La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 27 agosto 2015

La Cina, le aziende di Stato e la redistribuzione del reddito

di Simone Pieranni
A Pechino erano coscienti che la tran­si­zione cinese sarebbe stata com­pli­cata. Tra­sfor­mare un’economia che aveva risol­le­vato dalla povertà cen­ti­naia di milioni di per­sone e por­tato la Cina a tor­nare al cen­tro del mondo, non è né sem­plice né rea­liz­za­bile in tempi rapidi. Xi Jin­ping — che ha lan­ciato il suo Sogno cinese, con l’obiettivo di creare un mer­cato interno capace di trai­nare il paese — sapeva bene quali erano i com­piti che lo aspet­ta­vano: rifor­mare le aziende di Stato per con­tra­stare gli inve­sti­menti fal­li­men­tari e le bolle, allar­gare le fun­zioni dell’Assemblea nazio­nale, spe­cie in mate­ria fiscale per age­vo­lare la classe media in cre­scita e ridi­se­gnare un wel­fare capace di per­met­tere ai lavo­ra­tori di spen­dere di più nei con­sumi, anzi­ché rispar­miare per fare fronte a even­tuali dif­fi­coltà (ad esem­pio le tante spese sanitarie).
Il primo punto è quello più com­pli­cato, per­ché Xi Jin­ping — il pre­si­dente, non­ché segre­ta­rio del par­tito comu­ni­sta — sapeva bene che avrebbe incon­trato resistenze. Non si tratta di uno scon­tro tra sup­po­sti rifor­ma­tori o con­ser­va­tori in senso spe­ci­fi­ca­mente poli­tico, quanto di una guerra sot­ter­ra­nea e con­ti­nua tra chi gesti­sce fette di potere. È uno scon­tro tra chi vuole ampliare il pro­prio potere e chi lo difende.

Per­ché dun­que le aziende di Stato vanno rifor­mate? Per­ché in quel mec­ca­ni­smo di totale impu­nità, senza alcun con­trollo da parte dei ver­tici, si anni­dano cor­ru­zione, tan­genti e inve­sti­menti che ali­men­tano bolle. I diri­genti delle grandi aziende sta­tali, che in com­butta con i fun­zio­nari di Par­tito gesti­scono ingenti quan­tità di denaro, sono stati finan­ziati dalla corsa alla borsa e hanno finito per but­tare in un vicolo cieco (o in bolle rischiose) gli inve­sti­menti garan­titi. Una riforma delle aziende di Stato è dun­que vista come neces­sa­ria per creare mag­giore com­pe­ti­ti­vità, come richie­dono le regole del mer­cato che il Par­tito ha finito per accet­tare. Xi Jin­ping, ben con­sa­pe­vole delle dif­fi­coltà di que­sto pro­cesso, ha scelto la strada più tor­tuosa, tut­ta­via anche l’unica a sua disposizione.
Ha accen­trato potere, dando vita ad una cam­pa­gna anti cor­ru­zione vio­len­tis­sima con­tro qua­dri e fun­zio­nari, migliaia sono stati arre­stati e inda­gati. Lo scopo era duplice: ripu­lire le incro­sta­zioni di vec­chi lea­der (da Zhou Yon­g­kang a Jiang Zemin, pro­ba­bile pros­sima vit­tima) e arri­vare pro­prio ai ver­tici delle aziende di Stato. Ma, dicono i bene infor­mati, pro­prio i colossi avreb­bero tirato un brutto scherzo a Xi Jin­ping, finendo per con­cor­rere al capi­tom­bolo della borsa (a que­sto pro­po­sito è stata aperta un’indagine per insi­der tra­ding). Si dirà che i mer­cati finan­ziari cinesi pos­sono sop­por­tare la botta essendo cre­sciuti a dismi­sura (come spe­ci­fica Romano Prodi su Il Sole24ore).
A Xi Jin­ping, però, è stato inferto un colpo non da poco: improv­vi­sa­mente la diri­genza cinese è apparsa inaf­fi­da­bile, inca­pace di gestire il pro­cesso, get­tando nel panico anche le borse mon­diali. In que­sto modo chi sta lot­tando per difen­dere le pro­prie posi­zioni ha por­tato a segno un colpo piut­to­sto rile­vante, ma ana­lo­ga­mente ha finito per sco­per­chiare «il» pro­blema, ovvero la neces­sità per la Cina di pro­se­guire nelle riforme neces­sa­rie, affin­ché la «nuova nor­ma­lità» possa final­mente pren­dere il suo corso.
Nel pro­getto di Xi Jin­ping per rea­liz­zare il «sogno cinese», c’è natu­ral­mente lo svi­luppo del mer­cato interno che può cre­scere solo se — insieme ad una spinta sull’innovazione delle grandi aziende di Stato — verrà rifor­mato il sistema dell’hukou, ovvero il cer­ti­fi­cato di resi­denza appli­cato in epoca maoi­sta, che àncora al luogo di nascita i diritti sociali. Senza wel­fare, nelle grandi città, i lavo­ra­tori non spen­dono, rispar­miano per tempi migliori o per man­dare a scuola i pro­pri figli.
Insieme dun­que ad un aumento dei salari, come pro­spet­tato su que­ste pagine dall’economista indiana Ghosh, serve un riag­giu­sta­mento della giu­sti­zia sociale, la pos­si­bi­lità per i lavo­ra­tori di godere di wel­fare che per­metta di affron­tare con più sere­nità la pro­pria per­ma­nenza in città il cui costo della vita aumenta ogni giorno.
Al di là delle poten­ziali riforme, infine, c’è una que­stione aperta rela­tiva al nuovo patto sociale tra Par­tito e popo­la­zione. Il post den­ghi­smo è stato gestito in modo com­pleto da Jiang Zemin, dando vita alla fab­brica del mondo, con non pochi costi sociali, affian­cati al mira­colo economico.
Jiang Zemin, appena qual­che anno fa, di fronte al ritorno di una sini­stra che ricer­cava pro­prio la neces­sa­ria «redi­stri­bu­zione», ha agito da boss incon­tra­stato, con­tri­buendo non poco alla fine del «modello Chon­g­qing» (carat­te­riz­zato dalla forte pre­senza dello Stato e poli­ti­che di redi­stri­bu­zione) e alla fine della car­riera poli­tica di Bo Xilai (gli ese­cu­tori sono stati Hu Jin­tao e Wen Jia­bao). La «visione» di Bo Xilai rap­pre­senta ancora oggi — con tutti i suoi limiti — l’unica alter­na­tiva alla crisi del capi­ta­li­smo di Stato cinese.
A Chon­g­qing — mega­lo­poli da 30 milioni di abi­tanti — Bo Xilai era amato e al di là delle cro­na­che gior­na­li­sti­che, che ave­vano saputo cat­tu­rare la sua media­ti­cità, il suo «neo­maoi­smo» aveva tro­vato linfa tanto nel par­tito quanto nella società civile. Xi Jin­ping ha con­tri­buito ad affos­sarlo in nome del ten­ta­tivo di mischiare Jiang Zemin e Bo Xilai: più spa­zio ai pri­vati e nuova redi­stri­bu­zione. Un’alchimia che ancora non è riu­scita e che ha sca­te­nato — come pre­ve­di­bile — nuovi scon­tri interni.

Fonte: il manifesto

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