La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 10 agosto 2015

Messico. L'origine della violenza e i maestros di Oaxaca

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di Gustavo Esteva
Ha detto Osorio Chong, segretario di stato del Messico: non sarà con la violenza o con lo scontro che si eleverà la qualità educativa nel paese bensì con la presenza e il lavoro nelle scuole. Gli insegnanti lo sanno bene. Invece, sebbene lo dica, non sembra saperlo il segretario. Neppure il presidente della Repubblica lo sa. E non lo sa neanche il governatore di Oaxaca. Essi condividono una mentalità bellicosa, come quella mostrata dal governatore Gabino Cué quando si è affidato al suo esercito di crumiri per rimpiazzare los maestros in resistenza.
Lo scorso 25 luglio, certi che la Sezione 22 [del sindacato nazionale degli insegnanti, ndt] sarebbe caduta nella trappola delle loro provocazioni, hanno portato a Oaxaca più di 10 mila effettivi della polizia federale e della gendarmeria. Con un fine senso dello humor, li hanno fatti schierare nella via dei Diritti Umani e nel ginnasio Flores Magón.

Nel protestare contro questa aggressiva occupazione della città, il Consiglio Cittadino dell’Avvocatura del Popolo di Oaxaca ha segnalato alle autorità “che le prove di forza non sono utili per la governabilità né per il buon governo …, specialmente nel caso della comunità di Oaxaca, che non ha dimenticato la risposta repressiva e autoritaria che il regime statale e quello municipale esercitarono verso i movimenti sociali del 2006 e 2007“.
Il comandante della polizia federale, conosciuto col nome di Espartaco, un soprannome del tutto inadeguato alla sua fama, dirige le operazioni di sicurezza per proteggere le istallazioni del soppresso Istituto Statale di Educazione Pubblica di Oaxaca (Ieepo). Nell’arrivare, ha detto che stava assicurando l’ordine (violato con la soppressione) e che [i suoi uomini, ndt] sarebbero rimasti sul posto per far fronte a qualsiasi protesta della Sezione 22 e per far applicare le decisioni dei funzionari. Abbiamo tutto, siamo pronti perfino a far rispettare i diritti umani.
Il riferimento ai diritti umani ha un significato preciso. Nel 2007 la Suprema Corte nominò una commissione per indagare sulla sospensione di fatto delle garanzie costituzionali verificatasi nel 2006 a Oaxaca, quando le autorità le violarono gravemente e i corpi di polizia colpirono un gran numero di persone in modo crudele e disumano, causando feriti, torturati e uccisi.
Nel 2009 la Corte riconobbe in un rapporto che viviamo in un regime nel quale la forza pubblica agisce in maniera eccessiva, sproporzionata, inefficiente, non professionale e indolente. Poiché lo Stato impiega i corpi di polizia in modo irresponsabile e arbitrario, affermò la Corte, “è inutile che – con leggi, trattati o discorsi – il nostro paese riconosca e rispetti i diritti umani, se allorché vengono violati … le violazioni restano impunite e non si rende giustizia alle vittime”. Sembrava una denuncia. In realtà, era una confessione di identità: la Corte è parte di questo regime. Ha chiarito subito che sarebbe illusorio aspettarsi un suo atto di giustizia, questo non è compito suo.
Presentando il suo rapporto su Oaxaca, la Corte ha affermato che le autorità possono e devono violare le garanzie costituzionali, sospendendole per un tempo illimitato. Ha esteso così il certificato di impunità a coloro che le hanno violate. Ha sostenuto inoltre che l’impiego della forza pubblica era stato legittimo ancorché tardivo, e che il movimento sociale era stato il solo responsabile delle illegalità.
Secondo la Corte sono colpevoli, di fronte a ogni tipo di processo legale, i disubbidienti, gli insubordinati, i cittadini che, una volta esauriti i tentativi di utilizzare tutte le vie legali e istituzionali, passano all’azione diretta. Si tratta di una impostazione giuridicamente aberrante, tecnicamente ridicola, eticamente intollerabile e politicamente criminale. Siamo in uno stato di eccezione non dichiarato, che dà forma legale a quanto è manifestamente illegale.
Fino ad oggi gli insegnanti hanno fatto fallire tutte le azioni tentate contro di loro, senza cadere nelle trappole loro tese. Il 27 luglio hanno dato prova di un notevole autocontrollo durante una grande marcia, alla fine della quale si sono avvicinati ordinatamente alle istallazioni che protegge Espartaco per effettuare le operazioni richieste. Nelle loro assemblee per definire le strategie, ricordano con orgoglio che il movimento degli insegnanti ha vissuto per oltre un decennio senza contributi sindacali né Ieepo e che lo Ieepo è stato creato nel 1992 affinché il governo locale e gli insegnanti potessero collaborare assieme per occuparsi dell’educazione e non per dare prebende. È assodato che la Sezione 22 sia rimasta intrappolata nella voragine della corruzione e della violenza autoritaria dei successivi governatori, in particolare Murat e Ruiz. È certo che oggi molte comunità e molti cittadini sono ostili ai maestros per le loro corruttele, le assenze e i metodi di lotta, come è certo che molti maestros meritano questa condanna. Ma non saranno lasciati soli. L’aggressione che ora subiscono potrà unirli di nuovo alla gente e preparare la loro rinascita.

Per dialogare, diceva Machado, occorre innanzi tutto ascoltare. Poi ancora ascoltare E ascoltare non è solo udire ma essere disposti a essere trasformati dall’altro. A Oaxaca, sia il governo statale che quello federale pensano che dialogare consista nel dare ordini, con Spartaco sulla porta. Non c’è nulla da negoziare, hanno sottolineato Chuayffet e Cué.
Come dice Osorio Chong, “la società si costruisce nella famiglia e nella scuola”. Si costruisce anche nella strada. Ma non nel vicolo cieco delle “sprangate” verso il quale il governo incita a finire, ma nel cammino della trasformazione organizzata. La lucidità, la serenità e la capacità di governo, che tanto sono carenti nelle sfere governative cominciano, oggi si cominciano a scorgere nella società oaxacueña, compresa la Sezione 22. Lottiamo nella famiglia, nella scuola e nella strada. Non smetteremo fino a quando riusciremo a far cessare l’occupazione militare e poliziesca di Oaxaca e a realizzare, finalmente, un ordine democratico. 

Fonte: La Jornada
Traduzione di camminar domandando

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