
di Angelo Buonomo e Aldo Cimmino
Sembra un Paese sconvolto quello che da qualche giorno si interroga sui dati emersi dal Rapporto Svimez 2015. Certo stiamo valutando solo le anticipazioni che ci parlano di una macroregione che “cresce la metà della Grecia” eppure crescono indignazione e preoccupazione. L’oggetto della discussione probabilmente riempirà le pagine dei giornali, qualche commento sui blog e alcune esposizioni nei salotti televisivi poi di nuovo si parlerà di altro e ritornerà al centro quella che da venti anni è diventata la “questione settentrionale” una fittizia contrapposizione alla questione delle questioni, quella del Sud, che serve ad alimentare odio e divisione oltre che rimpolpare i bacini elettorali di chi gioca su razzismo ed egoismo.
Il Mezzogiorno oltre a vivere il rischio di un “sottosviluppo strutturale” resta un’area vasta emarginata, nascosta dal dibattito nazionale, abbandonata e martoriata da politiche che hanno spostato l’attenzione verso il nord. La vera questione è quella europea che in una dinamica di polarizzazione economica, politica e decisionale ha progressivamente spostato l’asse verso i paesi del Nord - Germania in testa - a discapito di quelli del Sud: il Mezzogiorno d’Italia, la Grecia, la Spagna.
Appare incredibile agli occhi di chi vive ogni giorno il Sud che nelle anticipazioni del "Rapporto Svimez 2015 sull'economia del Mezzogiorno" non compaiono mai una volta le parole illegalità, mafia, impresa mafiosa, etc Eppure dati dell'Agenzia Nazionale per i beni sequestrati e confiscati indicano che le prime regioni per beni confiscati sono proprio le regioni del Mezzogiorno (Sicilia, Campania, Calabria e Puglia). Bisognerebbe chiedersi come sia possibile che questa realtà non sia stata valutata tra gli elementi che incidono negativamente sugli indici di sviluppo economico del Mezzogiorno.
La commissione parlamentare antimafia sostiene che solo nel 2009 al Sud si sono persi 180 mila posti di lavoro a causa della mafia, 500 mila commercianti sono sottoposti al pizzo e i redditi evasi sono pari a 270 miliardi di euro. mentre il fatturato delle Mafie italiane è stimabile in 150 miliardi di euro con 70 miliardi di utili al netto degli investimenti.
Nelle valutazioni sul sottosviluppo del Mezzogiorno non si può evadere l’analisi dettagliata dell’incidenza dell’economia mafiosa. Le mafie hanno sempre avuto una vocazione imprenditoriale facendo leva sulla coercizione e la violenza ma oggi queste attività sono consequenziali e interconnesse. Ad esempio il 47% dei proventi mafiosi proviene dallo spaccio della droga, queste risorse sono poi investite sul mercato legale per essere riciclati e per incrementare i profitti. Le mafie, nel corso del tempo sono andate alla ricerca di nuovi spazi per investire i ricavi delle attività illecite, allungato i propri tentacoli su interessi sempre più complessi da gestire: appalti sulle grandi opere, nuovi reati finanziari, riciclaggio di denaro sporco nel mercato legale, tutte operazioni composite che per essere realizzate hanno la necessità di un supporto tecnico. Un network dei profitti che distrugge e contamina l’economia, produce sottosviluppo e cancella posti di lavoro. Una dinamica che in assenza di politiche sociali e di un reddito universale moltiplica la povertà e cancella ogni possibilità di sviluppo.
