La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 9 agosto 2015

Brutti, sporchi, choosy


di Alessio De Battisti
I gio­vani sono ormai da anni sulla bocca di tutti. Si sus­se­guono le mano­vre, le riforme, i governi, ma tutti i per­so­naggi che si avvi­cen­dano par­lano di que­sti gio­vani. Tutto que­sto potrebbe far presa sull’opinione pub­blica ini­zial­mente, poi però agli slo­gan non si accom­pa­gnano i fatti e i buoni pro­po­siti non riman­gono che vuote parole. Gli scon­tenti, arrab­biati ed anche un po’ scon­so­lati, visto il con­ti­nuo sus­se­guirsi di slo­gan che poi non por­tano a nes­sun cam­bia­mento della realtà effet­tiva, saranno pro­prio “i gio­vani”. C’è chi li defi­ni­sce “bam­boc­cioni”, qual­cun altro li ha chia­mati “choosy”, anglo­fo­nia che altro non vor­rebbe signi­fi­care se non “schiz­zi­nosi”. Ma noi gio­vani, siamo dav­vero così schizzinosi?
Colui che sta scri­vendo ha una lau­rea magi­strale, lavora da quando ha ter­mi­nato gli studi liceali e gra­zie a quel che gua­da­gnava dal suo pre­ce­dente impiego part time, è riu­scito a essere tutto som­mato indi­pen­dente e ha con­se­guito il titolo di stu­dio che tanto sognava. Con il mas­simo dei voti, e la lode, nono­stante la corsa ad osta­coli che è l’università ita­liana. Oggi­giorno ha cam­biato il pro­prio lavoro, si è assunto qual­che respon­sa­bi­lità in più e sta pro­vando a costruirsi un futuro con la sua com­pa­gna. Voi pen­se­rete che sia riu­scito a tro­vare un posto con una vaga atti­nenza con ciò che aveva stu­diato?

Ma nean­che per sogno. Eppure quo­ti­dia­na­mente si sente ripe­tere che nel mondo di oggi è un pri­vi­le­giato e che deve essere grato, per­ché ha un con­tratto a tempo inde­ter­mi­nato, con uno sti­pen­dio asso­lu­ta­mente nor­male, ma che nel pano­rama odierno sem­bra stellare.
Aspet­tiamo un momento: “la sua com­pa­gna” abbiamo detto. Si pre­sup­pone che anche lei abbia all’incirca la sua età. Ebbene si. Due ragazzi, gio­vani, ambe­due con una lau­rea magi­strale. Nes­suno dei due ha avuto in dono una casa o un posto di lavoro; si stanno rim­boc­cando le mani­che e pro­vano a far­cela da soli. Lei, più di lui, sta “spu­tando san­gue” per riu­scire a rea­liz­zare il suo sogno. La sua gior­nata tipo non cono­sce soste, dovendo inca­strare ben 4 lavori diversi per poter com­porre uno sti­pen­dio. Corre da una parte all’altra, da un pro­getto all’altro o forse sarebbe meglio scri­vere da un con­tratto a pro­getto all’altro.
Una lau­rea magi­strale (con il mas­simo dei voti e senza andare fuori corso), un master alle spalle, tanti altri sco­gli supe­rati e stiamo par­lando di con­tratti a pro­getto. È una delle tante pre­ca­rie della scuola, che si bar­ca­mena tra le sup­plenze nella scuola pub­blica e i con­tratti offerti dalle scuole pari­ta­rie, per accu­mu­lare punti nelle gra­dua­to­rie mini­ste­riali. Per avere un minimo di sta­bi­lità ha biso­gno di un part time presso una catena di Fast Food ame­ri­cana, lavo­rando di notte, tutte le dome­ni­che e le festività
Anche lei ha lavo­rato durante gli studi per non gra­vare sui geni­tori, ai quali man­cano molti anni alla pen­sione, men­tre la crisi li ha lasciati in cassa inte­gra­zione. Sua sorella stu­dia ancora all’università ed è disoc­cu­pata. Saremo una strana cop­pia? Un’anomalia nel pano­rama nazio­nale? Nes­suno dei due ci si sente.
