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di Gianni Ferrara
È mirabolante il tipo di dibattito che si svolge sulla riforma
del Senato. Ad una valutazione fortemente e motivatamente
critica sugli esiti derivanti dal testo in discussione, qualora
fosse approvato tal quale, si risponde non discutendo tale
valutazione, ma opponendole plateali incongruità. Che vanno dalla
disciplina di partito, alla tenuta della maggioranza di governo,
allo scioglimento anticipato del Parlamento, il cui potere,
peraltro, non spetta al Presidente del Consiglio. A queste
manifestazioni di mera tracotanza si aggiungono però, a difesa del
disegno governativo, due argomentazioni che richiedono
specifiche repliche. Una è quella della intangibilità fattuale
delle deliberazioni già adottate, intangibilità che deriverebbe
dall’obbligo (non certo giuridico e non si sa di quale tipo) di
riapprovarle così come sono per cogliere … l’irripetibile occasione
storica rappresentata da Matteo Renzi. L’altra è quella della
volontà popolare che lo stesso Renzi interpreterebbe, certo non per
mandato elettivo, visto che alle elezione del 2013 non era neanche
candidato, quindi per carisma naturale o … divinamente infuso.
La tesi della intangibilità fattuale sembrerebbe basarsi sulla
persuasione che il dibattito trentennale sulle riforme
istituzionali avrebbe da tempo prodotto un’amplissima concordanza
sui contenuti di tali riforme. I dubbi sul voto a favore del disegno
di legge da parte del Senato smentiscono recisamente tale
persuasione. C’è di più. La pretesa intangibilità, se si fosse
affermata o si affermasse, si rivolgerebbe contro il suo
obiettivo. Perché, privando di rilevanza determinativa la seconda
delle deliberazioni di ciascuna Camera, dissolverebbe la ratio
del procedimento. Ratio che impone, con la seconda delle due
intervallate deliberazioni, l’obbligo di riesaminare gli effetti
sistematici del contenuto della prima deliberazione per
accertarne la virtuosità, l’adeguatezza o la perversità. E, in
queste due ultime ipotesi, se l’insufficiente o la deprecabile
efficacia della prima deliberazione sia emendabile intervenendo
sul testo approvato o sia invece tale da imporre la reiezione
espressa o tacita del progetto di riforma. L’intangibilità fattuale,
una volta accertata, verrebbe a configurare l’incostituzionalità
della legge di revisione per vizio in procedendo.
L’affermazione della corrispondenza delle riforme istituzionali
che Renzi sta imponendo alla volontà popolare è falsa. La volontà
popolare, certa ed incontrovertibile, fu manifestata dal corpo
elettorale col referendum del 26 di giugno di 9 anni fa, quando la
stragrande maggioranza delle elettrici e degli elettori respinse la
legge costituzionale mirante all’instaurazione del «premierato
assoluto». Quando cioè, per la prima volta nella storia delle
costituzioni e degli stati, il popolo italiano volle riconfermare
la Costituzione approvata 58 anni prima e, specificamente, la
forma di governo che la qualificava, quella parlamentare. La
cancellazione di questa decisione del popolo sovrano dalla memoria
della Nazione, questa sorta di abrogazione tacita e illegittima
degli effetti di un referendum costituzionale da chi e da quanti
avrebbero dovuto garantirli, non può negarne la certezza storica. Di
quella decisione popolare ne va rivendicato invece il valore e la
forza. E proprio a fronte dell’eversione legale che Renzi sta
compiendo, avendo riproposto e imposto il premierato assoluto
a mezzo del sistema elettorale, l’italicum.
La verità del suo disegno la abbiamo rivelata più volte. È la
trasformazione in senso autoritario del regime costituzionale.
L’opposizione parlamentare alla riforma del Senato mira a scavare
l’ultima trincea per quel che resta del costituzionalismo in
Italia. L’approvazione del testo in discussione senza modifiche sul
meccanismo di composizione del Senato, e senza reali
contropoteri a quelli del premier ridisegnato come capo del
governo dall’italicum, determinerebbe l’inarrestabile deriva
autoritaria della Repubblica. La lotta al disegno di legge sul
Senato è perciò lotta per le garanzie costituzionali, lotta
all’italicum. È in questa legge il grimaldello che spalanca le porte
all’autoritarismo. Non si tratta di temi e questioni reciprocamente
indifferenti o indipendenti. La composizione di un organo
costituzionale così come la trasformazione dei voti in seggi si
deliberano mediante norme giuridiche che non sono mai solitarie.
Esistono se, solo se ed in quanto elementi, parti di un sistema che
collega ciascuna di esse a tutte le altre e, solo se insieme, possono
disporre, istituire, tutelare, e obbligare secondo un principio
etico-politico. Il diritto è sistema. È sistema ogni forma di governo
con le sue componenti indefettibili tra cui quella che assicura la
rappresentanza con una strutturazione unitaria o duale. Una
dualità che si giustifica non soltanto se è diversificata la
fonte della rappresentanza di ciascuno i dei due rami del
Parlamento ma se la loro distinzione si pone come strumento di
garanzia dei principi dell’ordinamento.
Chi scrive ha sostenuto in tempi lontani l’assenza di una base
razionale che giustificasse il bicameralismo sancito in
Costituzione. Ebbe anche modo, nel 1985, di proporre una legge
costituzionale che sostituiva il monocameralismo al
bipolarismo. Si era in altra, enormemente diversa stagione della
storia istituzionale italiana. I partiti erano tali e di massa,
non degradati a comitati elettorali. Vigeva il sistema elettorale
proporzionale che poneva all’interno stesso della rappresentanza
i contrappesi di garanzia della democrazia politica descritta
e prescritta in Costituzione. Quella funzione di garanzia che nel
testo della riforma costituzionale in discussione manca del tutto.
Ad assumerla potrebbe essere quindi un Senato eletto direttamente dal
corpo elettorale e provvisto dei mezzi adeguati per esercitarla.
Mezzi come la partecipazione eguale alla legislazione in materia
di diritti e sull’ordinamento dello stato e come il ricorso diretto
alla Corte costituzionale in caso di conflitto con la Camera dei
deputati su quelle materie. Il bicameralismo italiano
acquisterebbe così un fondamento razionale.
Fonte: il manifesto
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