Accanto al protagonismo, sempre più pervasivo, delle mafie nell’economia andrebbe analizzato dettagliatamente il ruolo economico che svolgono le esperienze di riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie. Secondo l’Agenzia Nazionale dei Beni Sequestrati e Confiscati sono 4781 i beni confiscati alle mafie che insistono in Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, un patrimonio che potrebbe rappresentare una straordinaria occasione di sviluppo a partire dalla pratica della cooperazione, dei distretti di economia sociale e solidale, di nuovo welfare fondato sull’accoglienza e sulla partecipazione. Si potrebbe immaginare il Mezzogiorno come vero e proprio laboratorio per uscire dalla crisi economica, sociale, democratica che vive il Paese. Basta pensare alle 271 esperienze, un piccolo campione, censito da Libera contro le mafie, che sono pratiche di riutilizzo sociale dei beni confiscati che si occupano dell’erogazione di servizi di cura, di accoglienza, di cultura, educazione, che producono prodotti agroalimentari di qualità che operano nella legalità e nel rispetto dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente in una logica di valorizzazione del territorio.
Un intervento urgente per il Mezzogiorno e per il Paese sarebbe quello di accelerare l’assegnazione dei beni con una regia composta dal Ministero per lo Sviluppo economico e dal Dipartimento di Coesione Sociale e Territoriale.
Contemporaneamente dovrebbe essere approvata la legge che riguarda le aziende sequestrate e confiscate.
Dati dell’Agenzia Nazionale, infatti, danno la dimensione del problema rappresentato dalle aziende sottoposte a sequestro e a confisca antimafia.
Su 2527 complessi aziendali, la maggior parte dei quali è distribuita tra Sicilia, Campania, Calabria e Puglia, ben 873 sono usciti dalla gestione, il che sta a significare che tutte quelle imprese sono giunte già morte alla fase dell’amministrazione giudiziaria, senza che lo Stato abbia potuto fare nulla per salvare i lavoratori e loro famiglie, i creditori, i fornitori e tutta la dimensione economica che gravita attorno ad un’attività d’impresa.
Ecco spiegato il crollo degli investimenti che erode la base produttiva ed aumenta il divario di competitività. Il problema è che nell’anticipazione del rapporto Svimez 2015 la natura di tale realtà non è rappresentata con riferimento all’ormai strutturale emergenza della criminalità economica, ma viene addebitata ad una “minore resilenza dell’apparato industriale” e ad un problema strutturale dell’area in termini di dimensione e composizione settoriale.
Non compare dal nulla la recessione economica del Meridione ma si nutre anche dei fallimenti che lo Stato colleziona nel contrasto all’accumulazione illecita dei patrimoni. Contrasto che non si esaurisce nella mera confisca definitiva del bene o dell’azienda ma si concretizza nel loro effettivo riutilizzo sociale.
Ma purtroppo assistiamo al fallimento delle politiche di restituzione del maltolto quando ad essere confiscate sono proprio le attività economich
In effetti un'azienda confiscata, che nella maggior parte dei casi è appunto destinata alla liquidazione ed al fallimento, trascina nel vortice della decadenza economico-sociale lavoro, economia, società, giustizia sociale, diritti fondamentali.
Quello che ci chiediamo in questi giorni è proprio questo: è mai possibile che questa realtà non sia da tenere in debito conto quando si parla della caduta degli investimenti al Sud, di nessun settore risparmiato dalla crisi ormai "strutturale" o quando si parla dell'industria del Sud? Sono necessarie politiche e indagini innovative, sperimentazioni e azioni concrete e capillari di piccola e media dimensione non un piano eccezionale. Per fare ciò è necessario un “Rapporto sull’economia mafiosa” capace di indagare il fenomeno sempre più complesso e strutturale. Bisognerebbe mettere in rete le migliori energie della società civile, l’università e un gruppo interdisciplinare di giovani ricercatori per realizzare questa indagine e finalmente colmare il vuoto che insiste nel rapporto annuale prodotto da Svimez. Proprio l’autorevole Agenzia per lo sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno si può far carico di questa straordinaria indagine.
Per convertire le politiche per il mezzogiorno da mere operazioni di facciata ad interventi capaci di scardinare l'emergenza strutturale del Sud, per uscirne a testa alta.
Fonte: ilcorsaro.info
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