Il sot­to­scritto cono­sce tan­tis­simi gio­vani lau­reati che stanno pro­vando a rita­gliarsi un ruolo nella società, ma i “grandi” si chie­dono quante dif­fi­coltà incon­trano tali ragazzi? Spesso sen­tiamo dire dai “meno gio­vani”: «Ai miei tempi era diverso! Noi ci sape­vamo adat­tare». I ragazzi sono “schiz­zi­nosi” allora? Il ter­mine di per sé sta a signi­fi­care: “Di per­sona cui nulla va a genio, più per una sofi­sti­cata osten­ta­zione di raf­fi­na­tezza che per un reale senso di repul­sione”. Se in Ita­lia gio­vani del genere sono con­si­de­rati schiz­zi­nosi allora forse c’è qual­cosa che non va.
Oggi è choosy chi aspira ad avere nella vita un lavoro che gli con­senta di coniu­gare i suoi studi (frutto di sacri­fici) con la sua atti­vità quo­ti­diana. Anni addie­tro ciò poteva essere un dato più che scon­tato, oggi­giorno no. Noi siamo “i gio­vani della crisi” e allora non dob­biamo essere così choosy. Accon­ten­tia­moci di avere un lavoro, ci dicono.
E allora fac­ciamo un passo indie­tro, cer­chia­moci un lavoro qual­siasi, per­ché l’importante è lo sti­pen­dio alla fine del mese. Non sarà quello che sogna­vamo? Pazienza, almeno ci con­sen­tirà di avere una vita digni­tosa, di costruire il nostro domani, di “siste­marci” come sognano i nostri genitori.
Que­sto qua­dro non pro­pria­mente allet­tante, però, per la mag­gior parte dei gio­vani che pro­vano a inse­rirsi nel mer­cato del lavoro di que­sti tempi, non è che un lon­tano mirag­gio. Difatti non solo ci si pre­sta a man­sioni lon­tane dalle pro­prie atti­tu­dini o dai pro­pri desi­deri, ma tutto que­sto nem­meno for­ni­sce delle garan­zie al lavoratore.
Ci sono gli stage e i tiro­cini (per lo più non retri­buiti), i con­tratti a chia­mata, a pro­getto, come col­la­bo­ra­tori, e via discor­rendo. Ci sono i salari che non rispec­chiano il costo della vita attuale: magari si pre­sta la pro­pria forza lavoro per 24, 30, 38 ore set­ti­ma­nali e si per­ce­pi­sce uno sti­pen­dio con il quale non si rie­sce ad essere auto­nomi. O magari non si prende pro­prio lo sti­pen­dio e l’unica cosa che puoi fare è fare causa e spe­rare di vin­cerla, magari dopo anni.
Chi ci ritiene sfa­ti­cati, si chiede come mai tanti ragazzi ita­liani vanno a cer­car for­tuna all’estero? E qui non si parla solo di chi ha stu­diato. Ci sono tan­tis­simi gio­vani che espa­triano e ripar­tono da zero: chi fa il came­riere, chi il cuoco, chi il piz­za­iolo. In que­sti set­tori potranno tro­vare la pro­pria strada per­ché nell’immediato si vedono rico­no­sciuti dei diritti che garan­ti­scono sta­bi­lità. Si parte come appren­di­sta piz­za­iolo e un domani si pos­sie­derà una pro­pria piz­ze­ria, nel frat­tempo si sarà messa su fami­glia e si vivrà deco­ro­sa­mente, anche se lon­tano da casa. Chi rimane in Ita­lia di que­sti tempi può cre­dere alla stabilità?
La sta­bi­lità: che orrore! Il posto fisso? Abo­mi­nio! I gio­vani devono abi­tuarsi a non avere un posto fisso per tutta la vita, sarebbe mono­tono per para­fra­sare l’ex pre­mier Mario Monti. Tema ricor­rente que­sto. Non a caso il volto nuovo del cen­tro­si­ni­stra, il gio­vane pre­mier Mat­teo Renzi, pochi giorni fa si è espresso su que­sto argo­mento e non è stato tanto lon­tano da quanto affer­mato dall’ex pre­mier tecnico.
