La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 15 settembre 2015

Un ricordo di Riccardo Terzi, sindacalista dalla forte passione politica

di Michele Prospero
Con Riccardo, negli ultimi anni, ho avuto un rapporto molto intenso. Lo chiamo adesso Riccardo perché lui rimase contento quando, nella presentazione che feci assieme a Salvatore Veca di uno dei suoi libri alla Casa della cultura di Milano, usai ripetutamente l’espressione “scrive Riccardo Terzi”. Apprezzò il mancato ricorso a un tono più confidenziale, segno – mi disse – che avevo preso con distacco, e cioè sul serio, il suo lavoro. Già in questo compiacimento per aver privilegiato il cognome, c’è una traccia della sua personalità. Quella di un politico di scuola comunista che non accetta che nelle faccende pubbliche si mescolino delle concessioni di carattere più privato. E Riccardo era un comunista di impronta togliattiana. Una delle ultime iniziative, organizzata nella sua Bergamo, era non a caso dedicata alla commemorazione dell’anniversario del celebre discorso di Togliatti sul rapporto con i cattolici, in vista di un comune attaccamento alla valorizzazione del destino umano.
Sulla scia del leader comunista, Terzi non trascurava il possibile apporto di sensibilità religiose in uno spirito di critica del capitalismo. Ma credeva soprattutto in una politica di alternanza, e non confidava nelle grandi coalizioni, che leggeva anzi come soluzioni confuse e deleterie per il sistema politico. Da giovane segretario della federazione milanese, nel 1983 pagò con l’istantanea marginalizzazione politica, l’intervento al congresso del Pci in cui si professò ostile alla cultura del compromesso storico. Ci teneva a rimarcare che la sua apertura verso i socialisti, per la costruzione dell’alternativa della sinistra, non era riconducibile a quella che, su altre basi, propugnavano i miglioristi. Lui ci teneva alla sua appartenenza comunista. Alla lezione del realismo politico di Togliatti, Terzi ha unito una certa curiosità per le formule di Panzieri, sull’autonomia del sociale, sul conflitto, sul senso della modernizzazione capitalistica. E forse proprio questi innesti, lo hanno accompagnato nella sua esperienza sindacale, intrapresa grazie a Lama dopo l’amarezza estrema dell’isolamento politico.
Quando mi chiese di scrivere una post-fazione allo scambio epistolare tra lui e Bertinotti, feci notare una cosa che forse può aiutare a chiarire meglio l’orientamento culturale di Riccardo. Bertinotti si professava, in quelle pagine, un “dellavolpiano”, e però usava continui rimandi mistici e invocava come soluzione salvifica una discesa dei barbari. Terzi invece aveva pronunciato parole severe contro il mio Della Volpe e però – questo notai – mostrava una curiosità tipicamente dellavolpiana per il reale, per la positività del sensibile che invece mancava in certe formule romantiche e mistiche di Bertinotti. Su invito di Riccardo ho partecipato a molte iniziative, a Firenze, a Milano, a Pescara, a Roma. Amava la conversazione e la buona tavola, e quindi era piacevole correre con lui, talvolta la moglie e il suo grande amico Mario, in Abruzzo, a fare dibattiti con Barca e Valdo Spini.
Dopo che aveva lasciato lo Spi per tornare a Milano, mi aveva chiesto, molti mesi prima, di tenere bloccate le prime giornate di luglio, per partecipare a un ciclo seminariale, con una relazione sulla crisi della rappresentanza (un suo tema-ossessione). Pochi giorni prima, la Cgil lombarda aveva mandato però una lettera ai relatori per annullare l’appuntamento, a causa dell’improvviso ricovero di Riccardo. Lui stesso mi chiamò, credo oggi perché all’oscuro della gravità del male, per dirmi che era tutto risolto, gli accertamenti erano andati bene e che quindi ci saremmo visti in autunno a Milano, per il seminario a cui tanto teneva e che era solo rinviato.
La crisi, il sociale, la rappresentanza, il partito erano le sue tematiche classiche. Uscito dal Pd, non aveva referenti politici, ma conservava una forte passione politica. Provava anche a capire perché suo figlio avesse scelto Grillo alle elezioni. Ma nello sgretolamento delle culture della sinistra non c’era alcuna fortezza da difendere. Forse quello che indubbiamente per lui fu un doloroso ripiego, una ferita – cioè il passaggio dal partito al sindacato – con la miserevole fine della sinistra politica assumerà col tempo un significato diverso. Per questo mi chiese di dedicare un numero monografico di “Democrazia e Diritto” al sindacato. Nel diluvio, l’unico tocco di rosso che ancora circola in Italia è quello della Cgil. Ed è con quel rosso, di una storia non spenta del movimento operaio, che ti saluto, caro Riccardo.

