La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 28 ottobre 2015

La Libia di Hillary

di Tommaso Di Francesco 
Pre­sen­tata dai media solo come sipa­rio delle pros­sime ele­zioni pre­si­den­ziali Usa, l’audizione del fine set­ti­mana scorsa di Hil­lary Clin­ton alla com­mis­sione par­la­men­tare che indaga sui fatti di Ben­gasi dell’11 set­tem­bre 2012 nel quale tro­va­rono la morte l’ambasciatore ame­ri­cano Chris Ste­vens e tre agenti della Cia, sem­bra essersi risolta in un nulla di fatto. O, meglio, in una scon­fitta dei repub­bli­cani che l’avevano voluta e e infine in una grande vit­to­ria della can­di­data demo­cra­tica; tanto che l’audizione è diven­tata una spe­cie di «esem­pio» che tutte le «donne insi­cure» dovreb­bero stu­diare (con­si­gliava il Cor­riere della Sera).
Alla sce­no­gra­fia poli­ti­ca­mente cor­retta aggiun­gete l’ammis­sione com­pro­mis­so­ria di pochi giorni prima del lea­der repub­bli­cano alla Camera Kevin McCar­thy sul fatto che la com­mis­sione non doveva in fondo fare chia­rezza ma ser­viva a scre­di­tare Hil­lary Clin­ton già alle prese con l’emailgate, cioè con l’accusa di avere uti­liz­zato, fuori dal det­tato della legge, account pri­vati invece di quelli gover­na­tivi quando era a capo del Dipar­ti­mento di Stato.
Ma a leg­gere tutti i reso­conti dell’audizione, insieme alle stru­men­ta­lità dei repub­bli­cani, resta evi­dente e chiara la grave respon­sa­bi­lità nel disa­stro ame­ri­cano di Ben­gasi 2012 di Hil­lary Clin­ton che, alla vigi­lia dell’audizione in com­mis­sione non ha esi­tato ad attac­care Obama dichia­rando: «Se fossi stata io il pre­si­dente avrei fatto tutto il neces­sa­rio per fer­mare una cosa del genere che stru­men­ta­lizza la morte di quat­tro americani».
Lascia subito per­plessi la pro­lu­sione alla depo­si­zione dell’ex respon­sa­bile della diplo­ma­zia Usa fatta, pare di capire, per riven­di­care il ruolo di pri­ma­zia degli Stati uniti, e per chia­mare in causa le respon­sa­bi­lità bipar­ti­san dei repub­bli­cani sulle guerre. «Gli Stati uniti hanno un ruolo guida in un mondo molto più peri­co­loso e i nostri diplo­ma­tici devono con­ti­nuare ad ope­rare in situa­zioni rischiose», ha intro­dotto Clin­ton, aggiun­gendo peren­to­ria «non può esi­stere l’opzione di un ritiro degli Stati uniti dal mondo».
Una visione «stra­te­gica», che non lascia ben spe­rare. Per­ché, al con­tra­rio dell’affermazione della can­di­data demo­cra­tica, gli Stati uniti in que­sto momento, basta guar­dare alla Siria, o all’Iraq per non par­lare della Libia, non hanno asso­lu­ta­mente alcun «ruolo guida» nel mondo; e que­sto soprat­tutto per le deva­sta­zioni e gli errori por­tati avanti in Afgha­ni­stan e in Medio Oriente, con la guerra all’Iraq, con la scelta dell’intervento in Libia — voluto da Hil­lary Clin­ton e non da Obama e nem­meno dal capo del Pen­ta­gono Robert Gates, com’è emerso nell’audizione — e con la deci­sione di desta­bi­liz­zare la Siria. Aspet­tando i miraggi delle «pri­ma­vere» arabe. Can­cel­lando infine la que­stione pale­sti­nese dimen­ti­cata, nono­stante le pro­messe del discorso del Cairo nel 2009, anche da Obama. Il quale ha cer­cato di uscire dal mili­ta­ri­smo uma­ni­ta­rio — mar­chio della «fami­glia Clin­ton» — senza però riuscirci.
Nella guerra a tutti i costi voluta da Hil­lary Clin­ton alla Libia, Chris Ste­vens non è stato l’ultimo degli 007, ma l’artefice ad alto livello dell’impresa. Non a caso diventò l’ambasciatore a Tripoli.
Ebbe il ruolo di diplo­ma­zia da intel­li­gence, lo stesso che nei Bal­cani venne imper­so­nato da Richard Hol­brooke. Fu il respon­sa­bile della Cia che già nel marzo-aprile 2011 da Ben­gasi, la capi­tale dell’islamismo radi­cale libico, tessé le fila dei rap­porti con il Cnt, coor­di­nando la rivolta armata. Con legami con tutta la lea­der­ship isla­mi­sta e l’intero schie­ra­mento jiha­di­sta; com­presi i reduci di Guan­ta­namo che la Libia aveva ripreso in accordo con Washing­ton alcuni anni prima, a par­tire dall’esponente di Al Qaeda Abu Sufian Imbra­him Ahmed Hamuda bin Qumu. Che, cat­tu­rato e impri­gio­nato a Guan­ta­namo, nel 2005 il Dipar­ti­mento Usa — come Tri­poli che lo con­si­de­rava un «ele­mento peri­co­loso» — defi­niva «una minac­cia per gli Stati uniti e agli alleati».
