di Pierfranco Pellizzetti
Ci
sono dei momenti e dei punti in cui talvolta fa capolino il volto
abietto della nostra civiltà. A saperlo scorgere dietro il velo degli
abbellimenti verbali e dei ragionamenti contorsionistici. Una civiltà
nata all’insegna del venerando e venerabile principio di libertà,
propugnato pensando a tutt’altro; alla tutela della proprietà, del
privilegio possessivo. Si cominciò nel ‘600, quando la libellistica che
promuoveva l’idea di libero mercato servì a dare forma decorosa e
disinteressata agli appetiti dei circoli finanziari anglo-francesi,
determinati a entrare nel lucroso business della tratta schiavistica; a
quel tempo regolata oligopolisticamente dalle patenti regie.
Esperimento manipolativo del comune sentire ripetuto innumerevoli
altre volte, ma sempre a vantaggio degli interessi di pochi: dalla
propaganda nazionalistica, con cui venne spezzata l’unità del fronte
operaio che si riconosceva nell’internazionalismo, arrivando alle
odierne campagne anti-tasse per sbaraccare il sistema di welfare, rendendo – come si suol dire – il ceto medio “cornuto e mazziato”.
Un mood argomentativo che ritroviamo – paro paro – nelle
torsioni concettuali a difesa della presunta libertà di scelta in ambito
scolastico, dietro cui si nasconde un’aggressione al principio
costituzionale che attribuisce al settore pubblico il compito di
concretizzare il diritto all’istruzione; uno dei punti
della presenza statuale particolarmente esposto all’opera di
sbaraccamento dei diritti fondativi della cittadinanza. Operazione
perseguita con una faccia tosta degna della celebre massima di La Rochefoucault: “l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù”.
Con effetti quasi comici, a cominciare dall’assunto: “chi meglio
delle famiglie può operare la scelta in materia di indirizzo scolastico
dei propri figli?”. C’è da ridere a questo quadretto di padri e madri
assurti a certificatori della qualità didattica al tempo in cui si
assiste alla catastrofe della genitorialità, alla
rinuncia del proprio ruolo da parte di adulti sempre più disattenti e –
comunque, per lo più – privi di strumenti di giudizio per scelte che
vadano più in là di un percorso facilitato; che non crei grattacapi a
padri e madri (chiamandoli a responsabilità che non possono/intendono
assumersi) e gratifichi l’allievo del facile quanto sospirato diploma.
Ancora più da ridere la primazia attribuita al privato
in quanto livello di prestazione, in quanto monetizzata. Una
superstizione che attribuisce eccellenze a vanvera (come nella sanità
milanese, dove alla gente venivano asportati organi sani per incassare
ticket e si moriva arsi vivi nelle camere bariche). Chi scrive ricorda
benissimo il proprio percorso educativo, largamente svolto in istituti
religiosi (due anni di asilo presso le suore Marcelline e dieci dai
Barnabiti; con liberatoria fuga al liceo classico in una scuola
pubblica), dove gli insegnanti risultavano o in tonaca (generalmente
riempitivi) oppure personale sottopagato (a elevato tasso di
frustrazione); selezionato al risparmio per far quadrare i conti secondo
i criteri propri di un’impresa rivolta al profitto. Lo stesso criterio per cui la privatizzazione della sicurezza (NeoLib)
negli aeroporti americani venne considerata responsabile di quegli
arrivi incontrollati di terroristi autori degli attacchi dell’11
settembre.
Tornando al tema: i genitori (abbienti) orientati alla scelta
scolastica nel privato parlano di qualità e – dunque – di libertà. Ma
che cosa si vuol dire effettivamente sciacquandosi la bocca con questi
alati concetti? Coltivare relazioni, ecco a cosa si pensa. Ossia spedire
i figli in un ambiente selettivo, dove conoscere e frequentare buone
amicizie; che verranno utili per ottenere favori futuri. La stessa
visione miope per cui le famiglie italiane scelgono la via liceale e considerano quella tecnico-professionale “una seconda scelta di ripiego”, a prescindere dalle vocazioni/attitudini dei ragazzi.
Nella logica di quel tipico capitalismo di relazione italiano, che si
puntella attraverso il meccanismo dei favori. Una scelta di status, che
prescinde completamente dalla preparazione a esercitare ruoli
effettivi, anticamera del processo di ricastalizzazione
della società in atto. Perché dopo tanto parlare di “società aperta”
stiamo veleggiando verso realtà sempre più “chiuse”. Grazie anche a
professionisti della paura che oggi danno il peggio di loro sul tema
dell’immigrazione. E questa è solo un’altra faccia delle monete
svalutate che stiamo battendo.
Fonte: Il Fatto quotidiano
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