
di Giorgio Nebbia
Austerità è parolaccia. E’ intesa come prevaricazione dei paesi ricchi europei che impone sacrifici ai paesi europei meno ricchi, è intesa come negazione dell’aspirazione delle classi meno abbienti a migliori possibilità consumistiche, è intesa come freno alla crescita economica intesa come aumento della divinità finanziaria, il Prodotto Interno Lordo, è rigettata come tentativo di far pagare più tasse ai ricchi. Eppure c’è stata una breve stagione, dopo la prima crisi petrolifera degli anni settanta del secolo scorso, in cui in Italia c’è stato un vivace dibattito, sotto la bandiera dell’”austerità”, per un cambiamento dell’economia e soprattutto della società verso una lotta allo spreco e maggiore equità, nazionale e internazionale.
Erano già evidenti, in quel tempo, i segni delle malattie dei poveri — fame, lotte interne, epidemie — e delle malattie dei paesi ricchi — inquinamento, congestione urbana, violenza, diffusione della droga — e per tutti e due molti suggerivano una cura consistente in un uso più parsimonioso delle risorse naturali scarse, in un impegno di solidarietà.
Nel 1970, con la salita al potere di Gheddafi in Libia, c’era stato il primo aumento del prezzo del petrolio, un segno, anche se piccolo, della ribellione di alcuni paesi poveri al dominio delle multinazionali. Nel 1972 la Conferenza delle Nazioni Unite su commercio e sviluppo, tenutasi a Santiago del Cile, aveva invitato i governanti del Nord del mondo a pagare prezzi più equi per le risorse del Sud del mondo, per assicurare ai paesi poveri una qualche forma di sviluppo e per ridurre l’inquinamento all’interno dei paesi ricchi. Nello stesso anno la Conferenza di Stoccolma sull’ambiente umano aveva dato delle indicazioni di politica mondiale nei confronti dell’ambiente e il libro del Club di Roma, “I limiti alla crescita”, aveva messo in guardia nei confronti dei problemi di futura scarsità delle risorse naturali mondiali.
Nel 1971 e nel 1972 il governo socialista di Allende nel Cile aveva indicato che i paesi del Sud del mondo potevano esigere prezzi più equi per le proprie materie prime agricole e minerarie e questa ribellione era stata stroncata dalle multinazionali americane con il “suicidio” di Allende e l’imposizione del governo fascista di Pinochet, nel 1973. Poche settimane dopo, la prima grande crisi petrolifera aveva mostrato che i paesi sottosviluppati intendevano ottenere, con le buone o le cattive, prezzi più equi per le proprie materie. Nel maggio 1974 l’assemblea delle Nazioni Unite aveva indicato la necessità di un nuovo ordine economico internazionale e a partire da tale anno, anche sotto la pressione dell’aumento continuo del prezzo delle materie prime, si era avviato, nei paesi industrializzati, un ampio dibattito sulla necessità di un uso diverso delle risorse naturali scarse.
Anche in Italia aveva cominciato a circolare un invito all’”austerità”: il 20 settembre 1974 si tenne un convegno sul tema “Austerità per che cosa ?” (Feltrinelli, Milano, 1974) con la partecipazione di Barca, Leon, Sylos Labini e altri. Nel gennaio 1977 Enrico Berlinguer, nel corso di un celebre convegno al Teatro Eliseo di Roma, indicava la necessità di un lavoro politico sulla linea della lotta allo spreco (E. Berlinguer, “Austerità occasione per trasformare l’Italia”, Editori Riuniti, Roma, 1977) e suggeriva la avviava la redazione di un progetto per la società italiana (“Proposta di progetto a medio termine”, Roma, Editori Riuniti, luglio 1977).
La proposta di austerità e il programma di cambiamenti furono, allora, ridicolizzati: come conseguenza, sono peggiorati la situazione dell’economia, il debito pubblico, la condizione del Mezzogiorno e delle classi più deboli. A livello internazionale è aumentato il divario fra paesi ricchi e poveri, ci sono state varie guerre per le materie prime: per il rame e il cobalto nel Katanga, per i fosfati nel Marocco, per il petrolio nel Medio Oriente, eccetera.