Secondo l’ex sin­daco di Firenze ormai il mondo va troppo veloce, tutto è dina­mico e dun­que il posto fisso non esi­ste più. In teo­ria la poli­tica di que­sti ultimi anni ha pro­prio esor­tato i gio­vani a essere dina­mici e que­sti ultimi potreb­bero anche pro­varci. Se non si è dina­mici a 20 anni quando sennò? Pie­na­mente giu­sto que­sto discorso. Ma dopo 6,7,8 anni di lavoro forse quello stesso gio­vane così deter­mi­nato ed entu­sia­sta della dina­mi­cità del mer­cato del lavoro sarà diven­tato stanco. Volete dar­gli torto? Potrebbe ini­ziare a fare dei pro­getti per il suo domani. Com­prare una casa, met­tere su una fami­glia, non sta chie­dendo la Luna. Però no, que­sto non avverrà. E per­ché? Per­ché lui è dina­mico, lui non ha il posto fisso, non può nem­meno rivol­gersi alle ban­che e chie­dere un mutuo.
Il gio­vane allora rimane a casa con mamma e papà, così arri­verà a supe­rare i 30, 35 anni e ancora non sarà riu­scito a rea­liz­zare il suo sogno. Que­sto non basta però per­ché a que­sto punto arri­verà l’esperto di turno e dirà che que­ste per­sone non sono state in gamba, altri­menti avreb­bero già intra­preso un per­corso dif­fe­rente. Tutto que­sto ha dell’irreale, sem­bra fan­ta­scienza, pur­troppo è pura realtà.
Tiriamo un attimo le somme: il lavoro che ci piace NO, un lavoro che ci garan­ti­sca delle sicu­rezze per il futuro NO. E e allora? Lamen­tia­moci, fac­cia­moci sen­tire: NO. Sennò poi siamo degli scan­sa­fa­ti­che che non vogliono adat­tarsi, figli di una gene­ra­zione che ci ha dato troppo e ora non siamo più capaci di sacri­fi­carci. Quale opzione allora? Fare il pre­ca­rio, lo sta­gi­sta, lavo­rare 6–7 mesi l’anno, gua­da­gnare qual­cosa di irri­so­rio e magari svol­gere gra­tui­ta­mente qual­che com­pito che ci pia­ce­rebbe diven­tasse il nostro lavoro sta­bile. I più otti­mi­sti dicono che tutto que­sto pas­serà e le cose andranno meglio. Siamo sicuri?
In que­sti giorni si sta discu­tendo molto di quello che può suc­ce­dere nel mondo del lavoro in Ita­lia. La riforma deno­mi­nata Jobs Act non ha dato sicu­rezza. Si teme mag­gior­mente l’instabilità, la debo­lezza della classe media sul mer­cato, un impo­ve­ri­mento gene­rale. Se già oggi sem­bra dif­fi­cile costruire qual­cosa, il timore è quello che fra un po’ lo sarà maggiormente.
La sini­stra per troppo tempo si è mostrata insen­si­bile a que­sti temi. Qui sta forse uno dei mag­giori errori della gene­ra­zione dei nostri padri. La mag­gio­ranza di loro ha pre­fe­rito pen­sare all’immediato ed a quell’apparente benes­sere che nel giro di pochis­simo però si è dissolto.
Adesso noi, che ere­di­tiamo tutto que­sto, che colpa abbiamo? Diciamo che non tro­viamo giu­sto vivere certe espe­rienze e che non siamo d’accordo con deter­mi­nate riforme che potreb­bero dan­neg­giare il nostro imme­diato futuro lavo­ra­tivo. Lo diciamo da qual­che tempo e oggi c’è biso­gno di dirlo ancora più forte. I choosy devono alzare la voce, devono, dob­biamo, espri­mere il dis­senso e se c’è ancora qual­cuno d’accordo con la nostra visione allora che ci aiuti. Tra una gene­ra­zione e l’altra c’è sem­pre un punto di con­tatto, come anche punti di rot­tura natu­ral­mente per­ciò uniamoci.
Il domani non riserva cer­tezze, per­ciò sta a noi difen­dere quelle poche che ancora abbiamo e riven­di­carne la legit­ti­mità; in quel noi c’è chi lavora, chi spera di diven­tare un lavo­ra­tore, chi si è stu­fato del pre­ca­riato, chi vor­rebbe smet­terla con con­trat­tini che non pre­ve­dono l’accumulo di ferie, con­tri­buti, per­messi, retri­bu­zione in caso di malat­tia, chi ha un con­tratto “fisso” e sa che dovrà difen­derlo coi denti per far sì che que­sto real­mente resti tale per­ché la fles­si­bi­lità che cre­sce a livello dirom­pente potrebbe far­gli per­dere valore.
Fonte: il manifesto

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