La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 6 settembre 2015

Sull’Armenia incombono fantasmi identitari

di Adriano Prosperi
Nel calei­do­sco­pio di cul­ture e di reli­gioni dell’Impero Otto­mano ve ne era una carat­te­riz­zata dalla sua anti­chis­sima radice cri­stiana: quella armena. Era un popolo di con­ta­dini stretto intorno ai suoi vescovi e di una élite cit­ta­dina abi­tante nelle pro­vince orien­tali dell’impero. Alla fine dell’800 con­tava circa tre milioni di abi­tanti. Ma pro­prio allora la crisi dell’Impero si rivelò con carat­teri che misero in peri­colo l’esistenza stessa degli armeni tutti. Tra il 1894 e il 1896, rea­gendo alle pro­te­ste con­tro la pres­sione fiscale, una bru­tale azione mili­tare portò a stragi spa­ven­tose: si parla di circa due­cen­to­mila morti.
Ci fu chi intra­vide fin da allora una stra­te­gia die­tro tanta vio­lenza: si vole­vano libe­rare in un modo o nell’altro le terre orien­tali dell’Anatolia dalla pre­senza armena per fare posto ai tur­chi cac­ciati dai ter­ri­tori otto­mani resisi via via indi­pen­denti. Di fatto, il dise­gno di una bru­tale sem­pli­fi­ca­zione e moder­niz­za­zione for­zata in senso occi­den­tale – uno Stato, una reli­gione, un popolo – si dispiegò nel 1915 gra­zie al con­te­sto della guerra mon­diale. Fu una vera «solu­zione finale» del pro­blema armeno, pro­get­tata e man­data a effetto da una volontà cen­trale unita a forme di tale sel­vag­gia fero­cia col­let­tiva da fis­sarsi come il modello sto­rico dell’eliminazione vio­lenta di un intero gruppo umano – quello che fu poi chia­mato «genocidio».