Nei quaranta anni successivi i paesi industriali (quelli capitalistici, ma anche quelli neocapitalistici nati dalla dissoluzione dell’impero sovietico) hanno approfittato, spesso alimentandole, delle guerre interne del Sud del mondo: i ruggenti anni ottanta sono stati segnati da un benessere solo apparente; la maggiore quantità di denaro e di merci che sono circolate e circolano oggi, è pagata da un aumento del degrado ambientale e urbano, da inquinamenti della natura e delle coscienze, dal peggioramento delle condizioni di lavoro, da disoccupazione, diffusione della criminalità, violenza, instabilità internazionale.
Lotta allo spreco
Immaginiamo che un gruppo di persone si riunisca intorno ad un tavolo e si proponga di elaborare una serie di buoni consigli da dare ai futuri governanti — supposti onesti e sinceramente interessati al bonum publicum —- per una società che cerchi di rendere minime le conseguenze delle malattie sociali. Che cosa potrebbe, tale gruppo, indicare ? Sull’esperienza di questi anni mi pare che la prima, forse unica, ricetta consista nel muovere “guerra allo spreco”.
Proviamo a pensare un progetto di lotta allo spreco per la società italiana degli anni venti del XXI secolo, alla luce della situazione odierna e vedremo che alcuni passi della proposta del 1977 (riportati fra virgolette) presentano una straordinaria attualità ancora oggi.
Nel momento di crisi che stiamo attraversando si resta sorpresi dall’assenza, nel dibattito politico ed economico in corso, di un progetto di società e di economia per i prossimi anni. Si capisce bene che occorre modificare i sistemi elettorali e rappresentativi, bisogna ridurre il deficit del bilancio pubblico, occorre una maggiore moralità privata e pubblica, occorre sanare alcune ferite territoriali e ambientali e alcune vistose ingiustizie sociali che colpiscono maggiormente le classi meno abbienti e più deboli: ragazzi, disoccupati, anziani, pensionati, immigrati, malati. Ma il raggiungimento di ciascuno di questi irrinunciabili obiettivi presuppone una serie di azioni e di scelte che coinvolgono altri settori del sistema complessivo: l’agricoltura, l’industria, i trasporti, l’edilizia, l’ecologia.
A dire la verità, la classe dominante in questi primi anni del XXI secolo un suo progetto l’ha e anche chiaro: l’annullamento delle conquiste dello stato sociale, la privatizzazione dei beni collettivi, la difesa dei profitti privati a spese della collettività e dei meno abbienti. Ma questo progetto va in direzione opposta al risanamento dell’economia e alla moralizzazione.
Solo per fare un esempio: per sanare il bilancio pubblico gli attuali governanti presuppongono la vendita di molti beni collettivi, dalle spiagge, ai pascoli e boschi soggetti ad usi civici, a edifici pubblici nei centri urbani. La presunta guarigione di una malattia — il debito pubblico — è accompagnata dall’aggravamento di un’altra malattia: il degrado ambientale, l’erosione del suolo e delle spiagge, la perdita di risorse turistiche, l’aumento della congestione del traffico. Chi acquista dallo stato le spiagge o i boschi o preziose aree urbane può recuperare con profitto i soldi spesi soltanto con azioni che comportano la distruzione di valori ambientali essenziali per l’occupazione, l’aumento dell’inquinamento, il peggioramento della salute, cioè con azioni destinate a provocare costi futuri che faranno aggravare il debito pubblico.
E ancora: per sanare la malattia del debito pubblico si prevede di vendere le industrie e le attività ancora controllate dallo stato, con la conseguenza di aggravare altre malattie: chi acquista una industria può fare profitti soltanto licenziando gli operai ed evitando spese per la depurazione dei fumi o degli effluenti liquidi, cioè con azioni i cui danni e costi ricadono sulla collettività.
E’ vero che la gestione pubblica dei beni ambientali e delle industrie è stata pessima, sotto forma di corruzione, di cattiva amministrazione, di errori nelle scelte economiche ed ecologiche; una maggiore onestà privata e un miglior governo avrebbero però potuto evitare e sanare molti guasti, mentre i guasti imposti dalle regole della proprietà privata sono intrinseci nelle leggi del mercato capitalistico e quindi inevitabili.
