La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 6 settembre 2015

Una lezione di democrazia

di Cristina Piccino
Il film più bello visto sul Lido finora è fuori con­corso. Eppure Fre­de­rick Wise­man lo scorso anno è stato pre­miato con il Leone d’oro alla car­riera, e que­sto mera­vi­glioso e vispis­simo signore bosto­niano ultraot­tan­tenne è uno dei grandi regi­sti con­tem­po­ra­nei. Il «pro­blema» è che In Jack­son Heights è un «docu­men­ta­rio» di quelli clas­sici, da cinema diretto, senza esca­mo­tage di genere e «nar­ra­tivi» che si fatica a met­tere in gara – come il modello Can­nes inse­gna, lì poi sono dav­vero inte­gra­li­sti, film come The Look of Silence di Oppe­n­hei­mer, qui pas­sato in con­corso e pre­miato, non lo met­te­reb­bero mai a gareg­giare per la Palma d’oro. Pec­cato se l’alternativa sono pro­po­ste da cinèma di papà come il Mar­gue­rite di Xavier Gian­noli, indi­ge­sta farsa tra­gica Belle Epo­que sulla can­tante sto­na­tis­sima che tutti asse­con­dano dicen­dole quanto è brava.
E’ nobile, ricca, paga uno stuolo di avidi servi, donne bar­bute, can­tati deca­duti stran­go­lati dai debiti, gio­vani fan­ciulli, dal ricatto dei loro pia­ceri en tra­ve­sti, mariti deboli e com­pia­centi che ripo­sano le orec­chie nelle brac­cia dell’amante. Una spe­cie di vestito dell’imperatore cucito per cat­tivo amore o per inte­resse che sicu­ra­mente farà fre­mere di com­pia­ci­menti più di qual­cuno.

