La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 13 ottobre 2015

Turchia, contro le bombe sciopero generale

di Giuseppe Acconcia
La Tur­chia si è fer­mata. È il tempo del dolore e del ricordo delle 97 vit­time (128 secondo il par­tito filo-kurdo Hdp) della dop­pia esplo­sione di Ankara dello scorso sabato. Tra i morti, Tevriz Dora e Helin Sen, di 5 e 9 anni; decine sono gli affi­liati della sini­stra filo-kurda uccisi dalle esplo­sioni, tra loro la can­di­data Hdp nel col­le­gio di Istan­bul, Kubra Mul­lao­glu. Il suo fune­rale è stato il più par­te­ci­pato, nella pic­cola moschea Bay­rak­tar, tra le stra­dine strette del quar­tiere Egi­tim, sulla sponda asia­tica di Istan­bul. Vi ha preso parte anche il lea­der cari­sma­tico di Hdp. «Il pre­mier ha men­tito. Degli atten­tati di Suruç e Diyar­ba­kir non sono mai stati tro­vati i veri col­pe­voli», ha accu­sato. Tra le vit­time si conta anche Meryem Bulut, impe­gnata nelle pro­te­ste per ritro­vare i desa­pa­re­si­dos degli anni Novanta.
Scio­peri, boi­cot­taggi, marce e mani­fe­sta­zioni si sono svolte in paral­lelo ai fune­rali delle vit­time. Le prin­ci­pali sigle sin­da­cali del paese dalla Con­fe­de­ra­zione pro­gres­si­sta (Disk) al Sin­da­cato del pub­blico impiego (Kesk) fino agli ordini dei medici (Ttb), di inge­gneri e archi­tetti (Tmmob), hanno chia­mato i loro iscritti a due giorni di scio­pero gene­rale dopo il mas­sa­cro che ha col­pito la mani­fe­sta­zione per la Pace, demo­cra­zia e lavoro, finita nel san­gue. «Siamo in lutto, in pro­te­sta, in scio­pero», si leg­geva sugli stri­scioni di alcuni mani­fe­stanti che hanno mar­ciato fino al palazzo del Comune di Istan­bul in piazza Mal­tepe. Una pic­cola ceri­mo­nia in ricordo delle vit­time si è svolta fuori all’Università medica di Istan­bul nel quar­tiere Fatih.
Alcuni avvo­cati hanno can­tato slo­gan con­tro il governo in una mani­fe­sta­zione davanti alla Corte nel quar­tiere di Kagi­thane. Un numero senza pre­ce­denti di stu­denti non sono entrati in classe, inclusa l’Accademia di di Belle Arti, le Uni­ver­sità Boga­zici, di Mar­mara e gli isti­tuti tec­nici di Istan­bul e Ankara. Di fronte alla sta­zione della capi­tale, dove sono avve­nute le esplo­sioni, gli iscritti alle con­fe­de­ra­zioni sin­da­cali tene­vano corone di fiori in ricordo delle vit­time. «Erdo­gan assas­sino» e «Lo stato assas­sino pagherà», erano alcuni degli slo­gan che echeg­gia­vano in piazza. Eppure anche ieri un allarme bomba è scat­tato nella metro della capi­tale turca dove la ten­sione è alle stelle. Nella città costiera di Adana, gli scritti ai sin­da­cati e agli ordini pro­fes­sio­nali, insieme alle orga­niz­za­zioni della società civile, hanno mar­ciato verso la piazza prin­ci­pale con­tro gli atten­tati di Ankara. Anche i lea­der locali del Par­tito repub­bli­cano (Chp) e della sini­stra filo-kurda (Hdp) hanno preso parte alle mani­fe­sta­zioni di Adana.