La trappola dell’agricoltura
La lotta allo spreco coinvolge in primo luogo l’agricoltura che è, non a caso, il settore “primario” dell’economia, fonte degli alimenti, ma anche di molti altri materiali, rinnovabili perché riprodotti ogni anno attraverso i grandi cicli naturali, troppo scarsamente utilizzati. Negli ultimi decenni è peggiorata la qualità della nostra produzione agricola, sono aumentate le importazioni, e lo spreco si è manifestato anche con l’abbandono di terre coltivabili che avrebbero potuto rappresentare una frontiera per la difesa del suolo, per insediamenti in alternativa alla congestione delle valli e delle coste.
Il progetto del 1977 spiegava che “un programma di sviluppo del settore agro-industriale dovrà essere strettamente legato ad un rinnovamento della struttura produttiva e sociale dell’agricoltura. Un piano agro-industriale comporta rilevanti investimenti, ma può garantire un sostanziale miglioramento della nostra bilancia commerciale e consistenti benefici occupazionali. La crisi attuale della società italiana trova una drammatica espressione nello sviluppo distorto delle città e del territorio. Tale distorsione potrà essere superata soltanto con una nuova politica capace di affrontare questa realtà nel suo complesso: il dissesto idrogeologico, la decadenza dell’agricoltura, il conseguente spopolamento delle campagne e insieme la congestione e la disfunzione delle città, il carattere anarchico e speculativo delle localizzazioni produttive e residenziali, l’irrazionalità e le carenze dei grandi sistemi infrastrutturali”.
Le catastrofi di erosione del suolo, frane, alluvioni, che aumentano ogni anno, sono la conseguenza proprio dello squilibrio territoriale che investe negativamente, insieme, le città e le campagne. “Si tratta, in sostanza, di mutare il rapporto fra la città e la campagna, un mutamento indispensabile anche se si vuole attuare un riequilibrio dei rapporti fra Nord e Sud d’Italia. L’esigenza nazionale di ridurre la congestione delle zone metropolitane e di valorizzare il Mezzogiorno può essere perseguita soltanto attraverso un mutamento dei rapporti fra città e campagna. Tale mutamento occorre avviare decisamente a mezzo di politiche appropriate e un elevamento sociale, tecnico e scientifico del lavoro agricolo, accompagnato dalla creazione di infrastrutture, servizi, attività produttive e iniziative culturali decentrate, al fine di creare più progredite condizioni di vita nelle campagne. Ne’ si tratta soltanto di creare condizioni oggettive nuove, ma della necessità di superare indirizzi formativi e modelli culturali che contribuiscono a determinare la fuga dalle campagne e la concentrazione nelle aree urbane”.
La trappola delle città
Nello stesso tempo occorre affrontare una riorganizzazione delle città per renderle abitabili e governabili dagli uomini. “Il recupero urbano deve contrastare, con la diffusione dei servizi sociali, uno sviluppo cieco dei consumi individuali e il permanere di vasti margini di iniziative speculative: non servizi costosi, gestiti burocraticamente, ma servizi semplici e razionali. Recupero urbano equivale anche al recupero del patrimonio abitativo degradato, storico o soltanto invecchiato”.
Se si osservano il degrado proprio delle città in cui domina la criminalità organizzata, la crisi dei servizi sociali gestiti burocraticamente, resi complicati e irrazionali, più adatti alla creazione di situazioni di potere e alla amministrazione della corruzione che al reale servizio dei cittadini, appare chiaro che le parole del progetto di quarant’anni fa indicano ancora oggi una linea politica da seguire se si vuole uscire dalla crisi.
La rinascita urbanistica presuppone — sosteneva ancora il “progetto a medio termine” del 1977 — la valorizzazione, in tutto il paese “dell’ampia rete di piccole e medie città, ricche di tradizioni culturali e civili. Occorre far leva su questo patrimonio storico peculiare per frenare lo sviluppo congestionato delle grandi città e delle aree metropolitane. Attraverso la valorizzazione di città di dimensioni adeguate alle funzioni sociali e produttive che in esse si sviluppano si contribuirà al riequilibrio fra città e campagna; tali città andranno via via dotate di strutture civili e sociali equivalenti a quelle delle grandi concentrazioni urbane in modo da frenare il massiccio afflusso dei giovani verso i grandi centri abitati e il contemporaneo invecchiamento delle popolazioni nelle campagne”.
