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di Francesca Borrelli
Approdare alla scrittura di un romanzo con forti componenti
di intrattenimento mettendo in scena personaggi quasi tutti
animati da cattivi sentimenti è la prodezza che Javier Cercas si
è voluto concedere, dopo avere passato gli scorsi anni a smentire il
fondato luogo comune per cui i nobili sentimenti mal si conciliano
con la qualità del romanzo. Tutti i lettori di Cercas ricorderanno
che molto del successo di Soldati di Salamina era dovuto
all’enigma nascosto in un beau geste: da una parte un gerarca
falangista in fuga, dall’altra un giovane miliziano che lo rincorre
per condurlo alla fucilazione; ma quando lo raggiunge, uno sguardo
tra i due basta a farlo recedere dalla sua missione, così che il
gerarca se ne va illeso.
Dopo otto anni, Cercas aveva rallentato il ritmo della sua prosa
e esasperato la dilatazione dei dettagli, ma ancora una volta
aveva deciso, in Anatomia di un istante, di far ruotare
tutto il senso del romanzo intorno al nobile gesto di fermezza che
inchiodò Adolfo Suarez al suo scranno, mentre gli altri
parlamentari si buttavano a terra su comando dei militari che, il
23 febbraio 1981, avevano proclamato il colpo di stato.
Anche tra le pagine dell’ultimo romanzo, per la verità, lo sguardo
salvifico di un poliziotto risparmia la galera a un improvvisato
delinquente, ma a parte questo lampo di magnanimità tutto ciò che si
svolge tra le pagine di Le leggi della frontiera (Guanda,
traduzione di Marcella Uberti-Bona, pp. 394 euro 18,00) esibisce
qualcosa di respingente: dalla vigliacca brutalità degli scolari
medioborghesi, che imperversano sul più debole di loro
infliggendogli orribili vessazioni, alla mancanza di scrupoli di
una banda giovanile dedita al furto e alla rapina, alla squallida
iniziazione al sesso consumata nell’anticamera di un cesso
pubblico. Il protagonista, più o meno sempre nel ruolo della
vittima, è Ignacio Cañas detto Gafitas, all’epoca dei fatti
sedicenne nonché ribelle alle pretese di tutela della sua famiglia
medioborghese, poi avvocato, e a trent’anni ancora di distanza voce
narrante della stagione che il libro intende ricostruire: l’estate
del 1978, in una Gerona cupa e clericale, non ancora emancipata
dalle ombre lasciate in dote da Franco, che era morto appena tre
anni prima.
La testimonianza di Cañas si alterna a quella dell’ex poliziotto
che al tempo gli risparmiò la galera, e confluisce nel libro di un
oscuro scrittore, attratto principalmente dal progetto di ritrarre
quel fenomeno sociale che si esprimeva, all’indomani della fine della
dittatura, nel proliferare di bande giovanili, capaci di tenere
in scacco le città. La più famosa tra queste era la banda di Zarco,
vera star del romanzo, anche lui sedicenne all’epoca dei fatti,
sfrontato, crudele, apparentemente saldo nelle certezza della
propria impunità. L’incontro di Gafitas con Zarco è di quelli fatali:
per tre mesi il ragazzo di buona famiglia passa dalla parte dei
criminali, per ragioni che hanno più a che fare con la mancanza di un
atto decisionale che con la scelta consapevole di un destino.
Uscire dalla trappola diventa pressoché impossibile quando
l’inerzia iniziale che ha permesso a Gafitas di seguire la banda nei
suoi primi misfatti si converte nella attrazione per la ragazza del
capo, il mitico Zarco, appunto.
Sfuggente e tuttavia fedele, la giovane Tere accompagnerà il
destino di Zarco dalla sua ascesa nelle cronache locali al suo approdo
nella patrie galere, senza mai sparire dalla vita di Gafitas, nel
frattempo diventato avvocato e impegnato nella assoluzione del
vecchio amico con cui aveva condiviso una stagione di teppismo.
Quanto a Zarco, se nelle prime pagine del romanzo era apparso come un
«precursore», in quelle finali è ormai ridotto un «anacronismo».
Javier Cercas, che sarà venerdì 17 al Salone del libro è in tournée
in Italia da due mesi, ma ha cominciato a parlare del suo libro solo
nell’imminenza dell’uscita, qualche giorno fa.