Per molto tempo la piena cono­scenza dei fatti, cir­co­lante gra­zie all’impegno di eredi e soprav­vis­suti, una cono­scenza resa popo­lare dal cele­bre romanzo di Franz Wer­fel, è stata osta­co­lata o negata da parte della Tur­chia moderna e della sua sto­rio­gra­fia. Ma le rela­zioni uffi­ciali dell’epoca, come quella che il governo inglese affidò a due suoi inca­ri­cati (uno era lo sto­rico Arnold Toyn­bee), le testi­mo­nianze dei soprav­vis­suti e gli atti del pro­cesso cele­brato dalle potenze vin­ci­trici nel 1919 non lascia­rono dubbi sulla inau­dita por­tata del cri­mine e sul suo volto insieme antico e moder­nis­simo: antico era il modello della costru­zione dello stato per via di eli­mi­na­zioni e tra­sfe­ri­menti di popo­la­zioni. Come la cac­ciata degli ebrei nel 1492 aveva con­tri­buito a creare l’unità poli­tica del popolo spa­gnolo, così la Tur­chia moderna con la strage degli armeni si liberò del suo pas­sato di impero mul­tiet­nico. Moder­nis­simo fu invece il per­corso pro­get­tato con gelida deter­mi­na­zione e man­dato a segno con inau­dita ferocia.
Come mostra un impor­tante libro di Mar­cello Flo­res, Il geno­ci­dio degli Armeni (Il Mulino, pp. 348, euro 25,00), la guerra mon­diale creò l’occasione per man­dare a effetto il dise­gno di «ripu­lire il paese dai suoi nemici interni – i cri­stiani – senza dover fron­teg­giare l’intervento diplo­ma­tico delle potenze stra­niere»: così si espresse il mini­stro dell’interno Talât, uno dei prin­ci­pali arte­fici dell’operazione, scri­vendo al gran visir il 26 mag­gio 1915.
Comin­ciata in aprile con l’arresto dei mem­bri della élite armena, l’operazione pro­se­guì con la depor­ta­zione e la strage siste­ma­tica di quel popolo, accu­sato di essere una quinta colonna nemica, mem­bro di un «grande com­plotto» inter­na­zio­nale. Gli armeni furono pri­vati di tutti i loro beni, espulsi e avviati a un per­corso di fame e di morte. Le scene della eli­mi­na­zione fisica di intere masse umane, delle donne ven­dute e fatte schiave, arri­va­rono in Europa attra­verso le testi­mo­nianze di viag­gia­tori e le rela­zioni di inviati diplo­ma­tici. Scon­vol­gente il mate­riale foto­gra­fico, di cui il libro di Flo­res pre­senta una ragio­nata sele­zione. Così, tra il 1915 e il 1916 gran parte della popo­la­zione armena della Cili­cia e dell’Anatolia fu mas­sa­crata. Fu un geno­ci­dio, il primo del mondo con­tem­po­ra­neo, tutt’ora dura­mente negato dal governo turco. E si è visto pro­prio quest’anno come sia bastata la com­me­mo­ra­zione uffi­ciale dell’evento e la sua defi­ni­zione come «geno­ci­dio» a susci­tare vio­lente rea­zioni da parte del pre­mier Erdogan.
Il ter­mine geno­ci­dio fu coniato dall’ebreo polacco Raphael Lem­kin nel 1944, nel corso di una ana­lisi del regime giu­ri­dico impo­sto dai nazi­sti nei ter­ri­tori occu­pati, redatta per conto dell’amministrazione ame­ri­cana. Nel momento in cui il mondo intero pren­deva coscienza di quel che era acca­duto nei campi di ster­mi­nio nazi­sta, per Lem­kin tor­nava attuale il caso armeno nella defi­ni­zione della nuova figura di reato.
Un estratto di un suo dos­sier sull’eliminazione in massa degli armeni si legge nel volume di testi­mo­nianze che la bene­me­rita Giun­tina ha pub­bli­cato alla vigi­lia del cen­te­na­rio, Pro Armenia.Voci ebrai­che sul geno­ci­dio armeno (a cura di Ful­vio Cor­tese e Fran­ce­sco Berti, con la pre­fa­zione di Anto­nia Arslan). Di par­ti­co­lare inte­resse, il memo­ran­dum che l’agente segreto Aaron Aaron­sohn inviò allora al governo inglese per accu­sare l’indifferenza, se non la col­la­bo­ra­zione, dei fun­zio­nari tede­schi pre­senti come alleati nell’Impero otto­mano.
La pro­po­sta di Lem­kin divenne norma del diritto inter­na­zio­nale con la con­ven­zione appro­vata dalle Nazioni Unite nel 1948 sulla «pre­ven­zione e puni­zione del cri­mine di geno­ci­dio». In quest’anno cen­te­na­rio, si è visto come intorno alla parola «geno­ci­dio» si apra ancora un fos­sato che divide la moderna Tur­chia dall’Europa. Per­ché la parola sia impro­nun­cia­bile, almeno dal pre­mier Erdo­gan e dalla memo­ria uffi­ciale della Tur­chia moderna, è molto ben spie­gato da Mar­cello Flo­res nella sua ampia e ana­li­tica espo­si­zione, che non si limita al pun­tuale rac­conto delle stragi degli armeni, tra i mas­sa­cri «hami­diani» del 1894–96 e il grande ster­mi­nio del 1915, ma si pone un pro­blema più ampio: quello del rap­porto tra la poli­tica attuale del governo turco, atte­stata sul più rigido nega­zio­ni­smo, e la matu­ra­zione di una coscienza della verità sto­rica e di una cono­scenza appro­fon­dita della realtà dei fatti, che non lascia alibi ai ten­ta­tivi di sfu­marli nell’indistinto di una appa­ren­te­mente equa­nime divi­sione delle colpe tra vit­time e assassini.
Il dato fon­da­men­tale è che nella Tur­chia moderna, nata dal tra­collo dell’Impero Otto­mano, esi­ste una verità sto­rica di Stato: quella di un’identità nazio­nale dotata di spe­ci­fici carat­teri. È uno dei tanti casi di scia­gu­rata for­tuna del fan­ta­sma dell’«identità»: dando corpo al fan­ta­sma sovra­sto­rico dell’identità col­let­tiva, il potere poli­tico si legit­tima come suo inter­prete e tutore.
In Tur­chia chi cri­tica o mette in discus­sione l’identità nazio­nale si rende col­pe­vole di un cri­mine a norma dell’art. 301 del codice penale. Negli anni della guerra fredda un capo­sti­pite della sto­rio­gra­fia acca­de­mica sulla Tur­chia, Lewis V. Tho­mas, rias­su­meva la «verità» di stato soste­nendo la neces­sità sto­rica della tur­chiz­za­zione e dell’islamizzazione acce­le­rate «con l’uso della forza» e l’aggressione con­tro gli armeni. Il pre­sente legit­ti­mava il pas­sato, secondo Tho­mas: per­ché la nascita di «una Repub­blica turca che deve la pro­pria forza e sta­bi­lità …all’omogeneità della sua popo­la­zione» era meri­te­vole di avere creato «un valido alleato degli Stati Uniti» inse­rito nel campo occi­den­tale e nella Nato.
Come mostra Mar­cello Flo­res, tesi come que­ste sono ser­vite fin dall’epoca dei fatti per celare i carat­teri reali della strage siste­ma­tica del popolo armeno; e ancora oggi, men­tre la cul­tura turca sarebbe ormai pronta a fare i conti col suo pas­sato, il regime attuale si atte­sta sulla difesa dell’identità isla­mica e turca soste­nuto dalle ragioni stra­te­gi­che e dal con­te­sto medio-orientale che lo ren­dono un alleato indi­spen­sa­bile all’interno della Nato.

Fonte: il manifesto

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