La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 11 ottobre 2015

La nuova Carta non ha i numeri

di Nico Perrone
Per chi non è con­ser­va­tore, in linea di prin­ci­pio le riforme sono gene­ral­mente una buona cosa. Però quest’osservazione, in qual­che caso con­creto, si rivela un pre­giu­di­zio che può distor­cere un’analisi equi­li­brata. Per esem­pio, l’impianto della Costi­tu­zione della Repub­blica ita­liana del 1948, meri­tava cer­ta­mente qual­che modi­fica minore, come suc­cede a tutte la carte fon­da­men­tali dello stato e spe­cial­mente a quelle nate in momenti sto­rici molto par­ti­co­lari. Però la nostra Costi­tu­zione era il risul­tato di una col­la­bo­ra­zione dia­let­tica di forze poli­ti­che molto diverse fra loro: si era rag­giunto un punto di con­ver­genza, men­tre l’Assemblea che aveva fatto tutto il lavoro pre­pa­ra­to­rio era l’espressione di un voto cui aveva par­te­ci­pato l’89,8 per cento degli elet­tori. Alle ele­zioni che hanno eletto il par­la­mento attual­mente in carica ha votato invece il 75 per cento degli aventi diritto, e il par­tito di Renzi, il Pd, ha preso solo il 29,55 per cento dei voti: mica tanti. Non solo, ma si è per­fino votato con una legge che la Corte costi­tu­zio­nale nel 2014 ha dichia­rato incostituzionale.
Ora si cam­bia tutto, e lo si fa sulla base di que­sti numeri stri­min­ziti; e lo si fa senza rag­giun­gere nep­pure lon­ta­na­mente quella con­ver­genza fra forze poli­ti­che diverse che ci fu quando la Costi­tu­zione venne appro­vata. Dal punto di vista for­male, que­sta è un’operazione poli­tica del pre­mier, Mat­teo Renzi: non vogliamo avere pre­giu­dizi nei suoi con­fronti, ma dob­biamo ricor­darci bene che egli, alle sue spalle, non ha nes­suno dei numeri che abbiamo ricor­dato. A votare alle ultime ele­zioni, quelle del 24 feb­braio 2013, si è rima­sti lon­tani dai quei numeri. E il rifor­ma­tore Renzi, in quelle ele­zioni, non è stato eletto, per­ché non era nem­meno can­di­dato. Adesso è diven­tato pre­si­dente del con­si­glio e sta cam­biando tutto.
Da un punto di vista legale, un po’ cau­si­dico, potrebbe farlo. Però, per sman­tel­lare un sistema con una vera auto­rità poli­tica, ci sareb­bero voluti dei numeri ben diversi; e per ragioni di cre­di­bi­lità isti­tu­zio­nale, il pro­ta­go­ni­sta avrebbe dovuto venir fuori da un pro­cesso di voto demo­cra­tico. Sem­brano pigno­le­rie? Se riflet­tiamo bene, non lo sono affatto. Le riforme di Renzi hanno la carat­te­ri­stica della novità asso­luta, per­ché hanno visto l’abolizione di un organo costi­tu­zio­nale ope­rata col con­senso dei suoi stessi com­po­nenti: mi pare che non ci siano pre­ce­denti sto­rici, da nes­suna parte del mondo, di una simile euta­na­sia isti­tu­zio­nale.
Ma vogliamo vedere anche chi è l’artefice, anzi il vero vin­ci­tore di que­sta stra­nis­sima par­tita? Vin­ci­tore è il per­so­nag­gio che in tutta evi­denza ha ispi­rato e soste­nuto fino all’ultimo l’intera ope­ra­zione: il pre­si­dente Gior­gio Napo­li­tano. Non più in carica al ver­tice della Repub­blica, egli resta però uno dei pochis­simi, forse l’unico che in Ita­lia sia ancora capace di fare poli­tica alla grande. Per­ciò com­pli­menti a lui: com­pli­menti dav­vero meri­tati. Però, nomi­nando il pre­si­dente eme­rito, ven­gono in mente anche certi viaggi suoi in Ger­ma­nia, nel primo man­dato e nel secondo, quasi fino alla sca­denza. Sarà una coin­ci­denza, ma que­ste nostre radi­cali riforme che vedono la ste­ri­liz­za­zione del senato e la sua tra­sfor­ma­zione in organo non più diret­ta­mente elet­tivo, in Ger­ma­nia sono sem­pre pia­ciute. Così come piac­ciono, in Ger­ma­nia e nel sistema di potere che è al ver­tice della Ue — e che è stret­ta­mente non elet­tivo — tutte quelle tra­sfor­ma­zioni isti­tu­zio­nali che ren­dono il voto del popolo sem­pre più lon­tano dal potere effet­tivo degli stati.

Fonte: il manifesto 

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