imbrunire con barricate improvvisate. Un palo della luce di traverso ad una via a scorrimento rapido bloccava il passaggio, mentre l’immondizia prendeva fuoco a grumi nelle vie più piccole. I protagonisti dei cortei erano i più giovani.
Dopo le sei del pomeriggio lo scenario del mattino si è ripetuto: non appena la marcia si è avvicinata alla «Porta delle montagne» (nome popolare della piazza che guarda all’altopiano che abbraccia la città), ma gas lacrimogeni e spari in aria ci hanno costretto alla fuga.
Ad Hasirli, zona libera nel cuore di Sur, oltre il primo filtro di controllo, gli scontri si sono protratti fino alle tre di notte. I tank delle forze speciali di polizia hanno tentato di forzare le pile di sacchi di sabbia, mentre il lancio di alcune bombe a mano ha dato fuoco a diverse abitazioni. Qui la conta dei feriti non ha numeri ufficiali, a causa dell’impossibilità di avere comunicazioni con il centro urbano; sono almeno quattro i morti, tra cui un bambino di nove anni in piazza Dag Kapi, cui vanno aggiunti gli otto militanti uccisi dai bombardamenti dell’aviazione turca nei pressi del cimitero dei martiri di Lice, a 90 chilometri dalla città.
Fuori dalle mura, i mezzi blindati, i «toma», hanno spostato col rostro quel che restava dell’immondizia fumante per le strade, illuminando col cannone spara acqua sparuti gruppi di lanciapietre in fuga.
Ieri una calma apparente regnava in città. Nella zona universitaria, nonostante diverse scuole siano chiuse per il terzo giorno di lutto nazionale e lo sciopero generale abbia bloccato alcune zone del paese, c’è ancora vita. Un via vai continuo di gente nei caffè, sedute all’aperto a bere çai (tè) con un occhio alle immagini che ancora scorrono in tv.
Nel primo pomeriggio di ieri un suono ha riecheggiato in lontananza, era un assembramento che mescolava fischi, battiti di mani e cori in lingua kurda. Dalla zona commerciale di Ofis, dopo aver fiancheggiato per 500 metri le mura, i manifestanti scorrevano ancora una volta in direzione della «Porta delle montagne».
In coda la polizia indossava le maschere anti-gas come fossero berretti, le armi bene in vista impressionavano i nostri sguardi disabituati ad una tanto manifesta minaccia di violenza. Gli obiettivi erano quelli di sempre: sfidare l’accerchiamento di Sur, denunciare la guerra psicologica e militare del coprifuoco, ribadire che, qualunque sia stata la mano che ha premuto il bottone, la responsabilità della strage di Ankara è dell’Akp e del suo leader Recep Taiyyp Erdogan.
«Assassini Akp, sarete giudicati», gridavano gli abitanti di Amed mentre i balconi fiorivano di mani con l’indice e il medio sollevati, a indicare la vittoria. La notizia di acqua ed elettricità nuovamente tolte a singhiozzo, assieme al racconto dei cecchini appostati sui palazzi più alti, si sono sparse nel corteo.
«Non dormite abitanti di Diyarbakir, proteggete la città vecchia»: intonavano i cori alla testa del corteo, allo stesso modo rispondevano dal cuore della marcia. Poco dopo internet e la rete sono saltati, gli idranti hanno sparato sulla folla, anticipando l’arrivo di potenti lacrimogeni, tanto rapidi da non farcene accorgere.
Poi l’aria si è intossicata e la folla è stata dispersa. I locali delle vie circostanti hanno aperto le porte per accogliere donne e uomini dagli sguardi atterriti e al tempo stesso colmi d’orgoglio, poi le serrande si sono richiuse in fretta. La polizia ha fatto irruzione nell’ospedale e il via vai dei mezzi è proseguito per diversi minuti. Nelle parole di questa città in stato di assedio, la continua tensione è figlia della polizia, controllata direttamente dal governo. «Qui si resiste per la libertà e l’uguaglianza di tutti, non solo dei kurdi», urlava la folla.
Fonte: il manifesto
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