
di Andrea Bosio
La storia dovrebbe insegnare, ma è una maestra spesso inascoltata.
Il concilio di Firenze giunse alla ricomposizione dello scisma d’oriente e, con il decreto Laetentur coeli del 6 luglio 1439, riunificò la Chiesa d’occidente con quella d’Oriente, apparente conclusione di una separazione dettata da questioni disciplinari, politiche e teologiche.
Fu una riunificazione fallimentare, durata un ventennio: di fatto si trattava di una scelta dei vertici gerarchici, dell’episcopato, mai compresa dai fedeli.
Vent’anni dopo a Oriente – cioè in Grecia e Turchia, ciò che rimaneva dell’Impero bizantino – i fedeli ancora non percepivano ancora unità: i vescovi di allora, seguendo quel sensus fidelium oggi spesso dimenticato in area cattolica, ribadirono lo scisma, constatando la totale nullità degli accordi di Firenze.
Quel concilio ecumenico è l’esempio di come una decisione presa dall’alto, non spiegata e non spiegabile al popolo e da questa non condivisa, sia destinata a fallire su tutta la linea. Oggi, infatti, lo scisma permane, nonostante i tavoli ecumenici e con non poche responsabilità dei cattolici.
Quel concilio ecumenico è l’esempio di come una decisione presa dall’alto, non spiegata e non spiegabile al popolo e da questa non condivisa, sia destinata a fallire su tutta la linea. Oggi, infatti, lo scisma permane, nonostante i tavoli ecumenici e con non poche responsabilità dei cattolici.
L’insegnamento del concilio fiorentino del 1439 dovrebbe essere istruttivo in questa fase della costruzione di una nuova sinistra: grandi movimenti si intuiscono tra Vendola, Fassina e Civati, partiti che nascono ed esperienze che viaggiano verso la loro conclusione. Come a Firenze, anche nella sinistra italiana è tutto un lavorio di classe dirigente che non segue il suo popolo, che oggi è un vero e proprio elettorato abbandonato.
Le operazioni politiche di questi mesi stanno avvenendo senza tener conto delle basi e degli italiani (votanti): il timore è che per l’ennesima volta si stia assistendo a un’operazione dall’alto, del tutto incapace di interfacciarsi con le persone.
La classe dirigente della sinistra dovrebbe tornare a parlare un linguaggio capace di spiegare le proprie istanze agli elettori, ma ancor più dovrebbe imparare di nuovo ad ascoltare ciò che la base, i territori e le persone propongono e i problemi concreti delle loro vite che individuano.
La stagione che andrà da Settembre all’autunno sarà uno spartiacque: se le dirigenze di partito sapranno costruire una narrazione condivisa con tutta l’Italia di sinistra, ma non solo, la ricostruzione del paese potrà proseguire sulla base dell’equità sociale e delle garanzie dei diritti e della Costituzione; se, invece, si opterà per l’ennesima fusione a freddo di dirigenze, poco più che un cartello elettorale, torneremo nel campo delle esperienze fallimentari.
Il tempo è breve, dobbiamo ricordarcelo, e in questa brevità non possiamo commettere altri errori: la voce dei populismi è forte, si è anche stanziata al governo.
Mentre l’Italia giace nell’immobilismo e si accosta sempre più al liberismo dominante, la sinistra sembra riproporre schemi vecchi e non funzionali: se la classe dirigente non riesce ad escogitare nuove forme di aggregazione ed elaborazione partitica, si affidi al – pur confuso – senso di lotta che ribolle alla base.
Oppure la base si dia una nuova, più collegiale e vicina, classe dirigente.
Fonte: Essere Sinistra
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