La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 11 agosto 2015

Gilles Deleuze, un pensiero in forma di atto

di Paolo Godani
Un appas­sio­nato e par­ti­giano elo­gio della filo­so­fia è ciò che, prin­ci­pal­mente, muove il sag­gio di Rocco Ron­chi tito­lato Gil­les Deleuze Cre­dere nel reale (Fel­tri­nelli, pp. 137, euro 14,00). L’idea è che se oggi, «soprat­tutto i più gio­vani» tro­vano «in un pen­siero così com­plesso, sco­stante, spesso fran­ca­mente incom­pren­si­bile» le ragioni che li por­tano «a sce­gliere la via della filo­so­fia», è per­ché «Deleuze, nella seconda metà del secolo , è stato tra i pochi a difen­dere l’onore della filo­so­fia», oppo­nen­dosi a coloro che da più parti ne auspi­ca­vano la «dismis­sione gene­ra­liz­zata». Lo stile di pen­siero del filo­sofo fran­cese viene così messo in espli­cita oppo­si­zione alle cor­renti nove­cen­te­sche eredi di Hei­deg­ger e di Witt­gen­stein, che in modi tal­volta anche radi­cal­mente dif­fe­renti hanno dichia­rato la fine della filosofia.
Il metodo e lo stile con cui Ron­chi affronta il pen­siero di Deleuze non sono quelli dello sto­rico, che descrive il suo oggetto inse­ren­dolo nel con­te­sto suo pro­prio per­ché lo con­si­dera com­piuto e finito, cioè morto. La pro­spet­tiva, ispi­rata dallo stesso Deleuze, è piut­to­sto quella di chi vede nella filo­so­fia «non un fatto com­piuto ma un atto», a cui ci si può acco­stare solo con la pre­tesa di pro­lun­garne la linea della vita.
È per­ciò che il testo in que­stione non è affatto una sem­plice intro­du­zione al pen­siero di Deleuze, ma – in linea con lo spi­rito della col­lana diretta da Mas­simo Recal­cati, che mira a «met­tere in luce l’eredità come un resto vivo e mai del tutto esau­ri­bile» – è esso stesso un testo di filosofia.
Il pae­sag­gio dise­gnato da Ron­chi non è di quelli che si è soliti asso­ciare al filo­sofo fran­cese. E, dun­que, i nomi a cui per lo più si fa rife­ri­mento non sono (sol­tanto) quelli di Spi­noza, Berg­son, Nie­tzsche; a venire con­vo­cati sono pre­fe­ri­bil­mente Pla­tone e la tra­di­zione neo-platonica (soprat­tutto Cusano e Bruno). Allo stesso tempo, Ron­chi mostra l’importanza dell’esperienza pura di James e della filo­so­fia pro­ces­suale di Whi­te­head e nomina «Gio­vanni Gen­tile, che per tanti aspetti è così pros­simo a Deleuze». L’atmosfera è insomma incon­sueta: il testo si apre sulla que­stione con­tro­versa della par­te­ci­pa­zione poli­tica di Deleuze, e dun­que sul suo rap­porto con il ’68, la cui imma­gine – così come Ron­chi la dise­gna – non non è sol­tanto quella di una rivolta anti-autoritaria (né, ancor meno, la pre­fi­gu­ra­zione di un con­su­mi­stico desi­de­rio post– o iper-moderno), ma un evento che mira a risve­gliare la moder­nità – come disse Fou­cault – dal «sonno antro­po­lo­gico» nel quale è caduta. Non solo, dun­que, fatto sociale e poli­tico ma anche e soprat­tutto una rivo­lu­zione nel campo del sapere, il ’68 è defi­nito soprat­tutto come un anti-umanismo che mira a desti­tuire la «tesi, cara ai moderni, dell’eccezione umana, della sua dif­fe­renza radi­cale rispetto al resto della natura».
Gli eventi del mag­gio fran­cese sareb­bero così la tra­du­zione poli­tica di un’affermazione «meta­fi­sica»: l’immanenza o «l’univocità del reale», l’uguaglianza di tutte le cose, l’anarchia inco­ro­nata con­tro l’immagine dell’uomo come re della crea­zione. È per­ciò, fra l’altro, che all’abiura intel­let­tuale del ’68 si accom­pa­gna spesso il favore verso la for­mula paso­li­niana della «muta­zione antro­po­lo­gica»: per­ché l’uomo che tra­mon­tando torna a essere una parte della natura o una mac­china tra altre mac­chine desi­de­ranti rive­le­rebbe l’avvento di un’epoca bar­ba­rica, fun­zio­nale alle logi­che del tardo capi­ta­li­smo non­ché foriera di una nuova forma di fasci­smo (più peri­co­loso, come si dice con cat­tivo gusto, del fasci­smo storico).
Fin dall’inizio, Ron­chi spiega come uno dei nuclei cen­trali del pen­siero di Deleuze con­si­sta nella rifles­sione su ciò che signi­fica pen­sare: su quella che già in Dif­fe­renza e ripe­ti­zione viene chia­mata «imma­gine del pen­siero». La filo­so­fia ha ini­zio, effet­ti­va­mente, quando diventa capace di libe­rarsi dai pre­sup­po­sti che deter­mi­nano in anti­cipo l’atto del pen­sare: non solo i pre­sup­po­sti ogget­tivi, le opi­nioni, i cli­ché ma soprat­tutto i pre­sup­po­sti sog­get­tivi, e innan­zi­tutto il pre­sup­po­sto uma­ni­stico per eccel­lenza: che il pen­siero sia un pro­dotto e dun­que una pro­prietà esclu­si­va­mente umana. Fon­data su que­sto pre­sup­po­sto, la filo­so­fia non potrebbe che per­dere di vista tutto ciò che non rien­tra nel cer­chio antro­po­lo­gico, tutto quanto l’occhio dell’uomo non è capace di vedere. L’intento di Deleuze è rom­pere quel cer­chio per isti­tuire una presa diretta tra il pen­siero e le forze e le forme che igno­rano l’uomo almeno quanto l’uomo le ignora.
Su que­sta base si arti­cola un per­corso in cin­que fasi (cor­ri­spon­denti ai cin­que capi­toli nei quali si divide il testo: Etica, Metodo, Onto­lo­gia, Cinema, Psi­ca­na­lisi), che sono altret­tante varia­zioni su un unico tema fon­da­men­tale: l’idea che quello di Deleuze sia un pen­siero non della potenza, ma dell’atto, non dell’essenza, ma dell’esistenza. Che que­sto sia il nucleo della let­tura di Ron­chi lo testi­mo­nia sia il modo in cui defi­ni­sce l’univocità del reale («ad acco­mu­nare la varietà illi­mi­tata degli enti è il fatto sem­pli­cis­simo, ma filo­so­fi­ca­mente cru­ciale che tutti sono»), sia l’importanza che nella sua let­tura assume il Reale (scritto spesso, laca­nia­na­mente, con la maiu­scola), inteso come «emer­genza bru­sca» e assi­mi­lato (tal­volta un po’ fret­to­lo­sa­mente) a quanto Deleuze chiama «evento». Ne viene fuori la sin­go­lare imma­gine di un pen­sa­tore «esi­sten­zia­li­sta» (almeno quanto a pro­spet­tiva onto­lo­gica), un Deleuze fedele erede del suo mae­stro Sar­tre, tutto intento ad affer­mare il carat­tere con­tin­gente, impre­ve­di­bile e inap­pro­pria­bile, di ciò che accade.

Fonte: il manifesto

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