Diversamente da quanto accade nei romanzi che le hanno
procurato il successo, nella pagine di questo suo ultimo libro lei
si è spinto molto più avanti nella finzione, sganciandosi dai fatti
della Storia. Quale esigenza l’ha portata verso questa scelta?
"Intanto mi domando: esiste la finzione pura? Io credo di no. A me
pare che tutta la narrativa sia felicemente contaminata dalla
realtà. Anche in questo mio ultimo romanzo i punti di contatto con
i fatti realmente accaduti sono molti, a cominciare da ciò che
riguarda la mia biografia: il protagonista è simile a com’ero io
da ragazzo, vive a Gerona, la stessa città in cui sono cresciuto; ma
non solo. Nel libro si parla di un fenomeno molto importante
e altrettanto dimenticato che era stato tipico degli anni della
transizione dalla dittatura alla democrazia, ossia il
proliferare di bande criminali formate da giovani diventati
rapidamente dei miti popolari, figure che per anni hanno nutrito una
sorta di subcultura, invadendo i media per poi repentinamente
scomparire. Tutto ebbe inizio alla fine degli anni ’70 e alla metà
degli ’80 era già scomparso: fu una stagione effimera, che coincise
con un mutamenti politici molto significativi, la stagione
immediatamente successiva alla morte di Franco. Mentre mi stavo
documentando per scrivere Anatomia di un istante,
e dunque ero alla ricerca di fonti sulla politica «alta», mi
imbattevo continuamente in quelli che erano, in realtà, gli
argomenti davvero in grado di riscuotere il successo delle cronache.
Ne erano protagonisti assoluti i componenti di bande
giovanili, che proprio per la loro capacità di incarnare le
speranze e al tempo stesso le paure della Spagna in quegli anni di
enorme cambiamento, funzionavano come eroi popolari. La loro fama
era dovuta anche, se non soprattutto, a quel miscuglio di finzione
e verità di cui consiste il giornalismo, un mixage il cui
risultato si risolve in una menzogna, ma in grado di dire molto del
paese e della società che l’ha resa possibile.La stesura di Anatomia di un istante
aveva comportato la necessità di obbedire alla realtà dei fatti,
e per me era stato come scrivere con una mano dietro la schiena:
qualcosa di molto difficile e antinaturale, che al libro era
tuttavia necessario. Perciò, poi, la reazione di questo ultimo
romanzo, che risponde all’impulso di andare verso la libertà della
finzione, ammesso – torno a dire – che esista una finzione pura."
In tutti i suoi romanzi più importanti lei cerca di isolare
un istante significativo, magari affidato a un solo gesto,
e intorno a quello imbastisce il filo del racconto che lo avvolgerà,
allontanandosi dal suo centro e poi tornando a metterlo a fuoco.
In questo ultimo romanzo il momento chiave sembrerebbe coincidere
con lo sguardo del poliziotto che va a casa dei genitori di Gafitas
per arrestarlo, ma vedendolo tanto spaurito identifica in lui il
bravo ragazzo sviato per caso, e lo lascia andare. Lei è d’accordo sul
fatto che è questo, nel suo romanzo, il momento cruciale?
"Sì, anche se le ragioni che stanno dietro i gesti che lei ha
ricordato sono difficilmente sondabili: non si sa bene perché –
per esempio – il poliziotto lascia andare Gafitas. È per via di un
malinteso, dirà più tardi, all’epoca in cui racconta quei fatti
lontani. Ma nel romanzo c’è anche un altro momento essenziale, ed
è quando quando Zarco viene inseguito e cade mentre Gafitas scappa.
È un attimo dominato dall’ambiguità, dove prevale l’istinto, un
momento in cui non è chiaro chi ha denunciato chi, e questo non sapere
è molto importante."
Verso la fine del romanzo lei dice che in Zarco lottano la
persona e il personaggio, ma vince il secondo. Forse ciò che rende
triste questo «eroe» è la distanza da sé che deve tollerare per
obbedire al suo ruolo, è questo che voleva dire?