Le trappole dell’energia
Nel 1977 sembrava che l’aumento del prezzo del petrolio potesse indurre ad una lotta agli sprechi nel settore dell’energia, ad una revisione delle previsioni dei consumi energetici gonfiate, allora, in vista della costruzione di impianti, porti e centrali più adatti a soddisfare la fame di appalti e affari che a soddisfare il bisogno di energia dell’Italia. Nel 1975 il consumo energetico italiano è stato di 144 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio); sotto la spinta di chi speculava sulle importazioni di petrolio e carbone sono stati dilatati gli sprechi, e i consumi energetici sono arrivati, nel 1990 a 163 Mtep e nel 2000 a 190 Mtep per scendere poi, nel 2015, a circa 170 Mtep.
Nonostante la crescente produzione di elettricità da pannelli fotovoltaici solari e centrali eoliche, resa possibile da favorevoli incentivi pubblici e realizzata con impianti in gran parte di importazione, la produzione da tali due fonti fornisce in Italia nel 2015 soltanto 38 miliardi di chilowattore di elettricità rispetto ad un consumo totale di circa 300 miliardi di chilowattore. Il consumo di combustibili fossili è aumentato e di conseguenza è aumentata la immissione nell’atmosfera di anidride carbonica, il principale gas serra responsabile dei mutamenti climatici, fino al valore di circa 400 miliardi di tonnellate all’anno.
Tutto esattamente contro gli interessi del paese, per i quali occorrerebbe, invece — continuava il “Progetto a medio termine” — realizzare un sostanziale risparmio di energia primaria e di energia elettrica, sia nel campo dei consumi sia in quello della produzione, anche attraverso una razionale organizzazione dei prelievi di energia elettrica, l’impiego di attrezzature e tecnologie volte a ridurre il fabbisogno energetico, che sono già disponibili o possono essere acquisite con lo sviluppo della ricerca scientifica e tecnologica”. Un piano energetico coerente con le necessità economiche e sociali del paese — nel 1977 e a maggiore ragione oggi — deve tendere a valorizzare tutte le fonti energetiche nazionali… attraverso l’ammodernamento delle centrali idroelettriche esistenti e la verifica della possibilità di utilizzazione di tutte le risorse idriche, … lo studio concreto delle possibilità di utilizzazione dell’energia solare”, quella che solo adesso e faticosamente e in parte inquinata dalla speculazione sta diventando una realtà.
I consumi energetici nel settore dei trasporti rappresentano uno dei segni più vistosi dello spreco. Il parco automobilistico circolante, che nel 1975 era di 15 milioni di automobili, ha superato nel 2000 i 32 milioni di autoveicoli, ha raggiunto nel 2015 i 37 milioni di autoveicoli e continua a crescere con continuo aumento delle importazioni. I consumi di benzina e gasolio per autotrazione, che ammontavano nel 1975 a 16 milioni di t, sono arrivati nel 2015 a 40 milioni di t.
Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: l’inquinamento e la congestione del traffico portano ogni anno un numero crescente di città vicino alla paralisi; l’invasione delle automobili private riduce la superficie delle strade in cui è possibile circolare, rallenta il traffico dei mezzi pubblici e spinge ancora di più verso gli spostamenti con autoveicoli privati in una spirale caotica. La salvezza consiste nel “sottrarre le comunicazioni urbane alla prevalenza dell’automezzo individuale assegnando un ruolo preminente al trasporto collettivo, ripristinando la possibilità della circolazione pedonale, ma anche sviluppando i trasporti delle aree urbane ed extraurbane in dimensioni organizzative integrate”.
Nei venti anni passati sono state smantellate le linee ferroviarie secondarie, si sono ampliate le autostrade, sono stati frenati i sistemi di trasporto collettivi non solo integrati, ma anche quelli locali, del trasporto ferroviario è stata sviluppata la inutile “alta velocità” e si è lasciata mano libera alla diffusione del trasporto delle merci su strada. Insomma, in coerenza con un piano asservito agli interessi privati, si è fatta una politica energetica e dei trasporti orientata a favorire — anziché limitare — lo spreco.