Fonte: rassegna.it
Originale: http://www.rassegna.it/mobile/articolo.cfm?ida=124846

Approfondimento - Riccardo Terzi, quel realismo senza smarrimento
di Aldo Tortorella

Non è reto­rico dire che la scom­parsa di Ric­cardo Terzi (per quanto amici ci si sen­tisse nel vec­chio Pci ci si chia­mava per cognome) è una per­dita assai grave per coloro che ancora pen­sano a un rifa­ci­mento della sini­stra. Quando si dice di qual­cuno ch’egli è un’intelligenza cri­tica si pensa nor­mal­mente a una per­sona inquieta, forse piena di ansie e di tor­menti. Ric­cardo Terzi era il con­tra­rio: una rara intel­li­genza cri­tica che appa­riva intrisa di serena coscienza e di pacata fermezza.
La sua era una forma di rea­li­smo – cioè di rico­no­sci­mento dello stato delle cose – senza smar­ri­mento delle moti­va­zioni che lo ave­vano spinto a schie­rarsi. Con un tale baga­glio di lim­pida cri­ti­cità del pen­siero e dun­que di piena auto­no­mia intel­let­tuale e morale ha attra­ver­sato prima la sto­ria del Par­tito cui aveva ade­rito da gio­va­nis­simo — giun­gendo ad essere il mas­simo diri­gente di una delle sue più grandi e dif­fi­cili orga­niz­za­zioni, quella di Milano — e poi, dall’inizio degli anni 80, del sin­da­cato. Nella Cgil ha avuto inca­ri­chi di dire­zione e di stu­dio tra i più deli­cati: Lama gli affidò il set­tore dei tec­nici e dei qua­dri dopo la scon­fitta alla Fiat segnata dalla rot­tura tra ope­rai e impie­gati, Tren­tin lo volle a capo del dipar­ti­mento per le riforme isti­tu­zio­nali quando ini­ziava la crisi del sistema poli­tico ita­liano. E fu diri­gente esperto di grandi orga­niz­za­zioni — la Cgil lom­barda, il sin­da­cato pen­sio­nati, il più grande di tutti — sem­pre man­te­nendo il pro­prio pro­filo di ricer­ca­tore, come pro­vano gli scritti sulle mate­rie affron­tate nei suoi vari incarichi.
Credo di essere uno dei più com­piuti testi­moni del suo per­corso intel­let­tuale e poli­tico: era un ragazzo della Fgci nel tempo in cui fui segre­ta­rio della Fede­ra­zione mila­nese del Pci. E spesso ci tro­vammo su posi­zioni diverse, pur con sen­ti­menti, se non vedevo male, comuni. Fu corag­gioso cri­tico di Ber­lin­guer in nome dell’intesa a sini­stra. Ma chi pen­sava di poterlo anno­ve­rare tra i par­te­cipi di una ten­denza che si veniva orga­niz­zando – quella che fu chia­mata la destra comu­ni­sta – sba­gliava radi­cal­mente, non meno di chi avesse pen­sato di clas­si­fi­carlo nel gruppo oppo­sto. Seguiva, a me pare, una pro­pria trac­cia: quella del radi­ca­mento di ogni pos­si­bile sini­stra nel sociale. Per­ciò quando gli parve – giu­sto o sba­gliato che fosse — che il suo par­tito sci­vo­lasse in astra­zioni lon­tane dalla realtà scelse il sin­da­cato. Avver­tiva l’avanzare di tempi nuovi e lo sfi­ni­mento di cate­go­rie di pen­siero obso­lete. Era tra i pochi che ave­vano inteso il senso di movi­menti nuovi come quello del fem­mi­ni­smo della differenza.
Fu innan­zi­tutto per il biso­gno di rin­no­va­mento nel pen­siero e nelle pra­ti­che poli­ti­che – quale ne potesse essere la fon­da­tezza – che, credo, seguì, come altri della sua gene­ra­zione, tutte le tra­sfor­ma­zioni del suo Par­tito, com­presa la meta­mor­fosi nel par­tito demo­cra­tico, pur cri­ti­can­done le invo­lu­zioni. Ma per non minore esi­genza di rin­no­va­mento se ne distaccò quando, dopo le ultime ele­zioni poli­ti­che, vide il rin­no­varsi del patto con la destra, anzi­ché un cam­mino verso quella parte dell’elettorato che aveva mani­fe­stato la sua pro­te­sta sociale in modo ch’egli non con­di­vi­deva (i cin­que stelle) ma di cui misu­rava la pro­fon­dità. La let­tera di dimis­sioni con­ferma il suo con­vin­ci­mento che solo un’autentica com­pren­sione della vita sociale alla sua base, può essere il metro con cui si misura una qual­siasi sini­stra. «Il resto è chiac­chiera», concludeva.
Un uomo libero, pur nelle costri­zioni tipi­che delle grandi orga­niz­za­zioni. Un diri­gente non sem­pre inteso in tutto il suo valore. Un intel­let­tuale di vaglia. Recen­te­mente sono stati pub­bli­cati alcuni suoi scritti acuti e lun­gi­mi­ranti, ancora attuali. Ma il mio dolore pri­vato è per la per­dita di quello che è sem­pre stato per me, quel ragazzo dallo sguardo pen­soso e dal sor­riso gen­tile, avaro di parole. Ma quando le parole usci­vano erano neces­sa­rie e sagge. Il con­tra­rio della chiac­chiera, oggi al potere.

Fonte: il manifesto
Originale: http://ilmanifesto.info/riccardo-terzi-quel-realismo-senza-smarrimento/

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