Appena due anni dopo, nel 2007, Qumu è tra­sfe­rito da Guan­ta­namo in Libia dove nel 2008 viene amni­stiato e libe­rato. Ma è il New York Times — che pub­blicò molti docu­menti clas­si­fi­cati sui dete­nuti di Guan­ta­namo otte­nuti attra­verso Wiki­Leaks — a rac­con­tare nell’aprile 2011 che Qumu costi­tuiva ormai «una figura di spicco nella lotta dei ribelli libici per rove­sciare Ghed­dafi», a capo di una banda di mili­ziani chia­mata Bri­gata Derna; «l’ex nemico e pri­gio­niero degli Usa è ora un alleato» com­men­tava il New York Times.
I casi «Qumu» furono migliaia. E i tra­gici fatti dell’11 set­tem­bre 2012, nel quale furono assas­si­nati l’ambasciatore Usa e tre mem­bri della Cia, rap­pre­sen­tano la prova pro­vata del disa­stro ame­ri­cano: quello che per desta­bi­liz­zare il «nemico di turno» si serve delle peg­giori cana­glie e del ter­ro­ri­smo jiha­di­sta; ter­ro­ri­sti che poi si met­tono in pro­prio e rivol­gono le loro armi con­tro gli Usa.
Legit­ti­mando per­fino la pro­fe­zia di Muam­mar Ghed­dafi: «Quando avrete scon­fitto me sarà il caos e se le mili­zie pren­des­sero il potere sarete voi le prime vit­time». Que­sto stile ame­ri­cano trova in quell’11 set­tem­bre 2012 la sua ecla­tante e san­gui­nosa sconfitta.
È que­sto che Hil­lary Clin­ton deve nascon­dere, più delle sue pesanti colpe sul caso. Che non è riu­scita a cancellare.
Quando, alla domanda più seria che le è stata rivolta sul per­ché nono­stante le richie­ste insi­stenti di Chris Ste­vens, non avesse auto­riz­zato una mag­giore pro­te­zione all’ambasciatore e agli altri addetti Usa, ha infatti debol­mente rispo­sto che non spet­tava a lei ma alle strut­ture di sicu­rezza del Dipar­ti­mento di Stato.
Ma se era lei il capo del Dipar­ti­mento di Stato, come poteva abban­do­nare ad altri la deci­sione di pro­teg­gere il «suo» inviato nella guerra in Libia che lei aveva voluto a tutti i costi più di ogni altro com­po­nente dell’Amministrazione statunitense?
Ma la domanda ancora più sem­plice che nes­suno le ha rivolto, è que­sta: se lei, che pure dice di avere molto sof­ferto da que­sta sto­ria, non aveva né ha nulla da rim­pro­ve­rarsi, per­ché è uscita di scena pro­prio dopo quei fatti e per­ché per que­gli eventi è stato dimis­sio­nato anche il capo della Cia David Petraeus, cac­ciato uffi­cial­mente per­ché «adul­tero»?
Più insi­diosa sarebbe stata quest’altra domanda — ma come pote­vano far­gliela rap­pre­sen­tanti repub­bli­cani del Con­gresso come e più di lei guer­ra­fon­dai e legati agli inte­ressi delle mul­ti­na­zio­nali del petro­lio? — sui suoi rap­porti con il regime di Ghed­dafi: per­ché il 21 aprile del 2009 rice­vette «con grande con­ten­tezza» e con un «calo­roso ben­ve­nuto» a Washing­ton nien­te­meno che a Mutas­sim Ghed­dafi (nella foto), respon­sa­bile del Con­si­glio di sicu­rezza a Tri­poli, il figlio più vio­lento del Colon­nello libico, cono­sciuto peral­tro come play boy?
Certo la Libia pos­siede riserve di petro­lio sti­mate in circa 60 miliardi di barili (il dop­pio di quelle sta­tu­ni­tensi) e riserve di gas natu­rale sti­mate in circa 1.500 miliardi di metri cubi. Comun­que, dopo 23 mesi dall’accoglienza trion­fale ad un rap­pre­sen­tante piut­to­sto discusso del regime di Tri­poli, Clin­ton rom­peva le rela­zioni con la Libia che poco prima voleva «arden­te­mente svi­lup­pare» per sca­te­nare invece la guerra della Nato.
Siamo sicuri dun­que che la sua depo­si­zione sia un esem­pio per «donne insi­cure» e non piut­to­sto la riaf­fer­ma­zione elet­to­rale della guerra «umanitaria»?
Comun­que sia Hil­lary Clin­ton può tran­quil­la­mente festeg­giare il suo 68/mo com­pleanno, men­tre i son­daggi la danno in testa in Iowa e New Hamp­shire, i due stati da dove par­ti­ranno le pri­ma­rie democratiche.
È il suo mese per­fetto: dal trionfo nel dibat­tito in tv, al «no» di Joe Biden a can­di­darsi e infine al «riscatto» alla com­mis­sione d’inchiesta di Ben­gasi. Meglio di così.

Fonte: il manifesto 

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