La trappola delle merci
La disponibilità di posti di lavoro stabili e duraturi dipende dalle scelte produttive nei settori dell’agricoltura, dell’industria e dei servizi, e pertanto dalla quantità e dalla qualità delle merci fabbricate attraverso l’utilizzazione di materie prime naturali, con inevitabile formazione di scorie e rifiuti. Un aumento dell’occupazione e una diminuzione dell’inquinamento presuppongono una analisi dei rapporti fra risorse, produzione, merci e ambiente. Occorre chiedersi che cosa è necessario e opportuno produrre e arrivare ad una pianificazione dei consumi: lo auspicava il “Progetto a medio termine”.
“Per alleggerire il vincolo della bilancia commerciale occorre uno sforzo di qualificazione degli investimenti al fine di garantire la sostituzione di determinate importazioni con produzioni interne capaci di reggere la concorrenza, in un regime aperto di scambi internazionali, con le merci straniere e insieme al fine di adeguare alle nuove realtà e prospettive del mercato mondiale le capacità di esportazione dell’Italia, arricchendo e diversificando la produzione dell’industria italiana per il mercato estero. Lo sviluppo dell’occupazione nell’industria appare perseguibile attraverso uno sviluppo della ricerca, in funzione sia dell’innovazione merceologica (sic !) che di quella ingegneristica e impiantistica, come supporto indispensabile al potenziamento e alla riconversione dei settori manifatturieri. Ciò vale in modo particolare per la chimica secondaria e fine, per l’elettronica e l’elettromeccanica, ma in genere per l’intera struttura industriale del paese”.
L’origine dell’attuale crisi dell’occupazione si può identificare proprio nell’incapacità, da parte della classe dominante — politica e degli imprenditori — di prevedere i bisogni, dalla mancanza di previsioni lungimiranti, dalla conquista del vantaggio puramente finanziario a breve termine. Eppure la necessità di una programmazione delle merci era ben presente già negli anni sessanta del Novecento, come risposta alla diffusione di sprechi: fabbriche petrolchimiche costruite da spregiudicati imprenditori privati con pubblico denaro, che non hanno mai prodotto un chilo di merce; previsioni da parte di dirigenti di industrie pubbliche, di fabbriche assurde nei luoghi assurdi. Si pensi ai progetti dell’IRI per il centro siderurgico di Gioia Tauro, destinato a fabbricare merci sbagliate nel posto sbagliato; si pensi ai programmi del 1975 che prevedevano la costruzione di sessanta centrali nucleari, alla chiusura, nel 1972, delle miniere di carbone del Sulcis.
Sono state sbeffeggiate le leggi che cercavano di porre una limitazione all’uso delle materie plastiche, dei clorofluorocarburi (responsabili della distruzione dell’ozono stratosferico), dell’amianto responsabile di tumori ai polmoni, le leggi che imponevano processi e merci meno inquinanti, che prevedevano migliori condizioni di lavoro nelle fabbriche e nei cantieri.
Tornano in mente, e appaiono del tutto attuali, le parole di Enrico Berlinguer scritte su Rinascita del 24 agosto 1979, e tante volte ripetute con la bocca, ma rimaste inattuate nell’operare politico ed economico: “Oggi, da movimenti di massa e d’opinione che interessano milioni di persone, è posto in discussione il significato, il senso stesso dello sviluppo, o, come veniva recentemente osservato, il che cosa produrre, il perché produrre”. L’articolo continuava auspicando una “politica economica nuova nella quale i problemi della quantità dello sviluppo e della sua qualità, della sua espansione e delle sue finalità si saldino e si esprimano … anche sulla forma e la qualità dei consumi e quindi sul processo stesso di accumulazione.”
Allora, alla fine degli anni settanta, la svolta fu frenata dalle forze conservatrici che ben capivano — e appare chiaro oggi — che lo spreco era l’unica condizione per costruire ricchezze personali e potere a spese della collettività. Le industrie italiane sono state spostate all’estero alla ricerca di mano d’opera a basso prezzo e di condizioni fiscali più favorevoli, con la creazione di vaste aree di disoccupazione interna; sono cresciute le importazioni di merci e le merci sono state imposte come desiderabili attraverso le raffinate tecniche pubblicitarie, il che richiedeva il controllo dei grandi mezzi di comunicazione e del consenso da parte sia degli industriali, ma ancora più del capitale finanziario. E per la conquista di una crescente quantità di merci — di questi “esseri ostili”, come scriveva Marx oltre 150 anni fa — occorre una crescente quantità di denaro, ottenibile soltanto con “reciproco inganno e reciproche spoliazioni”.