"Zarco è stato un personaggio molto complesso, perché è basato su
due, forse persino tre persone reali, ma non risponde alle
caratteristiche di nessuna di loro. Il suo è un ruolo creato
interamente dai mass media ed questo che ne fa un personaggio così
drammatico. Come tutti noi, anche Zarco è dotato di aspetti privati,
ma il suo personaggio uccide la persona. È un dramma comune a tutti
quei ragazzi che si sono ritrovati imprigionati in gabbie costruite
intorno a loro dai media, e che hanno sacrificato il proprio sé,
nascosto dalla maschera che veniva loro imposta. La maggio parte di
questi ragazzi è morta molto giovane, Zarco è stato una eccezione, la
variante spagnola di un mito che nel cinema ha avuto vari esempi, da Billy the Kid a quel bellissimo film di Carlos Saura che è In fretta in fretta.
Il protagonista era un giovane morto in carcere, che non sarebbe
diventato un criminale se non fosse stato vinto, appunto, dal suo
personaggio. Tutti questi giovani sono stati vittime di una
mistificazione: nel mio libro c’è una visione molto nera del
giornalismo, perché il suo potere è ogni giorno più grande
e bisognrebbe rendersene responsabili. Non tutti sono all’altezza
dei miti che creano."
Torniamo per un momento a «Anatomia di un istante»: la sua
costruzione ricorda il lavoro dell’analista che interroga la verità
di un paziente, ne riceve un racconto pieno di omissioni, nonsense
e ricostruzioni fallaci, poi lo ricompone nella scrittura del caso
clinico, saturando i vuoti e ciò che non torna con un lavoro di
interpretazione, e in definitiva offrendo del paziente una verità
narrativa che non coincide con la verità storica ma può esercitare
ugualmente una funzione terapeutica. Questo dislivello tra verità
storica e verità narrativa è ciò di cui sembra consistere
«Anatomia di un istante», è d’accordo?
"L’analogia con il processo analitico mi è stata, in effetti, fatta notare. Per me Anatomia
è un romanzo tendenzialmente privo di finzione, dove si racconta
la realtà dei fatti e si cercano, allo stesso tempo, la verità storica
e quella letteraria: un obiettivo teoricamente impossibile da
raggiungere. Contrariamente alle Leggi della frontiera, e in parte anche a Soldati di Salamina, che cercano solo la verità narrativa, Anatomia
insegue la verità aristotelica della poesia attraverso le figure
della storia, sonda quei momenti in cui la realtà sembra avere un
senso. Il compito della letteratura è manipolare la realtà per
trovarle una forma, ma formalizzarla significa alterarla, optare
per la menzogna. Scrivere Le leggi della frontiera ha
voluto dire, per me, tornare alla possibilità di sperimentare
tutto ciò che desideravo, ha voluto dire riandare alla adolescenza,
una età della vita sulla quale non avevo mai scritto. In fondo è un
Bildungsroman, eppure non lo avevo pensato così. Questo libro ha
cambiato tutta la visione dei miei lavori passati e, più in generale,
la mia considerazione stessa del romanzo, perciò mi piace. Ogni
opera di finzione dovrebbe essere in grado di alterare la propria
visione della realtà: questa mia ultima prova, in particolare, mi ha
portato a scrivere un saggio che si dovrebbe intitolare Il punto cieco.
L’idea è che in tutti i romanzi c’è un punto attraverso il quale non
si vede niente, e questo non vedere è esattamente la forma
attraverso la quale il romanzo vede: questa oscurità è la forma in
cui l’intreccio si illumina, questo silenzio è il modo in cui si fa
eloquente. Tutti i romanzi che amo contengono una domanda
essenziale: don Chisciotte è pazzo o non lo è? Sì, lo è, ma allo
stesso tempo è l’uomo più saggio del mondo. Ecco il punto cieco, il
punto che non trova soluzione. Tutti i romanzi camminano verso una
risposta che non c’è, una risposta che non è mai inequivocabile,
chiara, tassativa. Nelle Leggi della frontiera la domanda
essenziale è di genere poliziesco: chi ha tradito Zarco? Chi è stato
il delatore che ha denunciato la sua banda? Non si saprà mai,
e questa ambiguità è decisiva. Se è stata Tere, la donna di Zarco (la
amante, l’amica? non si sa) il romanzo va verso una direzione, ma se
è stato Gafitas il senso è tutto diverso. Sta al lettore decidere.
E proprio questo non sapere è la forma attraverso la quale il romanzo
sa."
Fonte: il manifesto
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