Una toc­cante ceri­mo­nia di gruppo per gli undici iscritti al par­tito kema­li­sta (Chp), morti nell’attentato, si è svolta nella pro­vin­cia di Mala­tya, alla pre­senza del lea­der del par­tito Kilic­da­ro­glu. Tutti i par­titi poli­tici tur­chi hanno deciso di sospen­dere i comizi pre­vi­sti per la cam­pa­gna elet­to­rale in vista del voto anti­ci­pato del pros­simo primo novem­bre. Anche il Par­tito dei lavo­ra­tori kurdi (Pkk), la scorsa dome­nica, aveva dichia­rato il ces­sate il fuoco uni­la­te­rale fino al giorno del voto.
«Non saremo la nuova Siria», ha assi­cu­rato il pre­mier in pec­tore, Ahmet Davu­to­glu. Le inda­gini, secondo quanto ha anti­ci­pato, con­fer­me­reb­bero il coin­vol­gi­mento negli attac­chi di affi­liati dello Stato isla­mico, ripa­ra­tisi in Tur­chia dalla Siria. «Stiamo ese­guendo test del Dna sui respon­sa­bili degli atten­tati sui­cidi. Siamo vicini al nome di un sospet­tato», ha detto Davu­to­glu. Il pre­mier ha anche rispo­sto alle pole­mi­che sulle con­ni­venze tra Isis e Ser­vizi segreti tur­chi (Mit) e la negli­genza delle forze di sicu­rezza che non hanno sven­tato l’attacco. «Le inda­gini sono in corso», ha chio­sato Davu­to­glu. Il pre­mier ha con­fer­mato che il voto del primo novem­bre si terrà in ogni caso e non verrà posti­ci­pato. Il lea­der di Akp ha cri­ti­cato poi le accuse di «ter­ro­ri­smo di stato», mosse dagli altri partiti.
In vista delle ele­zioni, in caso di scon­fitta per Erdo­gan si pre­para la strada per un governo di coa­li­zione che que­sta volta non potrà essere boi­cot­tato da Giu­sti­zia e Svi­luppo (Akp), il par­tito isla­mi­sta mode­rato del pre­si­dente che aveva in pre­ce­denza fatto sal­tare il tavolo nego­ziale con i repub­bli­cani. Tut­ta­via, lo scopo di Erdo­gan sarebbe quello di accre­scere la sua base elet­to­rale per poter otte­nere la mag­gio­ranza asso­luta in par­la­mento e pro­ce­dere con riforme costi­tu­zio­nali pre­si­den­zia­li­ste. Gli attac­chi del 10 otto­bre però ridi­men­sio­nano le aspet­ta­tive di Erdo­gan che ha di sicuro esa­ge­rato con la repres­sione dei movi­menti filo-kurdi e della stampa indi­pen­dente tanto da creare un clima incan­de­scente e un con­flitto sociale senza precedenti.
L’attentato del 9 otto­bre scorso aveva molti punti in comune con le bombe di Diyar­ba­kir che hanno ucciso 5 per­sone lo scorso giu­gno e l’esplosione al cen­tro cul­tu­rale Amara di Suruç, costato la vita a 33 gio­vani che por­ta­vano aiuti a Kobane, del luglio scorso. Ad Ankara sarebbe entrato in azione il fra­tello di uno degli atten­ta­tori di Suruç. Gli occhi sono pun­tati sulla cel­lula da cui pro­viene, pro­vin­cia orien­tale di Adiya­man. Ma a raf­for­zare i sospetti c’è anche il tipo di esplo­sivo uti­liz­zato, simile a quello di Suruç. Le auto­rità tur­che per mesi hanno appog­giato Isis in fun­zione anti-Assad per­met­tendo rifor­ni­menti di armi e di uomini al con­fine con la Siria, men­tre Kobane è ancora in asse­dio per­ma­nente nono­stante la grave crisi umanitaria.