Per arginare questa situazione di degrado, economico e morale insieme, occorre che la svolta politica sia anche una svolta nelle scelte economiche e produttive, nell’organizzazione delle città e nella salvaguardia dell’ambiente. Un progetto per la struttura produttiva del paese non coinvolge soltanto il tipo e la qualità delle merci, ma anche la localizzazione della attività produttive, guardando di nuovo al Mezzogiorno dove l’industrializzazione del secondo dopoguerra, per viltà e ignoranza, si è spesso tradotta in errori, occasioni perdute, fabbriche sbagliate, poste nel luogo sbagliato, pagate con pubblico denaro, con effetti devastanti sul territorio e sul tessuto sociale del Sud — proprio in contrasto con quanto suggeriva la cultura urbanistica e ambientalista che pure esisteva in Italia.
Ripartiamo da qui ?
La proposta di progetto a medio termine avrebbe potuto dare luogo ad una discussione nel paese, ma nessuna delle idee è stata attuata, neanche nelle zone in cui le sinistre sono state al governo, nelle azioni e nelle proposte parlamentari. Di conseguenza il degrado ambientale si è aggravato, il divario fra Nord e Sud d’Italia si è allargato con la contaminazione della criminalità che si è arricchita a spese dello stato, della collettività e dell’ambiente.
La tensione fra ricchi e poveri del mondo è cresciuta con la nascita di un nuovo “secondo mondo” costituito da paesi poveri che si sono avviati rapidamente, con una folla di abitanti, la metà di quelli del pianeta, verso una rapida congestionata industrializzazione che ha aggravato i problemi di scarsità e di prezzi delle materie prime: la globalizzazione ha messo in moto, nei paesi ricchi del Nord del mondo, una comune politica imperialista nei confronti dei paesi del Sud del mondo.
Nei paesi “ricchi”, afflitti da una decrescita demografica e da una crescente immigrazione, la congestione delle città si è aggravata, le leggi ecologiche sono più o meno violate, la capacità di lotta per migliori condizioni di lavoro nelle fabbriche, contro le fabbriche inquinanti, contro la speculazione edilizia, si è affievolita in una ecologia-spettacolo che lascia sempre più ampio spazio ai nemici della natura.
Davanti a circa 2000 milioni di abitanti della Terra che sono sazi di beni e di merci, talvolta obesi di sprechi, ci sono sulla Terra circa 3000 milioni di persone che, nei paesi di nuova industrializzazione, stanno correndo a tutta velocità nell’aumento insostenibile della produzione e del consumo di energia, di metalli, di cemento, di automobili, di apparecchiature elettroniche, e poi ci sono altri 2000 milioni di persone povere e metà di queste non dispongono di una quantità sufficiente di cibo, di acqua di buona qualità, sono povere di libertà e dignità, beni che richiedono anch’essi beni materiali, perché non si può essere liberi e non si può vivere una vita dignitosa se mancano abitazioni decenti, letti di ospedale, banchi di scuola. Una mancanza che è giusta fonte di rivendicazioni, di violenza, di pressioni migratorie verso paesi opulenti che non vogliono spartire la loro opulenza. Una mancanza che può essere sanata soltanto con la terribile e improponibile proposta di imporre ai ricchi di consumare di meno per lasciare ai poveri una maggiore frazione di beni materiali che gli consenta di avere una vita minimamente decente.
Questo era il senso del dibattito sull’austerità di trent’anni fa, delle proposte di cambiamento rapidamente dimenticate benché esse siano non solo sensate, ma anzi le uniche che possono costituire la base di un “programma” di lavoro politico. E adesso, come se non bastasse, perfino il Papa Francesco, con la sua enciclica “Laudato si’” invita a ripensare i modi di produzione e di consumo, denuncia l’arroganza del capitalismo e dei ricchi e ricorda che “l’uomo” non è padrone dei beni del Creato, che gli sono dati in uso ai fini di pace e giustizia, che sono “beni comuni” (per es. paragrafo 174), come ricorda senza sosta Giovanna Ricoveri, la direttrice di questa rivista.
Se si ricominciasse a “far politica” da questo punto ?
Fonte: Ecologia politica
Nessun commento:
Posta un commento
Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.