Jack­son Heights è una parte di Queens, New York, il quar­tiere dove con­vi­vono immi­grati pro­ve­nienti da tutto il mondo, India, Cina, Ame­rica latina, Paki­stan, Ban­gla­desh, si con­tano circa 167 lin­gue e dia­letti, tra gli anziani dei quar­tiere ci sono ancora molti ita­liani e irlan­desi delle pre­ce­denti immi­gra­zioni. Spiega Wise­man che dopo molti film girati all’interno di isti­tu­zioni – la Natio­nal Gal­lery, Ber­ke­ley, l’Opera di Parigi – voleva esplo­rare di nuovo una zona geo­gra­fica com­po­sta da molte indi­vi­dua­lità. Cosa rac­conta dun­que In Jack­son Heights? La vita quo­ti­diana del quar­tiere, per­cor­rendo la Roo­se­velt Ave­nue, le sue tra­sfor­ma­zioni e le sue con­trad­di­zioni, i rap­porti tra que­ste per­sone così dif­fe­renti che gene­rano con­flitti ma anche molta solidarietà.                                                           
L’incontro tra “vec­chi” e nuovi migranti e gli ine­vi­ta­bili cam­bia­menti che ogni metro­poli attra­versa, i pro­cessi di gen­tri­fi­ca­zione e la per­dita di uno spa­zio comune.
Wise­man ci porta nelle strade, tra i ban­chi di fiori, i negozi di tatuaggi, le este­ti­ste indiane che filma men­tre con deli­ca­tezza tol­gono baf­fetti e soprac­ci­glia con il filo. Un gruppo di ragazze ispa­ni­che can­tano, qual­cuno legge al tavo­lino del bar, degli uomini forse paki­stani tagliano il collo a polli e papere per con­se­gnarli alle macel­le­rie, nel self ser­vice indiano di serve riso spe­ziato, e nelle scuole cora­ni­che i ragaz­zini sono sepa­rati dalle bam­bine velate come l’insegnante che copre anche il volto.
In un locale si festeg­gia il com­pleanno dell’anziano sin­daco, è ita­loa­me­ri­cano ma ha impa­rato a orga­niz­zare alla per­fe­zione i festeg­gia­menti per San Patri­zio.
I tran­ses­suali denun­ciano discri­mi­na­zione nei locali e vio­lenza da parte della poli­zia, alle riu­nioni di comi­tato qual­cuno sug­ge­ri­sce di rispon­dere con il Cop­Watch, fil­mare col tele­fo­nino i poli­ziotti quando met­tono in pra­tica degli abusi e poi dif­fon­dere in rete.
Un gay lo hanno ammaz­zato, era senza casa, e omo­ses­suale, la comu­nità gay sente il biso­gno di difendersi.
Dalla strada entriamo nei nume­rosi comi­tati, anziani, la sar­ca­stica vec­chietta quasi cen­te­na­ria lamenta la soli­tu­dine, paga la sua badante due­mila euro a set­ti­mana. «Quale è il segreto della tua lon­ge­vità» grida un’altra. E lei: «Sono stata felice fino a quando non è morto mio marito». L’altra le sug­ge­ri­sce che con i soldi i può avere un’amica e per­sino un amante.
Tra gli immi­grati ispa­nici le sto­rie di chi ha attra­ver­sato clan­de­sti­na­mente la fron­tiera, chi è senza docu­menti, chi è stato diviso dalle fami­glie.
Ter­ri­bili e uguali ovun­que nel mondo, a quelle di chi si avv­ven­tura nel Medi­ter­ra­neo o di chi attende gior­nate in una sta­zione, respinto e pic­chiato da eser­cito e poli­zia. Qual­cuno dal Mes­sico si è per­duto nel deserto, abban­do­nato dai coyo­tes come chia­mano coloro che li por­tano dall’altra parte.
Molti hanno pic­cole bot­te­ghe che ora rischiano di essere spaz­zate via. Arriva Gap, arri­vano i grossi cen­tri com­mer­ciali, gli affitti sono alle stelle. E’ un mondo Jack­son Heights, il nostro mondo di vio­lenza, soprusi, dif­fi­coltà di rela­zione tra cul­ture, abi­tu­dini di vita, reli­gioni di cui Wise­man resi­tui­sce l’evidenza nelle tra­iet­to­rie di quel micro­co­smo. Ognuna delle voci che ascol­tiamo è quella del nostro tempo – «soprat­tutto gli ispa­nici sono trat­tati in un modo ter­ri­bile», rac­conta Wise­man — e delle sue feroci dis­so­nanze. Siamo in Ame­rica «terra di demo­cra­zia, voto libero e tol­le­ranza», ma anche omo­foba, clas­si­sta, raz­zi­sta, poli­zie­sca, corrotta.
«Per­ché vuoi la cit­ta­di­nanza ame­ri­cana» chiede la donna che istrui­sce i migranti. Meglio dire per votare che per avere libertà di parola.
Queens diventa un labo­ra­to­rio di demo­cra­zia, di pra­tica resi­stente, di sfida a mostrare come fun­ziona o come dovrebbe fun­zio­nare in tutto scuola, edu­ca­zione, vita e bat­ta­glie civili.
Una sto­ria ame­ri­cana, e Wise­man dell’America e delle sue crepe è nar­ra­tore impla­ca­bile, nelle sue pra­ti­che e nei suoi scon­tri che prende forma da una «sem­plice» osser­va­zione quo­ti­diana.
Senza reto­rica, enfasi teste par­lanti o imma­gini a effetto. Lui è con­vinto che la foto­gra­fia col bam­bino siriano morto in mare che ha fatto il giro del mondo sia stato giu­sto pub­bli­carla: «Può aiu­tare chi non vuole vedere a com­pren­dere cosa sta acca­dendo» ha spie­gato nella con­fe­renza stampa. Ma la cifra di In Jack­son Heights è un’altra: il tea­tro del nostro tempo è tutto nella vita di ogni giorno, quella che scorre indif­fe­rente e che lo sguardo del regi­sta, magni­fico nella capa­cità di cat­tu­rare i momenti che illu­mi­nano il pre­sente ci mostra con chia­rezza.
E’ una que­stione di punto di vista, di posi­zione, di scelta di campo, di pro­spet­tiva. La realtà è lì ma fil­marla come è o come si vuole che sia per «dimo­strare» non ne rende la pro­fon­dità. Wise­man ce ne mostra a ogni film l’essenza com­po­sita e in movi­mento. Il gesto di un grande cineasta.

Fonte: il manifesto

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