Fonte: il manifesto 

Approfondimento: Sciopero generale e proteste, i kurdi insorgono contro Ankara
di Alberto Di Monte

La vita di Amed (in turco Diyar­ba­kir) è fre­ne­tica: dome­nica si è svolto il cor­teo della società civile kurda, con­vo­cato in rispo­sta agli atten­tati e al copri­fuoco che insan­guina la zona di Sur. I par­te­ci­panti sono stati aggre­diti una prima volta nei pressi della sta­zione fer­ro­via­ria, la seconda a ridosso del fil­tro di poli­zia che chiu­deva l’ingresso oltre le mura della città vecchia.
La voce si è sparsa subito e nuovi assem­bra­menti si sono for­mati all’imbrunire con bar­ri­cate improv­vi­sate. Un palo della luce di tra­verso ad una via a scor­ri­mento rapido bloc­cava il pas­sag­gio, men­tre l’immondizia pren­deva fuoco a grumi nelle vie più pic­cole. I pro­ta­go­ni­sti dei cor­tei erano i più giovani.
Dopo le sei del pome­rig­gio lo sce­na­rio del mat­tino si è ripe­tuto: non appena la mar­cia si è avvi­ci­nata alla «Porta delle mon­ta­gne» (nome popo­lare della piazza che guarda all’altopiano che abbrac­cia la città), ma gas lacri­mo­geni e spari in aria ci hanno costretto alla fuga.
Ad Hasirli, zona libera nel cuore di Sur, oltre il primo fil­tro di con­trollo, gli scon­tri si sono pro­tratti fino alle tre di notte. I tank delle forze spe­ciali di poli­zia hanno ten­tato di for­zare le pile di sac­chi di sab­bia, men­tre il lan­cio di alcune bombe a mano ha dato fuoco a diverse abi­ta­zioni. Qui la conta dei feriti non ha numeri uffi­ciali, a causa dell’impossibilità di avere comu­ni­ca­zioni con il cen­tro urbano; sono almeno quat­tro i morti, tra cui un bam­bino di nove anni in piazza Dag Kapi, cui vanno aggiunti gli otto mili­tanti uccisi dai bom­bar­da­menti dell’aviazione turca nei pressi del cimi­tero dei mar­tiri di Lice, a 90 chi­lo­me­tri dalla città.
Fuori dalle mura, i mezzi blin­dati, i «toma», hanno spo­stato col rostro quel che restava dell’immondizia fumante per le strade, illu­mi­nando col can­none spara acqua spa­ruti gruppi di lan­cia­pie­tre in fuga.
Ieri una calma appa­rente regnava in città. Nella zona uni­ver­si­ta­ria, nono­stante diverse scuole siano chiuse per il terzo giorno di lutto nazio­nale e lo scio­pero gene­rale abbia bloc­cato alcune zone del paese, c’è ancora vita. Un via vai con­ti­nuo di gente nei caffè, sedute all’aperto a bere çai (tè) con un occhio alle imma­gini che ancora scor­rono in tv.
Nel primo pome­rig­gio di ieri un suono ha rie­cheg­giato in lon­ta­nanza, era un assem­bra­mento che mesco­lava fischi, bat­titi di mani e cori in lin­gua kurda. Dalla zona com­mer­ciale di Ofis, dopo aver fian­cheg­giato per 500 metri le mura, i mani­fe­stanti scor­re­vano ancora una volta in dire­zione della «Porta delle montagne».
In coda la poli­zia indos­sava le maschere anti-gas come fos­sero ber­retti, le armi bene in vista impres­sio­na­vano i nostri sguardi disa­bi­tuati ad una tanto mani­fe­sta minac­cia di vio­lenza. Gli obiet­tivi erano quelli di sem­pre: sfi­dare l’accerchiamento di Sur, denun­ciare la guerra psi­co­lo­gica e mili­tare del copri­fuoco, riba­dire che, qua­lun­que sia stata la mano che ha pre­muto il bot­tone, la respon­sa­bi­lità della strage di Ankara è dell’Akp e del suo lea­der Recep Taiyyp Erdogan.
«Assas­sini Akp, sarete giu­di­cati», gri­da­vano gli abi­tanti di Amed men­tre i bal­coni fio­ri­vano di mani con l’indice e il medio sol­le­vati, a indi­care la vit­to­ria. La noti­zia di acqua ed elet­tri­cità nuo­va­mente tolte a sin­ghiozzo, assieme al rac­conto dei cec­chini appo­stati sui palazzi più alti, si sono sparse nel corteo.
«Non dor­mite abi­tanti di Diyar­ba­kir, pro­teg­gete la città vec­chia»: into­na­vano i cori alla testa del cor­teo, allo stesso modo rispon­de­vano dal cuore della mar­cia. Poco dopo inter­net e la rete sono sal­tati, gli idranti hanno spa­rato sulla folla, anti­ci­pando l’arrivo di potenti lacri­mo­geni, tanto rapidi da non far­cene accorgere.
Poi l’aria si è intos­si­cata e la folla è stata dispersa. I locali delle vie cir­co­stanti hanno aperto le porte per acco­gliere donne e uomini dagli sguardi atter­riti e al tempo stesso colmi d’orgoglio, poi le ser­rande si sono richiuse in fretta. La poli­zia ha fatto irru­zione nell’ospedale e il via vai dei mezzi è pro­se­guito per diversi minuti. Nelle parole di que­sta città in stato di asse­dio, la con­ti­nua ten­sione è figlia della poli­zia, con­trol­lata diret­ta­mente dal governo. «Qui si resi­ste per la libertà e l’uguaglianza di tutti, non solo dei kurdi», urlava la folla.

Fonte: il manifesto

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