La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 28 ottobre 2015

Verso la repubblica catalana

di Luca Tancredi Barone
Ben­ve­nuti al giorno uno della prima legi­sla­tura indi­pen­den­ti­sta cata­lana. Lunedì, ultimo giorno dispo­ni­bile secondo la legge, si è riu­nito per la prima seduta il par­la­mento cata­lano uscito dalle ele­zioni del 27 set­tem­bre. Un par­la­mento che vede una mag­gio­ranza indi­pen­den­ti­sta for­mata da Junts pel Sí (coa­li­zione di par­titi e «società civile» a favore dell’indipendenza), che pro­pone l’uscente pre­si­dente Artur Mas, del par­tito di cen­tro­de­stra Con­vèr­gen­cia demo­crà­tica de Cata­lu­nya, come nuovo capo dell’esecutivo cata­lano, con 62 seggi su 135; e dalla Cup, il par­tito di estrema sini­stra, movi­men­ti­sta, anti­ca­pi­ta­li­sta e fem­mi­ni­sta, che con i suoi 10 seggi ha in mano le chiavi per l’elezione del Govern. Gli altri 63 depu­tati sono ripar­titi, per ordine di impor­tanza, fra Ciu­ta­dans, il par­tito di destra cen­tra­li­sta e sem­pre più in auge, socia­li­sti, Cata­lu­nya sí que es pot (coa­li­zione di Pode­mos, Izquierda unida e altri, che non si schie­rano sul fronte indi­pen­den­ti­sta) e, ultimi, popo­lari. Senza la Cup, i 63 voti dell’opposizione ad Artur Mas e alleati pos­sono bloc­care qual­siasi elezione.
La Cup ha pro­messo che mai e poi mai eleg­gerà Mas, men­tre que­sti non ha inten­zione di mol­lare la pol­trona per nes­suna ragione al mondo. A deci­dere i tempi e i modi delle trat­ta­tive però è pro­prio la Cup, che sag­gia­mente ha lasciato la que­stione del nome all’ultimo momento, per discu­tere di tutti gli altri temi che stanno loro a cuore: l’indipendenza da Madrid, certo, ma anche i temi dell’emergenza sociale di cui si sono fatti por­ta­voce. E Mas è costretto ad abboz­zare, in attesa che si sciolga il nodo sul suo nome.
Il tutto men­tre sul par­tito di Mas si sta sca­te­nando una tem­pe­sta giu­di­zia­ria di pro­por­zioni bibli­che: in car­cere il teso­riere, il suo pre­de­ces­sore e la sto­rica fami­glia Pujol, di cui Mas è erede poli­tico, sotto inchie­sta. I «morsi» del 3% del valore degli appalti pub­blici, che già dieci anni fa denun­ciava Pasqual Mara­gall, ultimo pre­si­dente cata­lano socia­li­sta, sono al cen­tro delle inda­gini giu­di­zia­rie che hanno subìto un pro­ba­bil­mente non casuale impulso pro­prio nei giorni con­vulsi per la scelta del nuovo pre­si­dente. Mas parla di «cac­cia grossa» verso di lui da parte dello stato spa­gnolo, ed è indub­bio che la tem­pi­stica è quanto meno sospetta. Tut­ta­via, da indi­scre­zioni della stampa (sem­pre infor­mata con il dovuto anti­cipo per cia­scuno dei «blitz» poli­zie­schi di que­sti giorni), gli indizi sui «con­tri­buti» al par­tito degli impre­sari sem­pre in cor­ri­spon­denza della vin­cita di gare d’appalto chiave sono sem­pre più pesanti. E tutto que­sto non fa che por­tare acqua al mulino di chi Mas non lo vuole seduto nel palazzo della Gene­ra­li­tat cata­lana. D’altra parte, Junts pel Sí è il par­tito di mag­gio­ranza rela­tiva (cosa che in Cata­lo­gna così come nel resto della Spa­gna è poli­ti­ca­mente molto rile­vante), ma con meno del 40% dei voti.
Intanto lunedì si è con­cre­tato l’accordo già rag­giunto la set­ti­mana scorsa: a pre­sie­dere la camera cata­lana è la numero due di Junts pel Sí, Carme For­ca­dell, filo­loga cata­lana, ex mili­tante di Esquerra Repu­bli­cana (il par­tito di cen­tro­si­ni­stra alleato di Mas in Junts pel Sí) ed ex pre­si­dente dell’associazione pro indi­pen­den­ti­sta Assem­blea nacio­nal cata­lana (Anc), una delle asso­cia­zioni che hanno orga­niz­zato le ocea­ni­che mani­fe­sta­zioni indi­pen­den­ti­ste degli ultimi anni. Che ha già susci­tato rea­zioni iste­ri­che e strac­cia­menti di vesti nella stampa di Madrid per la con­clu­sione del suo discorso di inse­dia­mento: «Viva la demo­cra­zia, viva il popolo sovrano, viva la repub­blica cata­lana». Oltre ai 72 voti indi­pen­den­ti­sti, ne ha rice­vuti altri 5 da Cata­lu­nya sí que es pot (che dispone di 11 seggi) come gesto «di fidu­cia». Il primo gol por­tato a casa dalla Cup è che il Par­la­ment voterà una riso­lu­zione pre­sen­tata ieri che lo impe­gna a ini­ziare entro trenta giorni il pro­cesso verso la repub­blica cata­lana con l’approvazione di leggi ad hoc e igno­rando le isti­tu­zioni spa­gnole. Il governo di Rajoy ha già pro­messo guerra senza quartiere.
Le con­vulse nego­zia­zioni hanno rag­giunto ver­tici note­voli di sur­rea­li­smo. Uno dei temi più spi­nosi è stata la distri­bu­zione dei seggi in aula. Alla fine ha vinto tem­po­ra­nea­mente l’opzione che rompe lo schema destra/sinistra. Nella parte sini­stra dell’emiciclo sie­de­ranno i depu­tati diJunts pel sí e della Cup. Nella parte destra tutti gli altri. Anche la pre­si­denza, for­mata da sette mem­bri com­presa la pre­si­dente e fon­da­men­tale per man­dare le leggi in aula, è stata un rom­pi­capo. Alla fine, dopo la rinun­cia della Cup per essere il par­tito più pic­colo, per man­te­nere la mag­gio­ranza indi­pen­den­ti­sta Junts pel sí ne ottiene 4, gli altri tre all’opposizione. Per l’elezione del capo dell’esecutivo c’è tempo fino a gen­naio, dopo di che si dovranno con­vo­care nuove ele­zioni. Molto pro­ba­bile che le trat­tive si tra­sci­nino fino a capire cosa suc­ce­derà a Madrid dopo le ele­zioni del 20 dicembre.

Fonte: il manifesto 

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